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SEAN PENN A SORRENTO L´ANTEPRIMA

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Successo delle giornate internazionali del cinema. Positanonews ha intervistato Salvatores, Muccino, Ambra Angiolini ed altri che metteremo in rete sulla WEB TV (a sinistra del sito) in questi giorni, fra i film, in anteprima questa sera  Into the Wild, il film di Sean Penn, che consigliamo. Perdersi nella frontiera, la wilderness, il confronto con l’ altro, la scommessa dell’ autosufficienza, il distacco dalla famiglia, il nomadismo, la presenza di Dio… È il primo dei meriti di Penn: aver scelto per la sua quarta regia una storia che supera di slancio il respiro dell’ aneddoto per aprirsi su una riflessione molto più ampia, che abbraccia i miti fondanti di una nazione e di una cultura. La storia è quella, vera, di Christopher McCandless (Emile Hirsch), ventenne del West Virginia che dopo il diploma conseguito a pieni voti decide di rompere ogni rapporto con la propria famiglia – e con una brillante prospettiva universitaria – per girovagare negli States. Con due scopi complementari: recuperare un rapporto incontaminato con la Natura e tagliare ogni possibile legame con il consumismo e l’ arrivismo imperanti. Senza nessun tipo di rete: né economica (devolve i suoi risparmi in beneficenza, taglia le carte di credito, brucia quelle sanitarie e d’ identità) né sociale (nessuna comunicazione alla famiglia, nessun supporto o aiuto). Un viaggio lungo quasi tre anni che lo porta ad attraversare il Paese per poi dirigersi dove pensa di potersi confrontare con la Natura allo stato puro, cioè in Alaska. Responsabile anche della sceneggiatura (tratta dal libro di Jon Krakaurer edito in Italia da Corbaccio), Penn rompe da subito la continuità spaziale e temporale per ridurre al minimo l’ enfasi epica del viaggio (solo verso la fine dei 148 minuti di proiezione ci si comincia a interrogare sul destino di Chris) e approfondire invece alcuni momenti fondanti di quella esperienza. Come se i vari episodi vissuti dal protagonista, che intanto si fa chiamare Alex Supertramp (il super camminatore), fossero piuttosto delle divagazioni filosofiche sui singoli aspetti della mitologia americana. Ecco allora l’ esperienza della distanza attraverso gli spostamenti e i viaggi – in autostop, in treno, soprattutto a piedi – dove misurarsi con la Natura come estensione, come terreno «di gioco». Oppure le pause di lavoro (Chris/Alex deve pensare a mantenersi, a pagarsi l’ equipaggiamento per l’ Alaska), dove il film ci mostra un’ altra America, agricola ma soprattutto cameratesca, scanzonata, lontanissimo dal perbenismo borghese della famiglia McCandless. O l’ incontro con Jan e Rainey (Catherine Keener e Brian Dierker), hippies un po’ fuori tempo massimo che offrono al protagonista il calore di un affetto totalmente gratuito, senza autoritarismi o «ricatti sentimentali». O ancora la componente più selvaggia e inquietante della Natura, come le rapide del Gran Canyon, i fiumi in piena dell’ Alaska, la mancanza di cibo quando non addirittura di un cibo avvelenato. O la «parentesi» con un vecchio (Hal Holbrook) che gli fa vedere l’ armonia divina che esiste nella natura e nelle cose… Penn, che cercava di realizzare questo film da più di dieci anni e che si augura «di far battere i cuori dei giovani più velocemente» offrendo loro l’ indicazione di «un percorso alla ricerca di una maggior libertà e una minor dipendenza dal confort e dal consumismo», sceglie uno stile di regia che cerca di adattarsi alla varietà dei temi affrontati, modificando continuamente il modo di riprendere, a volte sottolineando la bellezza selvaggia della Natura, altre volte spezzando l’ inquadratura come per far dialogare tra loro immagini diverse, altre volte ancora scommettendo tutto sui primissimi piani e la forza espressiva degli attori. Tutti davvero straordinari. Per costringerci, con un drammatico finale che non sveliamo, a fare i conti con l’ ultimo «messaggio» lasciato da Chris: la propria felicità va divisa con gli altri.

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