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Una voce che ti abbraccia e consola.

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Bianca ascoltava al telefono, una dopo l’altra, le voci che giungevano da ogni parte, ognuna con una  specifica richiesta, ognuna con la sua pressante esigenza di ottenere immediato lenimento. Era stata scelta da un po’ di tempo per quel delicato compito e lo assolveva al meglio delle sue capacità, usando ovviamente la voce. Il suo corpo era nascosto da una barriera impenetrabile di gentilezza e buon senso e Bianca rispondeva ai suoi interlocutori con immediatezza, cortesia e competenza:


“Buon giorno, Telefono Amico, in cosa posso esserle utile?”


Non era la frase in sé, ma l’intenzione messa nelle parole, nel modo di porgere la sua presenza, con tutta la dolcezza e la forza necessarie ad accogliere le ferite esposte e incontrare dall’altro lato del filo un essere umano generalmente devastato dalla confusione e dall’incertezza.  


Bianca sapeva bene che non esistono problemi che non si possono risolvere e non c’é dolore che non lasci il posto alla gioia e, questa consapevolezza non era per lei una sovrastruttura accademica: ci credeva veramente. Lo sapeva e, davvero metteva questa sua conoscenza al servizio degli altri. Doveva usare le parole e dovevano essere le parole giuste che, nel suo caso, erano sostenute da un dono innato, la sua voce, calda, amichevole, profonda e priva di sgradevoli inflessioni.


Dall’altra parte del filo accadeva spesso che qualcuno piangesse, incapace di esprimere diversamente il proprio bisogno essere aiutato a dirimere un dolore che la vita semina con indifferente abbondanza sul suo precorso.  Bianca sapeva d’istinto come dare un senso alle recriminazioni e come interrompere le lacrime, quasi la sua voce fosse un delicato fazzoletto di lino bianco, e non c’era possibilità che non desiderassero subito asciugare gli occhi e cominciare a parlare di sé.  


Sapeva, Bianca, far nascere il desiderio di dialogare. Aveva la facoltà di comprendere, al di là di un singhiozzo o di un silenzio, profondamente, quale disagio nascondeva la vita di ognuno, sapeva come esplorare i più reconditi segreti che naturalmente, alla fine di ogni chiamata dimenticava,  lasciandoli andare.


 


Un gelido pomeriggio di fine marzo a dieci minuti dalla fine del suo turno Bianca aveva tra le mani la scheda di una donna picchiata dal marito alcolizzato e nello sguardo una pena nei confronti di una vittima che non conosceva, una pena che non le apparteneva, ma che suo malgrado si era impadronita di lei.  Ogni caso è una vicenda a sé stante, ma in questo, Bianca sentiva che vittima e persecutore erano avvolti in un disegno complice a cui non erano capaci di rinunciare. Il malsano gioco delle parti in cui il masochista provoca fino alle estreme conseguenze il debole, costretto a indossare la maschera violenta.


 


Ancora venti minuti e Bianca avrebbe raggiunto la casa in collina dove l’aspettava il quattordicenne Tommaso.  Bianca e suo figlio vivevano senza il padre di Tommaso che, proprio quattordici anni prima, a causa di un incidente stradale, – la  sua moto era uscita di strada e lui aveva battuto la testa sull’asfalto, – l’aveva lasciata, incinta di tre mesi,  nel bel mezzo di un sogno d’amore.


 


 


 


 


 


 


 


 


                                                                Giovanna Mangiaracina


 


 


 


 


 

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