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Lo Chopin visionario di Giorgio Costa

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Salone dei Marmi affollato, venerdì sera per l’inaugurazione della VII edizione del Festival Internazionale Piano Solo, promosso dai pianisti Paolo Francese e Matteo Napoli, sostenuti dal Comune e dalla Provincia di Salerno. I riflettori della prestigiosa rassegna si sono accesi su Giorgio Costa, il quale fa spesso coppia con Arnoldo Foà, protagonista di un progetto dedicato a Giacomo Leopardi e Fryderyk Chopin, il quale ha proposto all’esigente uditorio un programma interamente dedicato al genio polacco.


La scaletta è stata inaugurata dai due notturni op.27. I Notturni sono composizioni in certo qual modo “difficili” da afferrare: dato il loro carattere quasi improvvisativo, l’orecchio tende ad adagiarsi sui singoli episodi perdendo di vista l’insieme, cosa che, a nostro avviso, rappresenta un po’ il problema comune alla maggior parte delle interpretazioni, anche importanti.
Giorgio Costa ha sommariamente esposto il tessuto narrativo chopiniano, con poca attenzione all’aspetto melodico, senza assoluta individuazione delle cellule ritmiche e dinamiche che, invece, devono porgere una continua fioritura, rendendo contemporaneamente giustizia alla sottile trama che avvolge ogni notturno. Lo Chopin che ne esce, è abbastanza lontano da quello già noto.
Lontano dalla lettura intimista di un Rubinstein, dalla stupenda cantabilità di Aldo Ciccolini, dai gelidi paesaggi di Ashkenazy, ma lontano anche dalla razionalità estrema di Claudio Arrau che viviseziona ogni nota porgendola singolarmente come una preziosa reliquia, effettuando così un’operazione di scavo veramente poderosa ma perdendo un po’ la visione dell’insieme, Costa ha travisato tutti i pezzi della prima parte, l’op.27, la Barcarola op.60 e in particolare la Polacca in La bemolle maggiore op.53, senza lasciare, purtroppo alcuna impronta personale.


 La Barcarola, ad esempio, come la Berceuse, è uno dei pezzi unici di Chopin, ma si differenzia da essa per una diversa struttura musicale che segue più il modello del notturno, ossia suddividendo la composizione in tre parti in cui la seconda è diversa dalla prima e dalla terza che sono, invece, analoghe. La presenza di queste simmetrie melodiche sono, chiaramente, del tipo proprio di Chopin e cioè sempre variate ed abbellite dall’elegante ed inimitabile virtuosismo del grande musicista che si riscontra, in quest’opera per il necessario utilizzo di tasti neri, conseguenza delle tonalità di scrittura usate dal compositore polacco. Costa ha reso quasi irriconoscibile questa pagina con oscillazioni di tempo assolutamente non miranti alla plasticità dell’esecuzione.


 La seconda parte della serata è stata interamente dedicata all’esecuzione integrale delle quattro ballate. Stilisticamente Giorgio Costa forse avrebbe voluto avvicinare l’eleganza parnassiana di un Grigory Ginzburg, lo stesso senso ludico dell’esecuzione, la stessa attitudine a giocare intimamente con il sentimento senza mai perdere il distacco emotivo, lo stesso modo di fare del tardoromanticismo una composizione raffinatissima di fiori secchi. Ma Costa si è riservato sempre il diritto di modificare il tempo in funzione di particolari che ha desiderato far emergere, ma che, purtroppo, non sono mai venuti in superficie. L’empito sentimentale dei punti culminanti delle quattro Ballate sono stati tradotti in una specie di balbettamento stuporoso di fronte al mistero ineffabile di un’estasi che non ha contatti col mondo. Applausi del pubblico in sala e bis dedicato a Johannes Brahms.


Olga Chieffi

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