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Dedicato a Sabongt

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Sabongt era l’amico immaginario della nostra dolcissima infanzia. Arrivò un giorno all’improvviso e subito si sedette a giocare con noi. Sapevamo di averlo evocato con la nostra fervida fantasia e pensammo per lui un nome assurdo che soltanto noi due riconoscevamo, per proteggerlo dalla invadente razionalità degli adulti che certamente avrebbero cercato di convincerci che lui non esisteva.  Lo pensammo come ci piaceva, elegante e pieno di fascino; riempiva i nostri pomeriggi di segretezza, mistero, complicità e di tutti i sentimenti che hanno accompagnato fino alla fine la nostra vicenda esistenziale. Al suo arrivo, prima di ogni altra cosa, dirimeva le dispute sorte tra di noi sul modo di giocare.  Sabongt era la nostra palestra per le relazioni con gli altri. La sua mediazione fece di noi, oltre che due fratelli, degli amici sinceri che non avevamo bisogno di litigare per chi avesse torto o ragione, perché lui trovava sempre la strada giusta per farci fare la pace. Insieme a lui eravamo invincibili, un vero gruppo composto da tre entità distinte e complementari. Ci frequentavamo assiduamente e presto entrò a fare parte integrante della nostra vita, dei nostri giochi e anche dei nostri piani per il futuro.


Giocavamo a fingere di essere i nostri genitori quindi Sabongt era un adulto, non un bambino come noi e sapeva comportarsi in ogni circostanza con saggezza e coraggio. Ci indicava la strada da percorrere senza imporre limiti al gioco. Era insomma l’amico che ognuno avrebbe desiderato, ci insegnò la generosità e la lealtà, l’importanza dell’amicizia e la dedizione nelle relazioni che poi nella vita avremmo tentato sempre d’instaurare con gli altri.


A volte era impegnato altrove, allora gli telefonavamo con il filo della tenda collegato all’orecchio e ci mettevamo d’accordo per vederci più tardi, quando gli impegni erano per lui esauriti.


Sabongt arrivava inevitabilmente poco dopo, con la sua valigetta ventiquattrore, che gli pregavamo di posare da qualche parte per potersi finalmente distrarre dai problemi lavorativi. Poi sedeva insieme a noi, generalmente a tavola, per una cenetta deliziosa durante la quale si mostrava attento e disponibile nei nostri confronti e felice per le leccornie che gli offrivamo.


La sua presenza rendeva i nostri giochi un vero spasso e rispondendo alle nostre mille domande allargava la nostra prospettiva del mondo. Non c’era argomento o curiosità di cui non volesse discutere,  e non c’era alcun nostro desiderio che non lo coinvolgesse, segretamente legato ai nostri pensieri, alla nostra gioia di vivere e di scoprire tutto della vita che nel prossimo futuro avremmo anche noi con generosità affrontato.


 


 


 


 


                                                                       Giovanna Mangiaracina


 


 


 


 


                                                                                           


 

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