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Dai “Mutui Subprime” alla crisi Immobiliare alla crisi finanziaria passando per la Globalizzazione.

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La crisi finanziaria in atto ha conosciuto il suo corollario più di un anno fa quanto in America scoppiava il caso dei mutui cosiddetti “subprime”, per i non addetti ai lavori sono quei mutui concessi a persone che non potevano averlo, perché avevano redditi non sufficienti a  coprire le rate ovvero un lavoro precario etc., per cui a fronte di un tasso più elevato le banche americane concedevano prestiti di dubbia esigibilità. Fin qui potrebbe sembrare poca cosa in quanto ad un  prestito più rischioso corrispondeva un provento maggiore per le banche. Nel tempo però la FED (leggi Banca Centrale Americana) per ragioni economiche, aveva progressivamente alzato i tassi di interesse dal 2% fino al 5,25%  e la conseguenza di ciò è stata che le rate mensili dei predetti mutui, già di per se elevate,  sono diventate insostenibili per molti mutuatari che non potendo farvi fronte si sono visti pignorare la casa. A questo punto, il problema, nato in un settore specifico, finanziario, si è esteso a quello immobiliare, in quanto le banche a fronte dei mutui non onorati si sono trovate ad avere un mano milioni di abitazioni da vendere per realizzare i loro crediti. Tutto ciò a portato ad un eccesso di offerta nel settore immobiliare e come conseguenza il crollo delle stesse quotazioni immobiliari anche più del 50%. La crisi quindi partita dal settore finanziario si è estesa all’immobiliare. Ma come si è propagata al settore reale ed anche oltreoceano, in Europa? Eppure i più noti operatori del sottore si sono  sgolati per oltre un anno  a dire che il settore “subprime” in Europa non era presente se non marginalmente. La Globalizzazzione? Ebbene si, se si vuole utilizzare un solo termine. Vediamo perché. I “geni della finanza creativa”, per lucrare ulteriormente sul fallimentare (ma non per loro) affare “subprime”,  hanno preso questi  crediti rivelatisi poi inesigibili,  li hanno inseriti in altre operazioni ben apparecchiate ed infiocchettate e le hanno rivendute all’ingrosso alle altre banche ed istituti finanziari di tutto il mondo che a loro volta le hanno rivendute al dettaglio ai propri clienti ( non  a gratis vieppiù). Ed ecco che il contagio si è diffuso ovunque, portando come conseguenza estrema la sfiducia nel sistema finanziario che sappiamo reggersi proprio sulla fiducia. Tale mancanza di fiducia è esplosa in modo violento tra le stesse banche, infatti sono diminuiti sensibilmente i prestiti a breve che le banche si facevano a vicenda per far fronte alle esigenze di breve termine tant’è che i tassi di rifinanziamento a 1 mese, 3 mesi e 6 mesi sono schizzati ai massimi di sempre rendendo ancora più onerosi i mutui ad esso agganciati.


 Finora si è assistito al fallimento di colossi bancari, la nazionalizzazione di altri sia in America (dove sicuramente i problema è maggiore) che in Europa ed in altre aree del mondo. D´altra parte, il mondo continua a essere “illiquido“: nel senso che tutti (banche e imprese) cercano soldi in giro, ma non ne trovano. I soldi non sono stati bruciati, ci sono. Ma nessuno si fida a darli a qualcuno che non sia se stesso. Il governo americano, d´altra parte, ha già fatto i rimborsi fiscali e ha appena deciso di stanziare 700 miliardi di dollari per ritirare dalle banche i titoli “tossici” (cioè che non valgono niente). A questo punto è difficile pensare a altre armi e, soprattutto, non si sa dove prendere i soldi. E allora qualcuno dice che Ben Bernanke (il capo della Federal Reserve) forse dovrà fare sul serio quello che una volta espose come battuta: salire su un elicottero pieno di dollari (appena stampati) e lanciare i biglietti sulle città americane per far ripartire i consumi.


Per la crisi dei mutui “forse siamo ancora alla fine del principio”. E’ quanto ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti intervenendo a un dibattito alla festa della Libertà a Milano proprio oggi.


Si ma cosa fare oggi? Il piccolo, medio o grande risparmiatore cosa deve fare oggi dei propri risparmi? Se si ritirano tutti i soldi dalle banche, le stesse, già in difficoltà, falliranno (vedi Northern Rock in Inghilterra). D’altronde se si lasciano sul conto corrente si è garantiti fino ad un massimo di 103.000,00 euro.  I pronti contro termine, sì,  ma bisogna fare attenzione poiché spesso il sottostante non è un titolo di stato ma un’obbligazione bancaria. Titoli di stato? Sì, ma non sono infiniti e tra l’altro acquistando tutti titoli di stato si fanno lievitare eccessivamente i prezzi a scapito del rendimento.


A pensarci bene il cosiddetto “risparmio gestito” non sembrerebbe così male.  I fondi comuni di investimento o SICAV (società a Capitale variabile) costituiscono uno strumento di diversificazione del rischio per loro natura. Infatti scelto un benchmark (indice) di riferimento essi investono su una molteplicità di titoli diversificando il rischio di default rispetto ad un titolo singolo. Eppure da qualche anno i risparmiatori italiani ( come si legge dai dati assogestioni) su consiglio spesso delle stesse banche, hanno lasciato tale tipo di investimento.


La scelta è caduta casualmente a favore di servizi finanziari più interessanti ( ma per chi?), facendo leva sul cosiddetto “capitale garantito”, tantissimi risparmiatori hanno convertito i fondi in polizze “index linked “, poiché ritenute più sicure. Con il senno di poi però tale comportamento non sembra aver giovato a tutti, infatti a seguito del fallimento di Lehman Brothers, diverse migliaia di risparmiatori si sono ritrovati il cosiddetto “cerino in mano”.  Le polizze da essi sottoscritte erano costruite con un’obbligazione Lehman che garantiva il capitale ed oggi non sanno quale sarà l’entità della perdita in conto capitale, alla faccia dell’operazione a “capitale garantito”. La situazione di tali obbligazioni è sospesa fino alla fase di conclusione della procedura  pre-fallimentare prevista dal “Chapter 11” Una volta conclusasi tale fase in base alla tipologia di obbligazione ( privilegiata  o subordinata) si saprà quale percentuale di capitale verrà rimborsata ( 10%, 20%, 30% …….) ad ogni singolo risparmiatore. Paradossalmente chi ha deciso di rimanere su un fondo comune di investimento è rimasto esposto a tale default per un parte irrisoria del capitale,  nel caso poi di fondi di natura obbligazionaria, il default dei titoli Lehman ha solo limato la performance annua del fondo. Questo proprio in considerazione della maggiore diversificazione del rischio insito nel Fondo Comune.


 


La crisi in atto probabilmente non si  arresterà nel breve,  fatto sta però, che c’è chi in questo momento sta acquistando a mani basse facendo certamente dei buoni affari. E’ notizia di questi giorni che il miliardario americano Warren Buffett ha acquistato partecipazioni importanti in Banche  società di Utilities ed altro. Ma allora il mondo non è finito, c’è ancora chi trova del valore nelle aziende presenti sul mercato!


 


In conclusione credo che valgano sempre i principi che sono alla base di ogni investimento fatto consapevolmente. Chi ha i propri risparmi investiti in modo diversificato sia per asset class che per orizzonte temporale corrispondente, non credo debba preoccuparsi eccessivamente, anzi dove è possibile sarebbe auspicabile intervenire con acquisti  periodico/sistematici  su indici o settori più penalizzati dandosi un arco temporale sufficientemente ampio.


 


Positano 05/10/2008


 


 


Francesco Fusco


Promotore Finanziario


 


 

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