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Caro Puccini smaschera il Conservatorio Martucci di Salerno

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“Caro Puccini” smaschera il Conservatorio


Interessante l’assemblaggio dello spettacolo da parte del dipartimento di canto del Martucci con i testi di Giovanni Vitale. Finale thriller con il coro a bocca chiusa preparato da Cristina Galasso. Lo spettacolo verrà replicato mercoldì 17 per la festa di Natale dell’Autorità Portuale di Salerno mercoldì 17


 


Santa Lucia in musica al teatro delle Arti di Salerno con il progetto “Caro Puccini” proposto dal Conservatorio Statale di Salerno “G.Martucci”, in occasione del 150° Anniversario della nascita. Un omaggio, questo, dovuto ad un compositore contestato dalla critica italiana del suo tempo, quale rappresentante di una piccola borghesia desiderosa di identificarsi in un proprio sentimentalismo, che ha da sempre suscitato simpatie o antipatie, o ancora, semplicistiche rivalutazioni che lo vedono precursore del ritorno allo spettacolo di massa, dopo il tramonto delle avanguardie. Ben congegnato è risultato il progetto promosso dal dipartimento di canto e teatro musicale coordinato da Daniela Del Monaco, affiancata da Marilena Laurenza e Danilo Serraiocco, una breve carrellata di quadri d’assieme da “Le Villi”, “Tosca”, “Manon Lescaut”, “Madama Butterfly”, e “Bohème”, intercalati da cenni biografici e aneddoti recitati dal docente di arte scenica Giovanni Vitale. Il sipario si è aperto sulla voce di Giacomo Puccini che ringrazia il suo pubblico. Poi, in scena è entrato il coro, diretto da Cristina Galasso per elevare il Credo dalla Messa di Gloria, con al pianoforte un corretto Matteo Criscuolo. Nel misticismo pucciniano si ravvisa una matrice profana indelebile, una passionalità carnale calata nel sentimento del sacro. Si pensi a Suor Angelica o al Te Deum nella Tosca. Si alternano eleganza e pastosità cromatiche, fini calibrature timbriche e spessore melodico, liricità corposa e colore metafisico. In questa prospettiva si leggano l’attacco marziale di questa pagina attraverso cui il compositore cominciò l’opera di cesello del proprio linguaggio ed esercitò l’istinto naturale per l’opera creando nuove forme e manipolando le strutture ereditate dalla tradizione mitteleuropea, saturandole di arditi procedimenti armonici. E’ stato un vero azzardo proporre questa difficile partitura, per di più accompagnata al pianoforte (penso esista una classe di esercitazioni orchestrali e che il direttore abbia il dovere di “obbligare” alunni e docenti a partecipare a questi progetti, come è stato fatto in passato – ricordiamo gemme del Settecento napoletano splendidamente eseguito dalla classe di esercitazioni corali del M° Virginio Profeta, con un ancora studente Francesco De Mattia, attuale direttore dell’istituzione alle tastiere, unitamente ad altre produzioni, tra cui diverse operine) con un coro assolutamente non all’altezza per massa e preparazione, per non parlare dei solisti, il tenore Luigi Strazzullo e il basso Antonio Braccolino, reclutato all’ultimo momento. Non desidero assolutamente infierire sugli alunni, che pur hanno lavorato e fatto esperienza, in questo allestimento semi-scenico di pezzi d’assieme celebri, ma porre allievi, alcuni neo-diplomandi, di fronte al duetto dal primo atto di Tosca , affidato a Marianna Raimo e al tenore Kang Jeon Wook o ancora “In quelle trine morbide….” dalla Manon Lescaut  con tutta la scena del madrigale, a voci che hanno sì rivelato qualche numero, ma ancora da costruire, ci è sembrato veramente pretestuoso. Ebbene l’unica esecuzione che si è salvata dal deserto è stata Bohème. I motivi sono chiari: primo luogo questa è un’opera adatta a voci giovani, sicuramente è la più conosciuta e studiata, forse è la più amata. Con Giovanna Cappabianca al pianoforte, è entrata in scena  Musetta, interpretata da Elena Memoli, voce stridula, da gazza, recitazione straordinaria,  bel fisico che, però non basta da solo alla caratterizzazione del personaggio, la quale ha fatto coppia con un ottimo Antonio Braccolino perfetto per il ruolo di Marcello, coadiuvato da un troppo acerbo Biagio Pizzuti, che ha vestito i panni di Schaunard, appena ammesso in conservatorio. Felicissima sorpresa il docente Danilo Serraiocco il quale ha vestito i panni di Alcindoro, un baritono di finissima fattura, che sta calcando palcoscenici internazionali. Nota di merito per le due Mimì che si sono rivelate le migliori voci dell’intero spettacolo. Nunzia De Falco e Gilda Fiume, nel quadro III e nel finale con la morte di Mimì, le quali sono riuscite a giocare con i volti della fioraia, che deve oscillare tra una grazia dolcemente cantilenante ed una ingenua e appassionata sensualità sino al dolcissimo soffrir, quel sentimento di sciupata bellezza che è il tratto caratteristico dell’ispirazione pucciniana, con un gusto della ricerca del piano e della nota filata, nella prima, che intuiamo sia un segreto trasmesso dalle ance di famiglia. Esecrabile l’esecuzione del coro a bocca chiusa dalla Madame Butterfly, che ha chiuso la serata, stonato, gnaulante e fuori tempo: un gravissimo inciampo della docente Cristina Galasso, che avrebbe dovuto rifiutare di metterlo in scaletta. Applausi per allievi e insegnanti e appuntamento con “Caro Puccini” al teatro Augusteo mercoldì 17 alle ore 20, per la Festa di Natale in musica promossa dall’Autorità portuale di Salerno.


Olga Chieffi


 


 

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