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La decrescita felice. Era il 18 marzo 1968…

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Dalla insoddisfazione e dalla infelicità che serpeggiano e avvincono le nostre consumistiche giornate, può nascere il disfattismo di chi pensa: ‘E cosa possiamo farci?’’ E’ così che va il mondo.’ e ‘Chissà dove andremo a finire…’ oppure, può nascere la speranza di coloro i quali, senza sosta cercano e s’interrogano sulle possibilità che la vita stessa ci offre per essere davvero migliorata e riportata a misura d’uomo. A coloro i quali amano la vita, che amano sperare e cercano incessantemente, senza fermarsi sulla superficie delle cose, dedichiamo qualche parola sull’idea della decrescita felice, per approfondire un argomento che può apparire nuovo e rivoluzionario e che, invece, trae spunto dalle idee già espresse da molti scienziati ed economisti e sulla quale sono stati già scritti molti libri. Andando a scovare con curiosità nel passato scopriamo infatti che già qualcuno (poco prima di essere ammazzato) aveva espresso tali idee affermandole con veemenza durante un discorso avvenuto ben 40 anni fa. Era il 18 marzo del 1968 e Robert Kennedy pronunciava queste parole: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.”


Straordinario discorso!!! Quanti se lo ricordano??? Chissà, se qualche ambizioso politico si permettesse il lusso di farlo oggi, a distanza di quarant’anni… probabilmente farebbe la stessa fine..


Ma nel frattempo, quarant’anni sono molti e, scienziati ed economisti hanno avuto il coraggio di esprimere le stesse idee e, proprio il pianeta in cui globalmente viviamo, sembra suggerire con forza sempre maggiore, attraverso i cambiamenti climatici e le immani traversie dell’umanità, che l’andamento economico imposto da una piccola maggioranza dell’umanità, non può continuare a determinare il destino e dell’umanità intera, e del pianeta stesso che, benevolmente, ancora ci ospita. Ebbene, c’è qualcuno che parla coraggiosamente di decrescita felice, cioè una sorta di “elogio dell’ozio, della lentezza e della durata, della consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione, un elogio dell’indifferenza alle mode e all’effimero, il bisogno urgente di attingere al sapere e alla tradizione, di non identificare il nuovo con il meglio, il vecchio con il sorpassato, la conservazione con la chiusura mentale. Il bisogno urgente di non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso. Il bisogno urgente di distinguere la qualità dalla quantità, di desiderare la gioia e non il divertimento, di valorizzare la dimensione spirituale e affettiva, di collaborare invece che competere, di sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento che liberi le persone da ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci meglio.” Sono parole di Maurizio Pallante saggista, consulente del Ministero dell’Ambiente per l’efficienza energetica, ma abbiamo anche quelle di Serge Latouche, professore di Scienze Economiche: “la ‘Società della decrescita’ presuppone come primo passo la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita, e come secondo passo l’attivazione di circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta 8 obiettivi interdipendenti:


rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.


Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.
Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.
Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico.


L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.
Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti


(infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).
Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti.


Predare meno piuttosto che “dare di più”.
Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.
Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.


Ebbene sì! La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente, ma anche per ripristinare un minimo di giustizia senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione. I limiti del patrimonio naturale non pongono soltanto un problema di equità inter-generazionale nel condividerne la disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri attualmente viventi dell’umanità! La decrescita non significa un immobilismo conservatore: la saggezza tradizionale considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. Organizzare la decrescita significa rinunciare all’immaginario economico, vale a dire alla credenza che di più equivale a meglio. Significa segnare con fermezza l’abbandono dell’insensato obiettivo della crescita per la crescita. Non significa crescita negativa, quindi disastro, ma un’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. Senza rinnegare la nostra appartenenza all’Occidente, possiamo aspirare, come disse Robert Kennedy a un miglioramento della vita e non ad una crescita illimitata del PIL. Reclamando la bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche e l’accesso all’acqua potabile, la trasparenza dei fiumi e la salute degli oceani. Esigendo un miglioramento dell’aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo. E’ una strada in salita: la lotta ai rumori, ampliare gli spazi verdi, preservare fauna e flora selvatiche, salvare il patrimonio naturale e culturale dell’umanità, senza parlare dei progressi da fare per la democrazia. E non è un’idea tecnofoba, la decrecita felice è parte integrante dell’ideologia del progresso e presuppone il ricorso a tecniche sofisticate alcune delle quali ancora da inventare. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che un aggravarsi del male. Pensano che l’economia sia il solo mezzo per risolvere la povertà quando è proprio l’economia che la genera. Lo sviluppo e l’economia sono il problema e non la soluzione, continuare a pretendere il contrario fa parte del problema. Una decrescita accettata e ben studiata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa e addirittura dionisiaca.



 


 


Giovanna Mangiaracina



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