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I solisti della Nuova Scarlatti suonano per la Chiesa dell’Annunziata foto

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L’Associazione Koinè di Carmine Mottola, allo scopo di rendere noto al grande pubblico di Salerno la grave situazione in cui versano le strutture architettoniche della Chiesa della SS.Annunziata, con gli arredi, il gruppo scultoreo dell’altare, l’antico e pregevole organo da lungo tempo in disuso, lo splendido campanile di Ferdinando Fuga e ribadire la necessità di un rapido intervento, invitando i singoli cittadini  a offrire, in qualunque momento un contributo finanziario volontario, essendo la chiesa di proprietà comunale, e, quindi, di tutti i salernitani, ha scelto lo storico edificio quale sede della XXI edizione del Festival di Musica Antica realizzata con il sostegno della provincia e il Comune di Salerno, unitamente alla Fondazione della Cassa di Risparmio Salernitana.


Domenica, 30 novembre, alle ore 21, la rassegna dal titolo “L’Arte della variazione dal Barocco al Jazz”,  verrà inaugurata da “Les Gouts Réunis”, con Tommaso Rossi ai flauti, Maria Rosaria Marchi al cembalo, e Gaetano Russo al clarinetto, accompagnati dai solisti della Nuova Orchestra Scarlatti.


Il suono-spazio di Debussy con Syrinx, per flauto solo, è il punto di partenza ideale per mescolare fra loro i principali idiomi musicali nazionali che circolano nell’Europa del primo ‘700 e intrecciarli in libere assonanze con voci dell’orizzonte musicale del nostro tempo.


Tommaso Rossi passa dal panico flauto traverso alla chiarezza cartesiana del flauto dolce conducendoci a ritroso di due secoli fino alla Suite in mi minore di Jacques-Martin Hotteterre, caposcuola della linea flautistica francese. Sentiremo il saccadé del Lentment del Prélude, la clarté dello scatto del Vivement successivo, il tendrement dell’Allemande, tutto un dosaggio di eleganza, brio e intima riservatezza, un distillato di puro stile francese, tipico di una flûte de la chambre di Luigi XIV. A Hotteterre si aggancia un concentratissimo Prelude di Krzysztof Penderecki, affidato al clarinetto solista di Gaetano Russo, una pagina del 1987 che riprende in chiave moderna i principi dell’improvvisazione barocca.


Si risale, quindi, a metà ‘600, con l’intenso Balletto per archi del bresciano Biagio Marini, in cui un’invenzione ancora essenzialmente vocale, madrigalistica, si scioglie attraverso i ritmi di danza in un linguaggio strumentale allo stato nascente, acerbo e suggestivo: ancora spazio più che discorso, ideale introduzione all’orizzonte sonoro di uno dei più significativi compositori del secondo ‘900, il catanese Aldo Clementi. L’autore qui si immerge, col suo Impromptu per clarinetto e archi, un pezzo del 1989 in un ambiente di fitte articolazioni polifoniche addensate in fasce sonore che si ripetono più volte, sempre uguali ma sempre più lente, come un carillon che si va man mano spegnendo.


 


 


 


 


Seguiranno i Tre pezzi per clarinetto solo (1919) di Stravinskij, figli dello stesso clima espressivo della Histoire du soldat, il tratto estemporaneo dell’invenzione si fa puro gesto sonoro: il viandante romantico vira ai toni stranianti di un clown novecentesco.


Da Stravinskij, un salto indietro, nel ‘700, con il fiorentino Francesco Maria Veracini, che con la sua Sonata n. 6 in la minore per flauto dolce e cembalo ci offre una folgorante sintesi di stile italiano: alta temperatura passionale dell’invenzione melodica, chiarezza e incisività del ritmo, accentuazione delle dinamiche un uso penetrante e sensuale dei passaggi armonici.  


Dopo l’impeto mediterraneo di Veracini, risuonerà ancora meglio la fusione che Johann Sebastian Bach opera tra elementi tedeschi e italiani nella Sonata BWV 1035, un capolavoro della maturità: aperta cantabilità dell’adagio iniziale; equilibrio di chiarezza nostrana e di teutonica costruttività nel primo allegro; sublimazione dello stile galante francese nel ritmo danzante (tutto in “levare”) dell’allegro assai conclusivo.  Il cembalo poi dialoga con il flauto nella grande meditazione centrale del siciliano: qui il canto assorbe man mano le armonie, attingendo profondità nuove.


Il programma si conclude con un brano che rimette radicalmente in discussione il binomio bachiano di struttura e invenzione. La sera del 1 ottobre 1969 il satellite ESRO I B Boreas, vanto dell’ingegneria aerospaziale italiana, viene lanciato in orbita dall’European Space Operation Center di Darmstadt. Darmstadt all’epoca è anche la capitale europea della Neue Musik, e in quella stessa sera uno dei più geniali ed estrosi rappresentanti di tale musica, il veneziano Bruno Maderna, lancia nel cielo della città la sua Serenata per un satellite… Lo spazio qui conquista anche la partitura: spezzoni sonori gettati alla rinfusa sul foglio, come in un allegro tiro di dadi, materiale messo a disposizione degli esecutori/giocatori (players in tutti i sensi). Sono questi a decidere di volta in volta quali e quanti strumenti utilizzare, gli attacchi, le successioni, la durata, cooperando con i loro interventi estemporanei alla  ri-creazione sempre nuova e diversa del brano.


 


L’ Ufficio Stampa                                                                          Olga Chieffi     cell.:347/8814172

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