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La gente deve sapere.

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In un colloquio avvenuto nell’autunno del 2007 tra Eleonora Moro e Ferdinando Imposimato, la moglie dello statista assassinato dalle Br, suggeriva al giudice, oggi avvocato: “Lei dovrebbe scrivere un libro affinché la gente sappia come sono andate realmente le cose. Bisogna sapere, per evitare che accada ancora.” Sono le parole riportate da Franco Tontoli in un articolo apparso di recente sul periodico La Provincia di Terra e Lavoro di Caserta. Ferdinando Imposimato, magistrato maddalonese, fu giudice istruttore di tutti i processi per il rapimento (16 marzo 1978) e l’uccisione di Aldo Moro (9 maggio 1978). Dopo aver meditato la proposta della vedova Moro, il suggerimento è diventato un libro “Doveva morire” scritto a quattro mani con Sandro Provvisionato, giornalista dell’Ansa all’epoca dei fatti e attualmente curatore del settimanale “Terra!” e degli speciali del Tg5.  Il libro è l’occasione per la richiesta della riapertura del processo che la figlia di Moro, Maria Fida, sottoscrive con lo stesso Imposimato.  Alla domanda di Tontoli, se scrivere il libro, per lui che fu giudice istruttore dei processi Moro sia stato facile o addirittura difficile, Imposimato risponde che scrivere il libro è stato per lui angosciante e tormentoso. Racconta di essersi trovato davanti a prove e riscontri, testimonianze che sarebbero state utili a ritrovare Moro e che furono a lui nascoste, ma anche alla Procura Generale, alla Digos che indagava, ai Carabinieri. Anche il ritardo inspiegabile dell’attribuzione dell’istruttoria processuale e cosa ancora più o inspiegabile, prosegue Imposimato, nei cinque giorni successivi al rapimento furono fatti fuori gli organi della Stato la cui azione avrebbe portato alla liberazione di Moro, a salvargli la vita. In quei giorni si girava a vuoto, prosegue nell’intervista, seguendo persino le indicazioni di maghi e fattucchieri. Si presentarono all’attenzione degli inquirenti ben otto indizi che, se approfonditi e verificati, avrebbero portato alla liberazione di Moro. Mancò la volontà del potere politico, soprattutto la volontà del Ministro degli interni Francesco Cossiga a incidere con i fatti e pervenire al ritrovamento del covo dove era segregato Aldo Moro. Il politico che faceva tanta paura ai suoi ‘amici’ di partito, intendeva portare avanti una grande innovazione, l’incontro tra cattolici e comunisti che da quasi tutti gli ambienti democristiani era considerata una sovversione. Moro era stato un profeta che aveva anticipato di decenni l’operato pastorale di Giovanni Paolo II, l’azione che si è rivelata come la spallata determinante per la caduta del comunismo, rappresentata dallo sbriciolamento del Muro di Berlino. Con Maria Fida Moro, dice infine Imposimato, abbiamo presentato istanza per la riapertura del processo, tra tutti gli atti processuali ci sono le risposte a ciò che è rimasto senza risposta, anche le responsabilità gravissime di organi internazionali come la Ucigos, la polizia di Cossiga, che ebbero un ruolo determinante nei depistaggi, il Kgb, la Raf, la Stasi e la Cia. Trame da far impallidire il più fantasioso giallista di intrighi internazionali. Lo devo a me stesso, alla mia buona fede tarpata da impedimenti misteriosi. Anche se il libro è nelle librerie dal febbraio scorso con recensioni, interviste e dibattiti, dai ‘palazzi’, dai personaggi che li occupavano al tempo, al posto di vagonate di querele, nessuno ha fiatato, un silenzio assordante.


                                        


                                                                                     Giovanna Mangiaracina


 

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