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I Malatja: la musica della satira

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Domenica 4 gennaio la banda rock presenterà il suo terzo album 48 presso Mermeid’s Tavern di Rino Calabritto, chiudendo la seconda edizione del Festival Internazionale della Satira


 


Dopo 15 giorni di lavori, mostre, spettacoli, domenica 4 gennaio, dalle ore 22, presso il Mermeid’s Tavern del bassista Rino Calabritto, sulla Litoranea di Pontecagnano, toccherà alla musica sigillare la II edizione del Festival internazionale della satira, promossa dall’Associazione Linee del Pensiero, presieduta dalla giovanissima Emanuela Marmo, sotto l’egida della Presidenza della Giunta della Regione Campania, della Provincia e del Comune di Salerno, unitamente ad altri sostenitori pubblici e privati. La grande festa di chiusura di questa splendida rassegna che ha visto sbarcare a Salerno il jet set di questo genere tra cui le importanti mostre di: Corax, Vincino e Oreste Zevola  e la presenza di Giampiero Asara Cottu, Gianluca Capannolo, Giuseppina Conte, Carlo Cornaglia, Alberto D’Alessandro,Erik Emptaz, Alì Farzat, Mauro Fratini e Filippo Giardina, Tom Jamieson e Nev Fountain, Marco Mengoli, Branko Najhold, Bruno Nogueira e Maria Joao Cruz, Steve Penner, Javier Prato, Andrea Rivera, Sergio Velluto, la scena sarà tutta dei Malatja, una band di Angri, composta da Paolo Sessa (voce), Mauro Correale (chitarra) e Camillo Mascolo (batteria). “Era il 1993 e a Seattle esplodeva il “grunge” ma nell’entroterra campano, tra i carciofi arrostiti, nulla sembrava cambiare. Il sole estivo ci regalava pomeriggi meditativi ma le fermentazioni della spazzatura agli angoli delle strade distruggevano ogni segno bucolico. Angri non era Los Angeles, ma a noi piaceva: così statica così priva di opportunità, così fatalmente decadente. La decadenza è il gradino più basso; da lì puoi solo risalire… e noi risalimmo perché era giunto il momento di gridare che la polvere delle nostre strade, l’accento sconcio del nostro dialetto e le esalazioni nocive del fiume Sarno erano più rock delle unghie laccate di Dave Navarro. Cantavamo e cantiamo la decadenza delle periferie di camorra, le campagne sconfinate senza vento. Abbiamo suonato ovunque ma non abbiamo mai cercato nulla, forse non vogliamo nulla, abbiamo già tutto: la periferia del mondo”. Insomma, cos’altro potevano suonare i nostri baldi giovanotti se non il punk – per di più accompagnandosi con taglienti liriche in napoletano? Ebbene, “48”, il nuovo disco che esce proprio in questi giorni, è una carrellata di anthem, più o meno riusciti, ma sempre accattivanti, sul presente rovinoso di una terra ormai in rotta di collisione. Il 2008 ha segnato un nuovo ritorno per i Malatja. La loro ultima fatica, il terzo album, è uscita il 29 febbraio e si chiama “48”, edito per Voci Alternative e il sound, dell’allora trio punk, oggi ha conosciuto un’evoluzione sonora ben precisa. Il punk rimane ma fa da tappeto alle new entry, una miscela esplosiva che promette scintille.
Con la collaborazione e la supervisione di Vinci Acunto (Bisca, Katap), i Malatja pubblicano 48 con la consapevolezza di aver esplorato nuovi linguaggi che nulla tolgono alla sfera musicale intrapresa nel lontano ’94. L’elettronica, su tutti, completa ed equipaggia la maggior parte della tracklist senza mai invadere gli spazi delle chitarre, del basso e della batteria che, intatti, rimangono nudi e crudi come si ascoltano durante i live. Ambienti, rumori e synth si fondono magistralmente con un suono già caldo e per nulla artefatto.L’anima sonora vive di graffianti sonorità distorte, improvvise impennate chitarristiche unite ad incalzanti ritmiche percussive, il tutto reso fluido dalla costante vena ironico-realistica che ispira le loro performance. Senza mai perdere di vista il background musicale dal quale provengono, i Malatja, con 48, hanno approdato ad un suono più fluido, popolare e di facile ascolto. All’interno della tracklist anche un omaggio a James Senese con “Viecchie, mugliere,muort’ e creature” e la ripresa di “Munnezz” come fu registrata nel 2000. “Un album di sostanza, corporale – sottolinea in coro la formazione – per il modo col quale lo abbiamo inciso, sicuri nell’esecuzione e molto più per quello che volevamo ascoltare e che volevamo arrivasse alla gente. Riguardo al titolo, 48 numero vuole essere il simbolo del caos che viviamo. 48 è la voce del morto che parla e che dice più cose dei vivi. E’ la voce dei deboli, di quelli che si dimenano perché la ruota giri anche a loro favore, ma i prepotenti urlano di più e loro tornano a stare zitti. 48 è la voce dei personaggi di tutti i giorni. Vedi, i testi parlano chiaro. Noi non sappiamo essere diplomatici. Non la mandiamo a dire, semplicemente perché la cantiamo così com’è, senza fronzoli. Cassintegration per esempio la dice lunga sulla situazione lavorativa in cui imperversa la penisola”.


 


Antonio Florio 


 


 

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