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"Un giorno i nostri nipoti andranno nei musei per vedere cosa fosse la povertà"

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Se presti una grossa somma è difficile ti verrà restituita, se ne presti una piccola, sostieni e consigli il tuo debitore e gli dai la possibilità di reinvestire gli interessi minimi che hai preteso, otterrai un profitto individuale e collettivo. I concetti di base del microcredito, istituzionalizzato attraverso la Grameen Bank dal premio Nobel per la pace 2006, Muhammad Yunus, sono pochi e semplici, tanto semplici che all’inizio sembravano a metà tra una bizzarria e un’utopia. Il “banchiere dei poveri” ha cominciato a lavorare con i più bisognosi, con i diseredati della Terra, dopo aver conosciuto a fondo il sistema finanziario internazionale, al quale ha rivolto critiche durissime. Per Yunus le attività dei maggiori istituti di credito mondiali e in particolare della Banca Mondiale sono uno spreco di risorse e alimentano la corruzione. Nel 1976 Yunus fondò la Gramen (che significa contadino) Bank, prima banca al mondo ad effettuare prestiti ai più poveri basandosi non sulla solvibilità, ma sulla fiducia. Dice il premio Nobel: “Le grandi somme elargite dalle organizzazioni non arrivano a chi ne ha bisogno, si fermano prima, intascate da qualcuno o investite in attività che non hanno ricadute durature sulle comunità. Gli economisti hanno contribuito in modo determinante a modellare il mondo in cui viviamo, e si può dire, senza timore di errore, che hanno completamente fallito nell’ambito delle scienze sociali: le teorie economiche hanno forse messo in evidenza i meccanismi che regolano la nostra economia, ma hanno trascurato l’esistenza della povertà e hanno eluso la dimensione sociale dei problemi. Di povertà si tratta solo nell’ambito della cosiddetta economia dello sviluppo, un ramo collaterale dell’economia, nato dopo la seconda guerra mondiale. Ma l’economia dello sviluppo, sostanzialmente si è limitata a reinterpretare la teoria economica dominante. La teoria microeconomica è incompleta: gli individui vi figurano solo come consumatori o come produttori. E la teoria della produzione comincia con la funzione di produzione: data una certa tecnologia, come può un imprenditore unire lavoro e capitale per ottenere determinati livelli di produzione? Da questo si passa alla teoria dell’impresa: è un approccio che esclude la stessa idea di lavoro indipendente. Da un lato gli imprenditori, dall’altro la massa di chi esiste unicamente per servirli. Così, la creatività e l’ingegnosità dei singoli sono state totalmente misconosciute : in quell’ottica, la possibilità che ognuno diventi imprenditore non viene contemplata, la sola forma di lavoro ipotizzata per i poveri è quella salariata, e il lavoro indipendente viene liquidato come sinonimo di economia povera. Una scienza sociale degna di questo nome dovrebbe invece creare un quadro analitico che apprezzi le abilità degli esseri umani e li incoraggi a esplorare il proprio potenziale, a non limitarsi al presupposto di avere possibilità limitate e circoscritte, e a un loro ruolo stabilito una volta per tutte. Eliminando dalle analisi la vivace realtà del lavoro indipendente, l’economia tradizionale non solo si è ridotta a una semplice scienza degli affari, ma ha trascurato un’importante dimensione sociale, quella delle famiglie, fatte di uomini, donne, bambini. Se, invece, la teoria microeconomica venisse integrata con una teoria del lavoro indipendente, gli economisti potrebbero affrontare agevolmente problemi quali la povertà, lo sviluppo, la famiglia, l’incremento demografico, il rapporto uomo e donna, ed elaborare importanti teorie in altri campi, come il sistema creditizio, l’accesso alle risorse. In molti paesi del terzo mondo la stragrande maggioranza della gente si guadagna da vivere facendo un lavoro indipendente: non sapendo come definirlo, gli economisti hanno definito questo fenomeno con l’etichetta generica di “settore informale”. Poi, non avendo strumenti analitici per affrontarlo, hanno preferito etichettarlo come indesiderabile e invitare i paesi a eliminarlo, a maggior beneficio delle loro economie. Allo stesso modo, i politici lo hanno bandito dalle loro menti. Aprire opportunità per il lavoro indipendente creando istituzioni e politiche adeguate è invece la strategia migliore per eliminare la disoccupazione e la povertà. Un’altra area in cui l’economia tradizionale ha giocato un ruolo negativo è quella del credito. È incredibile come gli economisti non abbiano mai compreso il potere sociale del credito. Nelle teorie economiche, il credito è visto come un lubrificante innocente, uno strumento neutro che olia le ruote del commercio, degli scambi, delle imprese. Il fatto che il credito crei potere economico, e di conseguenza potere sociale non viene capito dagli economisti. O meglio, non hanno voluto capirlo. Gli istituti di credito hanno creato regole che favoriscono solo una parte della società e ne rifiutano un’altra. Chi viene favorito continua ad arricchirsi, mentre i poveri restano poveri. Il credito ha deciso di mettersi in affari solo con i ricchi. E ha pronunciato la sentenza di morte per i poveri proclamando che non sono degni di credito. Tutti hanno accettato questa sentenza in silenzio, nessuno si è opposto. A causa di questo silenzio, le istituzioni finanziarie impongono un apartheid finanziario. Se l’economia si fosse sviluppata come una scienza sociale responsabile, avrebbe saputo scoprire quale potente strumento di sviluppo è il credito. Gli economisti avrebbero dovuto riconoscere il credito come uno dei diritti degli esseri umani, e avrebbero delineato un sistema per assicurarlo a tutti. Solo se cominceremo a ridisegnare l’economia come una scienza sociale, ci metteremo sulla strada giusta per cominciare a creare un mondo senza povertà. Siamo tutti convinti, in qualche modo, che l’economia capitalista può funzionare solo se spinta dal principio dell’avidità. È una profezia che si auto-avvera. Solo chi punta ai massimi profitti ha un ruolo nell’economia di mercato. Noi possiamo condannare il settore privato per tutti i suoi errori, ma perché non tentiamo noi stessi di cambiare le cose, cercando di farle funzionare meglio dall’interno. Sono convinto profondamente, e l’esperienza di vent’anni di lavoro di Grameen me lo conferma, che l’avidità non sia l’unica molla per la libera impresa. L’impegno per raggiungere obiettivi sociali può avere una forza propulsiva pari, se non superiore, a quello spinto dall’avidità. Aziende che ispirano il proprio lavoro alla soddisfazione di finalità sociali possono diventare formidabili concorrenti delle aziende private, ispirate solo al profitto. E credo che quel tipo di aziende non solo abbia un ampio spazio in cui giocare le proprie carte, e sia in grado di piazzarsi in buona posizione sul mercato, ma che, addirittura, ci sia bisogno di aziende così orientate. La consapevolezza di rispondere a bisogni sociali può rivelarsi un carburante molto più efficace della stessa sete di guadagno. Grameen è un esempio di azienda di questo nuovo tipo, un’azienda a cavallo tra settore pubblico e privato, che nega la sua adesione a entrambi e che definirei “settore privato guidato dall’impegno sociale”. Grameen si batte, infatti, per la conquista di obiettivi sociali: eliminare la povertà, fornire istruzione, assistenza sanitaria, opportunità di lavoro a tutti, garanzia di benessere per gli anziani, parità dei sessi, rafforzando il potere della donna. Perché Grameen si trova nella situazione di doversi impegnare nell’ambito della salute, delle pensioni, dell’assistenza agli anziani, dell’istruzione e delle altre questioni che toccano la qualità della vita dei poveri? Perché nessun altro, oggi, provvede a fornire i servizi gestendo le infrastrutture di base in un’ottica di mercato. Grameen sogna un mondo senza poveri e senza elemosine. Ma, proprio per questi suoi obiettivi, Grameen è un’azienda che si batte da un lato contro le imprese basate sulla cupidigia, dall’altro per la riduzione dell’intervento dello stato. I critici dicono spesso che il microcredito non contribuisce allo sviluppo economico di un paese. Ma, anche se lo facesse, sarebbe insignificante. Tutto dipende però da quello che vogliamo chiamare sviluppo economico: stiamo parlando del guadagno pro-capite? O del consumo pro-capite? O di che cosa pro-capite? Non sono mai stato d’accordo con questo tipo di approccio nel definire lo sviluppo. Penso che ragionando in questo modo l’essenza dello sviluppo venga dimenticata. Per me, cambiare la qualità della vita di circa metà della popolazione è andare al cuore dello sviluppo. È qui che il concetto di crescita si differenzia da quello di sviluppo. Come direttore di una banca, il mio lavoro è prestare denaro, e il successo dei nostri investimenti risiede nella quantità di vecchie banconote spiegazzate che i nostri membri si trovano ad avere per le mani. Eppure, paradossalmente, tutta l’impresa del microcredito, che ruota attorno al denaro, intimamente e sostanzialmente con esso non ha nulla a che fare. Il suo fine più alto è aiutare le persone a sviluppare il proprio potenziale: non ha a che fare con il capitale finanziario, ma con il capitale umano. Il microcredito è solo uno strumento che permette alla gente di liberare i propri sogni e aiuta anche i più poveri e i più sfortunati a infondere nella propria vita dignità, rispetto, e significato. Noi siamo soltanto una banca. E quello pretendiamo essere: concediamo prestiti per aiutare i più poveri a portarsi al livello della dignità umana. Ma la dignità personale, la felicità, la realizzazione, la pienezza della vita sono cose che le persone conquistano da sole, con il proprio lavoro, con i propri sogni, con la forza del desiderio e dell’impegno”. Il successo della Gramen ha ispirato numerosi altri esperimenti del genere in paesi in via di sviluppo e in numerose economie avanzate. Andiamo allora a vedere che cosa succede in Italia e scopriamo Banca Etica che è la prima istituzione di finanza etica nel nostro paese, a tale scopo ascoltiamo le parole del Prof. Leonardo Becchetti Docente di Economia a Tor Vergata e presidente del Comitato Etico di Banca Etica. “Noi ci accontentiamo di rimuovere le barriere strutturali che per tanto tempo hanno escluso una fascia persone dal consesso umano. Se quelle persone riusciranno a realizzare in pieno il proprio potenziale, il mondo verrà trasformato, non solo dall’assenza di povertà, ma dall’impulso economico e sociale di coloro che, fino a ieri, dormivano ai bordi della strada, vagabondi e mendicanti che non sapevano se l’indomani sarebbero riusciti a mangiare. In una società umana non ci deve essere posto per la miseria. All’inizio di questo nuovo millennio la povertà dovrebbe già essere stata relegata in un museo. Banca Etica è la prima istituzione di finanza etica nel nostro paese. Concepita dalle organizzazioni del Terzo Settore, del volontariato e della cooperazione internazionale. Le prime esperienze italiane in questo settore sono state le cooperative MAG (Mutue per l’Autogestione) e il loro obiettivo era (ed è tuttora) duplice: creare un sistema di raccolta e impiego del risparmio tra soci privilegiando chi si trovava in situazioni di difficoltà e proporre progetti con finalità sociale. Dopo profonde modifiche legislative del settore finanziario negli anni ’90, il sistema MAG è stato obbligato a ristrutturarsi. Obbligate dalla nuova normativa e spinte dall’esigenza di dotare il terzo settore di un soggetto finanziario adatto, le MAG contattarono istituzioni del mondo della cooperazione sociale, del volontariato e dell’associazionismo. La proposta ebbe grande successo e si concretizzò nel dicembre 1994 nell’Associazione Verso la Banca Etica, alla quale parteciparono l’intero movimento delle MAG e diverse organizzazioni rappresentanti l’intero panorama associativo nazionale. I valori di Banca Popolare Etica (ossia gli orientamenti valoriali e i principi deontologici che guidano le scelte strategiche, le linee politiche e i comportamenti operativi di tutti coloro che, a vario titolo e a livelli diversi, contribuiscono alla sua gestione) derivano dai principi fondanti della Finanza Etica, che Banca Etica adotta come criteri di orientamento della propria attività. Come risparmiatori dobbiamo quindi essere consapevoli delle conseguenze che l’uso del nostro denaro può comportare ed organizzarci per riaffermare l’importanza dei valori e dell’etica nella gestione di una così importante risorsa. Banca Etica non è una istituzione di beneficenza ma un intermediario creditizio trasparente, senza segreti per i cittadini, che trasferisce alle imprese, oltre che il risparmio, anche i valori e le aspettative dei risparmiatori, affinché l’attività economica sia effettivamente strumento di crescita e di promozione umana. Si parla molto in questi giorni difficili dell’importanza di coniugare etica ed economia, di nuovi modelli di “economia sociale di mercato”, con la speranza di portare soluzione alla grave crisi finanziaria e di fiducia negli intermediari finanziari che stiamo vivendo. Non è necessario partire da zero. Esiste una parte di economia del nostro paese che già da molto tempo si sforza di progettare ed operare su questa linea. L’esperienza maturata in questi anni da intermediari come Banca Etica e da istituti rimasti fedeli al modello originario di banca popolare e cooperativa mette a disposizione di questo desiderio di coniugare etica ed economia un patrimonio di iniziative e progetti finanziati e realizzati che coniuga creazione di valore economico e valore sociale. Che, attraverso un’attenzione equilibrata a tutti i portatori d’interesse e non solo agli azionisti, ha costruito le premesse per uno sviluppo sostenibile e per un modello d’impresa bancaria che poggia su sostenibilità finanziaria, sostegno all’investimento dell’economia reale e sicurezza per i clienti.
Paradossale rilevare come negli ultimi anni prima della crisi abbiamo assistito ad un tentativo da parte di alcuni di mettere in discussione taluni di questi modelli di banca perché non conformi al dogma della creazione di valore a breve per l’azionista. E dopo la crisi, ad un’improvvisa oscillazione del pendolo verso la statalizzazione degli intermediari più in difficoltà come soluzione magica ai problemi di gestione messi in luce dai manager privati di questi intermediari. L’esperienza dei pionieri dell’economia dal basso, dell’economia socialmente responsabile, tutta sviluppata senza alcun sostegno pubblico, ma grazie all’azione dal basso e agli “spiriti solidali” dei consumatori e risparmiatori socialmente responsabili indica una terza via, forse l’unica praticabile per realizzare l’obiettivo di uno sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile, che coniughi creazione di valore economico, produttività e non depauperamento del capitale naturale e promozione delle pari opportunità con un impegno deciso a favore degli ultimi. Si tratta, nonostante i sussulti e la drammaticità della crisi, di una nuova pelle dell’economia che sta crescendo sotto quella vecchia in maniera sempre più importante. Il microcredito, con più di 3000 intermediari nel mondo che raggiungono quasi 400 milioni di individui e il commercio equo e solidale, che nel Regno Unito arriva al 20 percento grazie all’adesione delle maggiori catene di distribuzione e per cui Ebay crea un’apposita piattaforma online, testimoniano che l’economia dal basso non è più di una realtà di nicchia. Tra gli estremi del solo stato e solo mercato, il nostro modo di essere economia sociale, estende le possibilità del mercato stesso di contribuire alla soluzione di problemi sociali ed ambientali, non rifiuta la sfida della competizione e realizza appieno il principio di sussidiarietà sottoponendo il modello all’approvazione del voto con il portafoglio dei cittadini responsabili. Il successo di questi ultimi anni che ha suscitato fenomeni importanti di imitazione da parte di attori tradizionali del mercato suggerisce che si tratta di una via promettente che merita di entrare in maniera più viva nel dibattito culturale di questi giorni”.


 


 con… amore


                                                                Giovanna Mangiaracina


 

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