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Salerno, Policastro . Il clarinetto eclettico di Domenico Russo

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Il clarinetto eclettico di Domenico Russo


 


Doppio concerto sabato 17 e domenica 18 nel golfo di Policastro. Il duo composto dal clarinettista Domenico Russo, talentuosa gemma del magistero di Salvatore Angrisani, epigone della tradizione napoletana del clarinetto e dalla pianista Maria Cristina Branda, si esibirà sabato alle ore 19 a Torre Orsaia e domenica, alla stessa ora nell’auditorium delle Scuole Elementari “J.F. Kennedy” di Sapri, ospiti dell’associazione Antonio Vivaldi, presieduta da Antonio Marotta.


Nell’opinione dei critici, Nino Rota ha scontato per lungo tempo il successo ottenuto con famose colonne sonore cinematografiche e la predilezione per uno stile diretto, cordiale,  incoraggiato da una facilità di scrittura, che lo proiettava, quasi naturalmente, verso una forma di neoclassicismo leggero, “roseo”, si potrebbe dire, prendendo a prestito il termine con il quale sono definite le correnti dell’esistenzialismo filosofico italiano del secondo dopoguerra. Il programma della serata verrà aperto dalla sua Sonata per clarinetto e pianoforte, scritta nel 1945, che non smentisce l’impronta dell’autore e rivela fin dal primo movimento, Allegretto scorrevole, la grazia di cui Rota andava costantemente alla ricerca.


Il sentire musicale di Domenico Russo racchiude in sé il dettami della scuola napoletana del suo strumento, tesa ad un suono “vocale”, aperto e morbido, che ha ispirato nel tempo soli di avvincente lirismo e virtuosismo. Si procederà, quindi, con un autore contemporaneo il caprese Antonio D’Antò, del quale verrà eseguita la Petite Suite dall’aria di Musetta. Fresca invenzione e virtuosismo per un piccolo cammeo da Bohème, l’opera più amata di Giacomo Puccini, con le variazioni giocate su quel valzer lento alla francese, che si adatta come un guanto alla leggiadria del temperamento di Musetta. Dalla nascita della musica il binomio variazione-improvvisazione ha attraversato l’intera letteratura musicale  e se nell’atto della variazione come scrive Nielsen “Si debba vedere più che una elaborazione del tema un ripensamento di esso, ripensamento che porta a superare il punto di partenza, cioè il dato di fatto iniziale che nella variazione dovrà essere in sé compiuto, in un certo senso autosufficiente, un microcosmo già formato che va interpretato e rinnovato mediante una valorizzazione delle sue risorse e possibilità”, l’estemporaneità dell’esecuzione e l’immediatezza dell’invenzione riconducono questa particolare prassi esecutiva alle caratteristiche proprie dell’improvvisazione, dunque all’elaborazione di nuovi temi che,  generati dall’idea di partenza, se ne discostano al punto da non conservare, in apparenza, alcuna affinità. Queste due pratiche assurgono a simbolo del jazz, ed ecco che il duo proporrà le variazioni  di Mike Garson, celebre pianista “extra-colto”, sul tema del XXIV capriccio in A minor di Niccolò Paganini, pagina che chiuderà il primo set della serata. La seconda parte, un omaggio alla scuola francese,  verrà inaugurato dalla fresca melodia di un Francis Poulenc rapito dal suono intenso e caldo del clarinetto. Erano trascorsi poco più di due mesi dalla morte del compositore francese quando, il 10 aprile 1963, alla Carnegie Hall di New York, risuonarono per la prima volta le note della Sonata per clarinetto e pianoforte, solisti d’eccezione Benny Goodman e Leonard Bernstein. Tra le opere più note di Poulenc, questa sonata, scritta in memoria di Arthur Honegger, fu portata a compimento nell’estate del ’62, frutto maturo di una gestazione affatto breve – già dal ’57 Poulenc portava con sé il progetto -, per molti versi comune alla “gemella” sonata per oboe, dedicata a Sergej Prokof’ev. In una struttura di tre tempi, Allegro tristemente, Romanza (très calme ) e Allegro con fuoco (très animé), modellata sul calco tradizionale del genere cameristico, si mescolano quelle suggestioni sonore jazzistiche e neotonali che, se da un lato hanno reso popolare la produzione di Poulenc, dall’altro gli hanno talvolta attirato la spiacevole etichetta di “passatista”. Il finale del concerto è affidata alla Suite Scaramouche di Darius Milhaud forse più conosciuta nella versione originale per due pianoforti del 1937 o in quella per sax e orchestra del 1939. In poche pagine vi è tutto il mondo espressivo del compositore francese, dai saltellanti ritmi del fox-trot americano alla raccolta intimità della melodia di stampo “francese”, agli scatenati abbandoni del samba sudamericano. Il Vif si apre con un motivo vivace e saltellante, immagine musicale spumeggiante e allegra che ben si addice ai lazzi e alle spacconate di Scaramouche. Nel Modéré centrale possiamo ammirare le capacità cantabili del clarinetto, mentre il finale sarà la trascinante Brazileira sopra un irresistibile ritmo di samba.


Olga Chieffi


 


 

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