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BENNATO, CONCERTO IN SPIAGGIA A POSITANO

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Sabato 21 giugno il musicista napoletano porterà il suo ritmo trascinante e i suoi testi carichi di poesia a Positano sulla Spiaggia Grande, dalla Costiera Amalfitana, Amalfi e Ravello, e Sorrento tutti aspettano “Grande Sud” di Concita De Simone

Mandola e chitarra battente; sole e terra; ritmo e poesia: questi i connubi per presentare Eugenio Bennato, quello della Taranta Power (www.tarantapower.it), quello che a Sanremo, all’ultimo Festival, con “Grande sud” ha scatenato la compassata platea e che a Vicenza, al Festival Biblico tenutosi nelle scorse settimane, ha proposto una grande festa della “mediterraneità”, come luogo di incontro e dimora di popoli e culture diverse.

In pieno tour promozionale, per presentare al pubblico il suo nuovo album “Grande Sud”, 5 canzoni inedite più 7 motivi estremamente popolari del suo repertorio, ri arrangiati e reinterpretati, Eugenio Bennato sarà anche a Roma il prossimo 18 giugno al Parco degli Acquedotti, nei pressi di Cinecittà. Mandola, chitarra battente (quella a 5 corde, di origine barocca) e tamburello, sono gli strumenti principali della sua taranta. Il sole, di cui si diceva all’inizio, è quello di Napoli, la città che gli ha dato i natali nel 1947 e la terra rappresenta il suo attaccamento viscerale alle sue origini. Il ritmo è quello trascinante delle sue composizioni; la poesia, quella dei suoi testi e quella dell’espressività con cui ammalia sul palco

Quando uno pensa a Eugenio Bennato, pensa alla Taranta power, che non è solo una canzone del tuo ultimo album, ma un vero e proprio movimento che tu hai fondato esattamente 10 anni fa. Che cos’era allora e cos’è diventato oggi?
Era la convinzione che fossero maturi i tempi per chiamare a raccolta tante energie, perché il movimento si appoggiava a me ma ha coinvolto subito tante persone spontaneamente. Tutto è nato durante un concerto in provincia di Brindisi, quando, improvvisamente, delle ragazze schizzarono fuori mettendosi a ballare. Allora pensai che tutto il movimento della musica etnica, che non aveva un nome, poteva essere inteso come “taranta”. Prima non esisteva l’intuizione di collegare la mucica etnica del sud a un ritmo e un ballo. In Spagna, tutto questo è il Flamenco, che non è solo un ballo, ma una vera e propria identità. Il termine “Power” dava il senso della modernità. A questo movimento si sono subito affacciati non solo musicisti, ma anche interpreti, attori, registi e artisti vari. Oggi “Taranta power” è il nostro modo di essere meridionali e di avere un’identità inconfondibile.

La tua passione per la musica popolare nasce nel 1969, quando fondi la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Che ci faceva un laureando in fisica nucleare con la chitarra in mano?
I ragazzi possono fare sempre più cose contemporaneamente! La chitarra classica era in controtendenza con le mode del momento. Come all’epoca lo era la NCCP. Era una scelta liceale, anticonformista. Mi divertiva andare ai concerti e portarmi dietro i libri, studiare tra un volo in aereo e un viaggio in treno. Da ragazzo ammiravo la musica brasiliana, gli artisti tranquilli, lo stile ad esempio di Joao Gilberto, mentre andavano di moda i rockettari. E loro lì, con la chitarra in mano, su una sedia con una grande espressività data solo dagli occhi socchiusi.

Dopo alterne vicende, compreso il fatto che fare world music era chic, mentre la musica popolare, il folk nostrano, era per una nicchia da sagra di paese, oggi la musica popolare sembra conquisti sempre più spazi e pubblico. Che ne pensi?
Ci vuole la coscienza di una nuova epoca, quella della globalizzazione. Oggi ascoltiamo musica da tutti gli angoli del mondo, perciò è sempre più importante l’affermazione dell’identità. Il pericolo è di perdere le radici. Abbiamo dovuto girare il mondo per anni per far capire che non facevamo la tarantella tanto per ricreare un’atmosfera di festa, ma che la nostra Taranta era una cosa seria. Adesso quest’idea conquista anche i giovani.

Gli strumenti che usi prevalentemente nelle tue composizioni, trasmettono la vitalità e l’energia di melodie così radicate nella nostra storia musicale, ma anche nella tua storia personale…
Non riesco a vedere qualcosa di più importante del tamburello che ha una tecnica tipica, esclusiva. E’ uno strumento piccolo ma che grazie al suo equilibrio riesce ad essere trascinante. La chitarra battente è unica. Ha un suono insostituibile, evocativo di certi paesaggi. Sono strumenti di partenza da cui non posso staccarmi. Io sono essenzialmente un compositore. La mia vita è scandita dalle melodie che riesco a scrivere.

“Grande sud che sarà quella anonima canzone di chi va per il mondo e si porta il sud nel cuore”… Che vuol dire avere il sud nel cuore?
Vuol dire portare il segno dei sogni, portare nel cuore, ma anche nel volto, negli occhi, il segno del nascere in luoghi dove il paesaggio ci porta a riscoprire dei punti intatti della nostra memoria. Significa avere sempre una riserva di grande poesia.

“Che il meditarraneo sia” è un inno alla ricchezza degli immigrati. “La ricchezza che ognuno apporta ogni uomo con la sua stella, nella notte del Dio che balla/ e ogni popolo con il suo Dio”… La stessa festa fatta di musica diversa… Come viene accolta la tua musica nel mondo?
Quando ho eseguito questo brano ad esempio ad Algeri o a Tunisi, ho sempre provato forti emozioni. Non è retorica. Il mio percorso mi ha portato ad incontrarmi con artisti di varia provenienza, sono scelte musicali, poetiche. E in questi luoghi da dove il sogno è partito e dove ritorna, c’è un impatto forte. Ad Algeri, ricordo in un concerto in un grande anfiteatro e il pubblico all’inizio un po’ scettico, perché noi eravamo europei e non potevamo capirne della loro musica piena di ritmo. Poi, invece, dopo un paio di brani, hanno cominciato a scatenarsi ballando con noi. Questo testimonia che si possibile la coesistenza e la musica è un grande strumento per viverla.

Cosa racconta la ballata di una madre?
Il brano è nato in sala di registrazione. Avevo la melodia ed erano già le 4 di mattina quando ho pensato di metterci un testo. Sono nate una serie di rime. Avevo in mente il concetto del rispetto delle vite, anche di chi non è ancora nato. E’ un tema di grande attualità. Purtroppo, nel dibattito pubblico, spesso alcuni ignorano il punto di vista di chi vorrebbe venire al mondo ma gli viene impedito.

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