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Gli articoli di Marzo di Agorà: attualità/che fine fanno i finanziamenti pubblici

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Una storia “all’italiana”
L’assegnazione di fondi pubblici tra appalti e “magna magna”


I PIT (Piani Integrati Territoriali) rappresentano uno strumento essenziale, almeno a livello teorico, per la cosiddetta “programmazione negoziata”, ovvero per la messa a punto di progetti che creino sviluppo per i sistemi economici territoriali e che siano frutto di un’accurata concertazione da parte di tutti i soggetti coinvolti nel sistema stesso (enti pubblici, imprese, cittadini).
In Campania questa forma di governance è relativamente recente e stenta a decollare, se non dal punto di vista teorico, almeno da quello pratico. Prendiamo ad esempio un settore a noi molto vicino, quello turistico: per l’anno 2007 sono stati assegnati alla nostra regione ben 7 PIT, ma quanti di essi avranno un riscontro positivo? Spesso i PIT campani sono stati al centro di numerose analisi e di inevitabili polemiche, perché il ritardo nei tempi di attuazione previsti è stato evidente, ma anche quando le erogazioni sono state puntuali la percezione di inefficienza è rimasta, soprattutto per ciò che attiene la fase di gestione e implementazione dei progetti. Ad esempio nel 2003 un’indagine di ‘Ecostiera scatenò forti polemiche, perché fece luce sul mancato raggiungimento degli obiettivi del Patto territoriale Costa d’Amalfi e sull’impiego dei fondi da parte del soggetto gestore, la Sviluppo Costa d’Amalfi spa, società consortile a capitale misto.
Con il decreto n. 2435 del 01/03/2001, il Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica aveva approvato il Patto Territoriale “Costa d’Amalfi” nei contenuti risultanti dalla relativa istruttoria bancaria, per l’importo totale di 51 milioni di euro, di cui 37,43 milioni di euro per iniziative imprenditoriali e 13,57 milioni di euro per interventi infrastrutturali.
A livello di progettazione la situazione era pressocchè la seguente:
le iniziative private inerivano ai settori del turismo, dell’artigianato e dei servizi. Per il settore turismo furono ammesse per lo più, iniziative di riqualificazione di strutture alberghiere tese alla destagionalizzazione; per il settore servizi si pensava all’ agevolazione di nuove aziende collegate al turismo; per l’artigianato, iniziative di ampliamento e delocalizzazione di piccole imprese, soprattutto nel settore del tessile-abbigliamento e della trasformazione del prodotto agricolo. Gli interventi pubblici riguardavano la riqualificazione del territorio in modo da favorire un incremento dei flussi turistici anche nei periodi di bassa stagione, con particolare riferimento ad interventi di pubblica illuminazione, di realizzazione di aree di parcheggio e riqualificazione del sistema fognario e di depurazione.
Inoltre il progetto prevedeva – e declamava – la creazione di 1000 posti di lavoro, ma, tanto per fare un esempio, in un’azienda di Cava dei Tirreni con 3 milioni di euro di finanziamenti pubblici -derivanti dal patto territoriale- si è ottenuto l’inserimento di una sola unità lavorativa! Per fortuna, dopo quasi quattro anni di indagini, il pm ha formalizzato la fine della fase istruttoria ed emesso gli avvisi di garanzia: tra gli “avvisati” compare una nome autorevole quale quello di Raffaele Ferraioli, presidente della Comunità montana Penisola Amalfitana e vice sindaco di Furore.
Dalle indagini è emerso addirittura che a ricevere un cospicuo finanziamento dal Patto è stata una società viti-vinicola di proprietà della cognata di Ferraioli stesso. Si tratta della “Vini Gran Furore” di Marisa Cuomo, un’azienda produttrice di vini eccellenti che però rischia di veder naufragare i propri sogni di gloria a causa della disinvoltura con cui ad essa sono stati elargiti fondi pubblici grazie alla intercessione di uno stretto parente. Ferraioli infatti, per anni presidente della “Sviluppo Costa d’Amalfi”, non solo ha deliberato il finanziamento a sua cognata senza fare la dichiarazione giurata prevista in casi del genere, ma addirittura ha disposto un altro finanziamento, stavolta addirittura all’azienda di famiglia, la Fer.G.A. srl (Ferraioli Gestione Alberghi).
Questo è solo uno dei tanti casi di cattiva gestione dei fondi pubblici in Campania. Basti pensare al caso Megale Hellas, che sta facendo il giro delle più autorevoli testate nazionali e che ha scatenato un dibattito coinvolgendo addirittura personaggi del calibro di Umberto Eco. Si tratta dell’assegnazione di un finanziamento di un milione di euro e mezzo circa per costruire ad Albanella – un paese che dista appena 20 chilometri da Paestum- un falso tempio greco nuovo di zecca contenente un centro commerciale. Naturalmente la polemica nasce intorno al fatto che più utile sarebbe stato eseguire degli interventi di restauro nei siti di Paestum e Velia, invece di costruire una sorta di Las Vegas in un paesino rurale.
Sprechi del genere costituiscono un grave svantaggio per l’economia della Campania.
Eppure gestire bene la programmazione negoziata gioverebbe tanto al nostro territorio, perchè gli obiettivi da raggiungere sarebbero di fondamentale interesse collettivo: salvaguardia ambientale, valorizzazione delle produzioni tipiche, tutela del patrimonio artistico-culturale , sviluppo e integrazione dei servizi e delle infrastrutture di trasporto e di ricezione turistica.
A questo punto l’interrogativo è d’obbligo: “perché rimanere sempre un passo indietro?”.


Florinda Fiordaliso

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