Una leggerezza assai speciale.

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    La scrittura creativa è in sintesi una possibilità, di esercitare l’arte della narrativa, laddove la pratica della scrittura rimane sicuramente un processo oscuro, impenetrabile.  Soprattutto, la scrittura creativa non ha come scopo principale diventare famosi e magari anche ricchi, ma sperimentare, dirigere lo sguardo oltre l’orizzonte, immaginare, narrare per se stessi, magari re-interpretando altra scrittura, indagando dentro si sé, intavolando dialoghi immaginari o inscenando storie reali.  

    La scrittura creativa favorisce il raccontare, la sceneggiatura, il giornalismo, ogni forma possibile dello scrivere purché, secondo me, questo scrivere tocchi il cuore e stimoli le meningi. Purché le parole siano usate al meglio, nella forma e nei contenuti, purché ci lasci andare al trarre il meglio dalla tastiera o dall’amica penna per il sommo il piacere dell’altrui leggere.

    Scrivere soggiace a un desiderio: morire, senza temere la morte perché consapevoli che non esiste se non nell’espressione dell’umana paura, indi lasciare una traccia, dunque sopravvivere, trasformandosi e trasfondendosi nell’incedere del narrare.

    E dunque, dopo essermi lasciata trascinare per un po’ dal desiderio di giornalismo, ecco che il desiderio del racconto preme e pesa, deciso a farsi sentire, e così lasciando da parte notizie e notiziuole, morendo ad esse… nasce dalla mia tastiera e dall’unione consapevole di quest’ultima con le mie dita, un po’ del mio narrare…

     

     

    Una leggerezza assai speciale vela lo sguardo di chi desidera fortemente amare ma, il più delle volte il significato della parola amore assume le vesti di un abito fuori luogo, perché soggiace quasi sempre alla confusione con il bisogno di ottenere ciò che si desidera. Basterebbe smettere di desiderare, ma non è possibile…

     

    Si aggirava per stradine che conosceva benissimo come uno straniero indeciso sul percorso, inconsapevole di dove stesse andando, nella speranza di trovare una riposta alle sue solite domande.

     

    I negozianti della zona lo scorgevano spesso affondare con il naso nelle loro vetrine e rimanevano per un attimo speranzosi prima di vederlo definitivamente sparire tra la folla della città.

    Un pomeriggio era entrato nel negozio del fruttivendolo, e dopo aver a lungo fissato le cassette di frutta se n’era andato mugugnando delle improbabili scuse.

     

    Attraversava quei vicoli sempre alla stessa ora del mattino e rientrava sempre alla stessa ora della sera sbandando in cerca di qualcosa o di qualcuno, prima di infilarsi nell’ampio portone dov’era andato un anno prima ad abitare. Il portiere ce l’aveva con lui perché la ragazza con cui era entrato in casa da inquilino se n’era andata via due mesi dopo, in una gelida sera, piangendo, e non era tornata.

     

    Usciva dal palazzo per andare a prendere i giornali al mattino prestissimo e poi rientrava a casa a fare colazione. Scendeva più tardi di corsa perdendosi nella folla della metropolitana verso un’altra zona della città.

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