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Omaggio ad uno dei miei maestri del secolo scorso: Aldo Carotenuto.

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Ed era assai difficile per noi giovani donne, anche se plurilaureate, non innamorarsi di lui, perché amava l’amore sopra ogni cosa e, attraverso i grandi della letteratura e della storia dell’arte, ci insegnava a penetrare il mistero di ciò che più d’ogni altra cosa muove l’uomo, in una tensione magica con l’universo, fonte di dolore estremo e di splendida creatività. Rileggo da Amore e Psiche: C’è qualcosa di incomprensibile nella esperienza amorosa; “l’oggetto del desiderio non si riesce a definire, non si lascia ridurre, esaurire, banalizzare nel rapporto. Nel momento in cui si incontra questa dimensione tutto il mondo che ci sembrava familiare, d’un tratto assume una diversa fisionomia. Il cambiamento maggiore avviene nel nostro modo di vedere le cose della vita, noi ci vediamo con occhi diversi. Quando amiamo, l’energia che ci pervade deriva da nuove forze che ci inducono in una dimensione estranea diversa da quei periodi in cui noi non amiamo. L’amore appartiene per sua natura alla sfera dell’indicibile; come ciò che ha che fare con l’anima, con la dimensione più profonde e segreta dell’essere, è vicina al mistero, si accompagna al silenzio. Supera la barriera dell’esprimibile, dare forma all’indicibile è un impresa folle.


“A me beato sembra come un Dio l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode da vicino le tue dolci parole e il tuo dolce riso amoroso. E subito sbigottisce il mio cuore: se ti vedo solo un istante, subito la mia voce si spegne. Mi si spezza la lingua, e una fiamma sottile mi trascorre le membra, ed io non vedo nulla più con gli occhi; romban gli orecchi. Freddo sudor m’inonda, ed un tremore tutta mi prende e più verde dell’erba io sono, e non mi sembra essere lontana dalla mia morte”. (Saffo) ‘Nel canto lirico di Saffo sono contenuti gli aspetti dell’esperienza amorosa. Uno dei fenomeni caratteristici dell’esperienza amorosa,  che si impone subito alla nostra attenzione, è l’adesione immediata all’oggetto, la presenza, la vicinanza dell’altro ci catturano con una intensità e un’immediatezza che non è possibile riscontrare in nessun’altra modalità dell’esistere. David paragona l’innamoramento allo stato ipnotico, la relazione amorosa provoca una fissazione della libido sull’essere amato, che rende l’innamorato come “stregato” e ossessionato dall’immagine dell’altro. Di fronte all’amato, l’amante prova un senso di incredibile pienezza e contemporaneamente, ha il sentore di aver vissuto fino a quel momento in uno stato di privazione. Per tutta la durata dell’innamoramento, il tentativo di porsi di fronte a ciò che è pieno di segreti e di fascino, rappresenta, in realtà, il tentativo di tradurre il mistero e l’attrazione sovvertitrice in una esperienza nota e comprensibile. In effetti, giacché l’amore – e soprattutto l’innamoramento – ha i tratti di un’autentica visione, bisognerebbe capirne i limiti oltre alle potenzialità. Per quanto bella ed estatica una visione possa essere, di per sé non porta a nulla, se non all’immobilità della contemplazione. Una visione non può in alcun modo essere trattenuta, ma può trasformarsi in una diversa attitudine alla vita. Solo allora comincia il periglioso percorso che dall’immagine conduce alla sua incarnazione, un cammino che ci tiene fino all’ultimo con il fiato sospeso. Capace di risvegliare in noi emozioni incontenibili, a volte anche negative, distruttive, quando le cose non vanno come vorremmo, quando un ostacolo si interpone alla realizzazione dei nostri sogni. D’altra parte non possiamo parlare d’amore senza avere coscienza dei pericoli che esso cela. Nel momento stesso in cui giuriamo eterno amore, ci rendiamo anche conto che si tratta di un «giuramento falso», di cui non possiamo garantire in alcun modo l’esito. Tutto è destinato a mutare, soprattutto le persone; così ogni promessa ha una buona probabilità di essere tradita. Ma questo dovrebbe bastare per farci rinunciare alla seduzione di un’illusione? Può forse la prospettiva del fallimento trattenerci dal richiamo dell’amore? Pur cercando di capire, di comprendere, non vorremmo mai abbandonare del tutto quell’illusione che, abbagliandoci, permette e sorregge il nostro innamoramento, lasciando sempre dietro di sé un richiamo nostalgico: il presagio di una nuova visione.’


E se abbiamo il coraggio e l’onestà intellettuale di abbandonare il vecchio abito di noi stessi che non ci serve più, la zavorra di un passato psicologico che proprio l’innamoramento ci spinge ad abbandonare, affronteremo il cambiamento e approderemo alla nostra trasformazione rinnovandoci, rinascendo a noi stessi. L’innamoramento avrà svolto la sua funzione lasciando spazio a nuove possibilità, alla nostra immensa capacità di trasformarci e di amare. Ma capita anche purtroppo, di non averlo questo coraggio, di non saper affrontare con la affilata spada della creatività il nostro innamoramento e, schiavi della paura, torniamo su strade sicure, neghiamo il nostro bisogno di abbandonarci al nuovo e indossiamo il vecchio abito sdrucito dell’abitudine e della certezza perdendo così l’occasione rara e quanto mai vitale che la malattia d’amore ci ha offerto su un piatto d’argento.


 Inserito con… amore                                  da Giovanna Mangiaracina

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