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Cenni Storici su Positano

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Le prime attestazioni di presenza umana nel territorio di Positano provengono da una grotta situata in loca­lità “La Porta” e risalgono, per gli strati inferiori, alla cul­tura romanelliana del Paleolitico e, per quelli superiori, allo stadio mesolitico. La grotta risulta utilizzata in un arco di tempo compreso fra i 13.000 e gli 8.000 anni fa. A tale precoce esordio, però, non corrisponde nella zona lo svi­luppo di ulteriori forme di insediamento. Successivamen­te, è la mitologia della tarda età del bronzo a riproporre il sito all’attenzione, nel quadro delle antiche frequentazio­ni, con il noto episodio delle Sirene riferito da Omero. Il racconto, tramandato dagli antichi naviganti egei, rico­nosce nelle tre isolette prospicienti l’attuale Positano ed oggi chiamate “Li Galli”, i corpi delle tre Sirene, Ligéa, Leucosia e Partenope, suicidatesi perchè Odisseo (Ulisse) scampò all’insidia del loro canto. Al di là della trasfigura­zione mitica, il piccolo arcipelago costituiva effettiva­mente un punto di transito obbligato nella rotta seguita dagli achei, a partire dal XV sec. a.C., verso le isole di Ischia e Vivara. “Sirenuse” erano ancora dette in età clas­sica le tre isole dallo storico Strabone, dal quale appren­diamo, inoltre, che l’unico centro abitato della costiera era l’etrusca Marcina, identificabile forse con l’odierna Vietri sul Mare. Solo a partire dal I secolo d.C. alcune località della costa, e fra esse Positano, furono scelte dal patriziato romano per l’edificazione di sontuose ville marittime. Secondo alcuni studiosi la villa positanese sarebbe appar­tenuta a Posides, liberto dell’imperatore Claudio, donde il nome di Posidianum esteso dalla villa all’intero luogo. Il Camera, però, suggerisce che il nome Positano rievochereb­be, nella tradizione dei presunti fondatori, quello di Paestum, da cui provenivano, distrutta dagli Arabi nel decimo sec. dopo Cristo. Per dovere di cronaca occorre dire che molte altre ipo­tesi sono state formulate sui primordi dell’abitato. Ma esse, nonostante le differenti conclusioni cui pervengono, singolar­mente scaturiscono da un principio comune: la pretesa inter­pretazione – sovente avulsa da ogni dato archeologico – del toponimo “Positano”. Ecco che il luogo, di volta in volta, si configura come : mitico scenario dell’amore fra Nettuno e la ninfa “Pasitea”; centro fondato dai Greci adoratori di “Posei­don”; sito fenicio ispirato a”Positan”; podere romano di un tale “Positus”; terra “tutta scoscesa” (dal greco “Pas” + “Tanaòs”) e così via… Sulla falsariga delle assonanze precosti­tuite non dovrebbe, dunque, meravigliare se un goliardo ese­geta concluda che Positano sia stata, invece, fondata da colui che, per primo, “Posuit anum” (vi pose le chiappe!). Scherzi a parte, Positano, al pari degli altri centri della costiera, non palesa origini di facile decifrazione. La stessa Amalfi, alla cui storia Positano fu per secoli indissolubilmente legata, figura menzionata per la prima volta solo sul finire del sesto secolo d.C. in un’epistola di Papa Gregorio Magno. Per Positano le prime notizie storicamente attendibili risalgono al IX – X seco­lo d.C. e descrivono l’insediamento di una comunità bene­dettina che si costituì nell’Abbazia di S. Maria e S.Vito. Dal­1’XI secolo essa venne inclusa nella Congregazione di Cava dei Tirreni, amministrata dalla locale Abbazia della SS. Tri­nità. Assai probabilmente, però, doveva trattarsi solo di una subordinazione spirituale e non anche amministrativa, poichè, al riguardo, ogni monastero era una entità a sé stante. L’Ab­bazia non era solo un complesso architettonico-monumenta­le sede di meditazioni e di culto, ma, secondo la Regola Bene­dettina, un centro di attività intellettuali, manuali e pratiche che inerivano l’intere manifestazioni del vivere quotidiano. Grazie ai Benedettini, sorse ovunque in Europa, fra il V e il VI secolo d.C., una civiltà nuova che fondava sul lavoro la dignità dell’uomo, quando la società germanica considerava ancora la guerra l’unica, degna occupazione dell’uomo libero.] Germani, infatti, a differenza dei Romani, ignoravano che senza la rotazione colturale le terre inaridivano.Da qui il biso­gno continuo di nuove aree fertili, da qui le guerre che agita­rono le tribù per la contesa di zone ancora feconde in una peregrinazione oltremodo dissipativa. Il monastero, invece, era presente e rassicurante nelle sue terre che formavano una massa. La comunità abbaziale presiedeva e partecipava al lavo­ro. Preservazione del “Sapere Classico”, coltivazione dei cam­pi e amministrazione civile del territorio erano regolate secon­do interessi sempre più permanenti e, purtroppo talora, non temperati dalla fede in Cristo. Anche se è pur vero che, in quei secoli di grande incertezza politica, sociale e individuale, poveri, pellegrini e profughi trovavano nel monastero asilo stabile in cambio di mano d’opera. Paradossalmente in Italia, patria di S.Benedetto, il movimento non ebbe la stessa diffu­sione riscontrata nelle altre nazioni europee, forse perchè gli ordinamenti sorti nel nostro Paese erano maldisposti ad accettare il nuovo criterio di vita. Lo stesso papa Gregorio Magno, del resto, si limitò a lodare la Regola, ma non la pre­scrisse, né tantomeno la fece adottare negli altri conventi. Da quest’ultíma considerazione scaturisce 1’ímportanza che il sito abbaziale positanese dovette riscuotere sin dal suo sorgere. Gli abbati positanesi, infatti, “venivano eletti a Roma e celebra­vano come i vescovi, avevano il privilegio di usare le insegne pontificali e – data la maggiore antichità del loro monastero – avevano la precedenza rispetto agli altri abati dell’Archidio­cesi amalfitana, subito dopo i vescovi suffraganei, sia nei sino­di provinciali che nelle “ubbidienze “che si dovevano presta­re agli arcivescovi amalfitani in certi solenni giorni dell’an­no”(L. Di Giacomo – Positano Medievale – ed. De Luca)…….. Continua


Si ringraziano gli autori del libro “Positano”  Giuseppe e Roberto Sabella

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