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Salerno mostra di Paolo Signorino alla Provincia

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La mostra di Paolo Signorino, che è stata inaugurata il 28 dicembre nelle sale di Palazzo sant’Agostino, a Salerno, promossa dalla Provincia, “non risponde solo – dichiara il presidente Angelo Villani – alla pur avvertita esigenza di ampliare il panorama qualificato di opzioni artistiche disponibili per le popolazioni del Salernitano, ma si inserisce in un disegno che punta alla valorizzazione di risorse, energie e talenti creativi che arricchiscono il nostro territorio e che vanno pertanto adeguatamente sostenuti”. Essa, in sostanza, si raccorda – lo rileva il curatore scientifico, Massimo Bignardi – al programma di eventi espositivi voluto da Alfonso Andria, sotto la sua presidenza dell’ente: eventi tesi ad meticoloso scavo nella storia dell’arte a Salerno e nella sua provincia, dalla metà dell’Ottocento a oggi. Un filone di iniziative concretizzatosi nelle mostre di alcuni degli artisti più rappresentativi che hanno attraversato il nostro territorio: da Ulisse Caputo a Pietro Scoppetta, da Gaetano Capone a Gaetano D’Agostino, da Antonio Ferrigno a Guido Gambone, fino all’indimenticabile Matteo Sabino. Poi c’è stata l’ampia antologica di Mario Carotenuto e, ora, quest’omaggio a Signorino, che ne ricostruisce mezzo secolo di attività.


La mostra, che rimarrà aperta fino al 28 gennaio, è accompagnata da un ricco catalogo, realizzato da Grafite edizioni, a cura dello stesso Bignardi, con un’introduzione di Raffaele De Grada. Vi collaborano, con propri contributi, Matilde Romito (“I percorsi dell’arte nell’opera di Paolo Signorino”), Marco Alfano (“Paolo Signorino: un sentiero tra gli ‘incanti’ della letteratura”), Sigismondo Nastri (“Salerno: un incontro a metà degli anni sessanta”: lunga intervista all’artista), Erminia Pellecchia (“Paolo Signorino e la Costiera: l’emozione dello sguardo”) e, per ciò che concerne gli apparati (antologia della critica, mostre, bibliografia), Gennaro Gasparini.


Proprio dalla intervista rilasciata a Sigismondo Nastri  stralciamo alcuni passaggi significativi.


In quale contesto familiare e ambientale è nata la tua vocazione per la pittura?


Mi sono scoperto pittore da piccolo. Non appena trovavo una matita colorata, mi mettevo a disegnare. Non sono mai stato ostacolato in famiglia se non quando imbrattavo i muri di casa.


In quale anno ti sei trasferito a Salerno?


Sono venuto ad abitare a Salerno nel 1964. Ma frequentavo la città già dal 1949-50 per motivi di studio. Abitare a Salerno mi ha dato la sensazione di essere in diretto rapporto col mare. A Battipaglia, per incontrare il mare, bisognava andare alla Spineta. Di Salerno, inoltre, m’interessava il centro storico per il suo valore artistico. Per me è stato come appropriarmi di qualcosa che, fino a quando stavo a Battipaglia, mi appariva lontano.


Quando ha esposto la prima volta a Salerno?


Nel 1969, al Catalogo di Lelio Schiavone, che da poco aveva aperto la sua galleria. Fu Alfonso Gatto a chiedere che, una volta all’anno, la galleria aprisse i suoi spazi a un giovane promettente pittore. Io fui il primo ad essere invitato. Cominciai così a frequentare il gruppo che s’era formato intorno al poeta, composto da Carotenuto, Lelio, Antonio Castaldi, Bruno Fontana, Aldo Falivena e pochi altri. Vi fui introdotto proprio da Mario. Gatto tornava a Salerno periodicamente e, spesso, lo avevo ospite nel mio studio a Canalone con gli amici.


So che hai avuto altri rapporti col mondo della cultura, di là dalla frequentazione con Gatto.


Tra i frequentatori del mio primo studio, quello situato a Canalone, devo ricordare il professor Mario Napoli, allora soprintendente alle Belle Arti, che ci veniva accompagnato dal nipote Francesco. A Milano, all’inizio degli anni settanta, in occasione di una mostra alla galleria Statuto, presentata da Mario Lepore, critico del Corriere della sera, conobbi Raffaele De Grada e la moglie, Maria Luisa Simone, pittrice. Intorno a loro s’era formato un gruppo, denominato ‘8 marzo’, impegnato anche politicamente. De Grada presentò pure la mia mostra del 1974 alla galleria ‘Diario’ e nel 1976 mi diede l’opportunità di partecipare alla Biennale di Venezia con una indagine sui meridionali che lavoravano a Milano: una ricerca antropologica e sociologica sul tema ‘L’ambiente come sociale’ svolta attraverso un ricco dossier di immagini, integrato da foto di miei dipinti. L’anno seguente, partendo da vecchie fotografie di famiglia, feci la prima esperienza sulle tele emulsionate col supporto tecnico di Corradino Pellecchia. Quando Filiberto Menna le vide, mi organizzò subito la mostra alla galleria Taide… Nel 1980, nella presentazione della mia mostra su Proust, scrisse che essa era “anche un omaggio alla fotografia o, meglio, alle vecchie fotografie di famiglia” e che io stavo portando avanti con molta coerenza la ricerca impegnandomi in un processo di decodificazione del messaggio fotografico mediante il linguaggio della pittura… In seguito, al Catalogo, conobbi Michele Prisco che, nel presentare la mia mostra su Salerno nel 1985 a Palazzo di Città, sottolineò che io avevo compiuto un’operazione volta a “restituirci il volto autentico di Salerno”.


 


(da “il Salernitano” del 29 dicembre 2006)

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