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emergenza incendi in costiera

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Con la torrida estate 2007 ritorna in costiera un solito quanto triste spettacolo: colonne di fumo che si innalzano dalle montagne, boschi in fiamme che rendono opachi i panorami della nostra costa.
Segnali che annunciano che i pochissimi incendi avuti nel 2006 sono stati solo una breve parentesi lungo il decennale cammino del fuoco in costiera (che ha visto in dodici anni ,1994-2006, bruciare circa 18 km2 di vegetazione) e che “l’industria degli incendi”, anche qui da noi, è ripresa a pieno regime.
Definire come industria questo annoso problema può sembrare poco appropriato, ma è un termine che ben si adatta a descrivere il meccanismo creatosi attorno alla risorsa “incendio boschivo” che vede nell’eliminazione volontaria della vegetazione uno strumento per ottenere benefici economici in maniera diretta o indiretta.
Basta notare quanto il WWF metteva in evidenza, già nel 1993 (in un esposto-denuncia), per comprendere il perverso sistema creatosi grazie all’inadeguatezza della normativa italiana:
“Di fatto un movimento cospicuo di pubblico denaro è attivato ogni anno nel nostro paese dalla cosiddetta emergenza degli incendi boschivi e rappresenta una componente di rilievo nei bilanci delle Region, competenti per legge sull’intera materia. Sono gli incendi, ad esempio, a giustificare l’assunzione temporanea di migliaia di operai idraulico forestali, scelti con criteri più o meno opinabili; sono gli incendi ad attivare una serie di innumerevoli e costosi interventi di risanamento- dalla sistemazione idrogeologica alla bonifica dei costoni devastati dalle fiamme- che si traducono spesso, a loro volta, in appalti con imprese private; sono sempre gli incendi, naturalmente, a dare l’avvio a progetti di rimboschimento che magari, a loro volta, verranno vanificati da un nuovo incendio.[…]” .
La ricerca di un profitto è, quindi, la causa da ricercare in tutti gli incendi di origine dolosa e, oltre alle cause di tipo “occupazionale” sovra esposte, si possono evidenziare anche altre motivazioni che spingono ad innescare incendi boschivi, tra le quali: la volontà da parte dei pastori o contadini di recuperare terreni occupati dalla vegetazione per destinarli al pascolo o a coltivazione agricola, oppure la possibilità per privati di guadagnare dalla scomparsa della vegetazione a fini di speculazione edilizia.
Questa è la struttura che trae alimento dal fuoco boschivo e che è possibile immaginare attiva anche in costiera amalfitana, anche se non si è mai riusciti ad individuare un colpevole che indirizzasse verso l’una o l’altra ipotesi.
Dal 1994, infatti, si sono avuti circa 200 incendi, nel territorio tra Vietri e Positano, e circa il 90% di questi è stato ritenuto di origine volontaria, mentre il restante 10% è da suddividere tra incendi di origine involontaria, naturale o non classificabile. Inoltre i responsabili sono stati individuati solo in alcuni casi di incendio involontario. Per meglio sottolineare l’esistenza di manovre losche dietro l’origine degli incendi estivi “costieri”, basta considerare che spesso l’origine degli incendi è da individuare nelle immediate vicinanze della statale 163, una manovra pianificata per rendere più proficuo l’atto criminale: rendere pericolosa l’arteria principale della costa, sulla quale d’estate transitano migliaia di veicoli, permette di ottenere interventi straordinari (più costosi e condotti senza regolare gara proprio in virtù dell’emergenza) in altri campi, oltre alle operazioni di spegnimento, a quelle relative alla bonifica per la caduta massi o per il riassetto idrogeologico.
La normativa italiana e quella regionale non risultano efficaci a risolvere tutti i problemi relativi alla lotta agli incendi e a spezzare un ragionamento del tipo “più incendi = più soldi” chiaramente ipotizzabile evidenziando i collegamenti tra incendi e le attività ad esse correlate (spegnimento, risanamento idrogeologico, assunzione di personale avventizio, programmi di rimboschimento), mentre in altri campi l’efficacia legislativa risulta vanificata dalla staticità dei singoli comuni.
Infatti, l’obbligatorietà di dotarsi di un catasto delle aree incendiate, è stata rispettata da una percentuale bassissima di comuni (tra i quali non risultano quelli della costa): senza una chiara definizione del territorio bruciato non si possono applicare le restrizioni relative al pascolo e al piano edilizio, che di fatto eliminano alcune delle cause di incendio.
Un primo passo per migliorare questa drammatica situazione sarebbe il potenziamento della prevenzione, la prima fase della lotta agli incendi, che attualmente è praticamente assente sul nostro territorio ma che sarebbe l’unica a permettere di abbattere i costi delle operazioni di spegnimento (affidate a privati) e di risanamento oltre, naturalmente, a mettersi in regola con le disposizioni nazionali in materia, provvedendo urgentemente a redigere il catasto delle aree bruciate.


Luca Di Bianco


fonte: agorà 19 (luglio-agosto)

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