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SHOCK AND AWE

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E’ il nome che hanno dato all’operazione militare in Iraq. E’ cominciata il 21 marzo. Il primo giorno di primavera. Hanno scelto il mese giusto… Marzo. Il mese di Marte, dio della guerra. Niente rondini nel cielo, ma B52. Shock and awe. Colpisci e terrorizza. Ci sono riusciti. Sì. Non erano forse colpiti e terrorizzati gli abitanti iracheni, mentre 320 bombe si abbattevano su di loro? Non erano forse colpiti e terrorizzati gli aviatori dei B52, mentre si rendevano conto della distruzione che avevano scatenato? Colpisci e terrorizza.
Un ventenne in tuta mimetica e con il cuore a stelle e strisce non era forse colpito e terrorizzato mentre si trovava davanti un ventenne iracheno con il cuore assieme alle proprie famiglie bombardate, e non era forse anche quest’ultimo colpito e terrorizzato?
Colpisci e terrorizza. C’è stato qualcuno che quella sera, alle 19 “ora italiana”, mentre si preparava a cenare, con la pentola già sul fuoco, o col piatto già davanti a sé, che non è rimasto, forse, colpito e terrorizzato dalle immagini “esclusive” della Cnn, con i boati che facevano da sottofondo ai colpiti e terrorizzati cronisti di guerra? Colpisci e terrorizza.

Un ottimo slogan su una locandina di un film dell’orrore.

Poi. Quel lampo che rende lo schermo bianco, per un attimo. Poi, l’inquadratura si allarga. Una linea ininterrotta di fuoco. Il fumo. Quelle colonne di fumo che si innalzano, innaturalmente lente, come alla moviola. Frammenti infuocati scendono altrettanto lentamente verso terra, leggeri, fluttuando, come le “stelline” dei fuochi d’artificio. Poi,  capisci che non è un film, quello. Capisci che in quella frazione di secondo sono scomparse le vite delle persone che erano laggiù. L’innocenza di quei soldatini, reclute, che fino a pochi giorni prima lo prendevano come un dovere verso la patria. La necessità di quei ragazzi iracheni di fare i soldati per il regime del Raìs, perché è un buon lavoro, in un paese dove la vita è dura. Le bandiere arcobaleno sventolate, i corpi nudi che scrivevano NO WAR davanti alla Casa Bianca.
Tutto ciò scompare assieme a quel lampo. E, simultaneamente, come quel lampo che per un attimo ha cancellato ogni immagine, una pensiero mi acceca.


Ora lo so. Stiamo sbagliando tutti, a gridare “Questa guerra non fatela nel mio nome”.

Questa guerra è fatta proprio nel nostro nome. E’ fatta per garantirci il nostro tenore di vita.


Ho pensato alle mie televisioni, ai miei computer, ho pensato alle mie automobili, ai miei vestiti, alla roba che avevo in frigorifero e che oggi ho buttato via perché l’avevo lasciata scadere. Ho pensato ai viaggi, ai mezzi di comunicazione, alla vita sugli allori che il nostro stile di vita ci garantisce. Che ci impone, anche.


America Imperialista! America Padrona! Siamo noi che abbiamo accolto a braccia aperte ciò che l’America ci proponeva. Siamo tutti Americani. L’America non ha mosso un dito, per conquistarci. Anzi, siamo stati noi a chiederle umilmente di condividere con noi i suoi doni. Non è storia nuova. Al tempo dell’Impero Romano, a volte erano gli altri popoli che chiedevano lo status di provincia, per avere accesso ai benefici del grande Impero


E’ così lontana da noi quella realtà? No.

America, America! Non stupiamoci però che, a questo punto della storia, l’America non dia ascolto alle sue province. Che il buon gigante non tenga conto del giudizio dei suoi fedeli nani.
L’America ha deciso. Quanti piccioni hanno preso con una fava? Devo pensarci un attimo.
Prima di tutto ci si può liberare di Saddam Hussein. Per l’America, si dice che rappresenti una minaccia, di sicuro siamo tutti concordi che non è uno stinco di santo. In più, si compirebbe la buona azione di rovesciare una dittatura e “liberare” il popolo iracheno, e questo fa sempre bene all’immagine pubblica.
Come seconda cosa, l’Iraq, a guerra finita, diventerebbe un protettorato americano, con forze militari stanziate per “proteggere la democrazia costata tanto sangue”. Si potrebbe disporre del petrolio iracheno, e si avrebbe una buona testa di ponte in territorio medio orientale, giusto per tenere d’occhio i paesi dell’Opec. Escludendo naturalmente l’Unione Europea e l’Onu.
Per non parlare poi del fatto che, il giorno successivo all’attacco, il dollaro ha avuto un’impennata, schiacciando sotto il suo tacco verde l’euro. Grazie al buon esito dell’attacco, forse, e grazie alle spaccature che questa guerra ha inflitto alla stabilità europea.
Ricordiamoci che fino a qualche tempo fa, l’euro valeva più del dollaro.
Sempre pensando all’Europa… Mi piace “personificare” gli stati. Ora, l’America è un gigante. L’Europa è un ottimo “partner” sia economico che ideologico. Stessa mentalità. E’ un bene, per i mercati, che l’Europa si rafforzi, che cresca… Ma non troppo. Facciamo sì che non diventi un gigante come me. Insomma, che non possa darmi grane. Manteniamola sempre un gradino al di sotto, giusto per evitare in futuro brutte sorprese.
Io non sono un’economa, non sono una stratega; probabilmente gli strateghi (e gli economisti) americani hanno esattamente previsto il corso di questa guerra, e le ripercussioni che avrà a livello internazionale, compreso il problema del terrorismo. Magari, a lungo andare un po’ di terrorismo potrebbe perfino giovare all’America. Magari qualche altro attacco terroristico potrebbe persino legittimare l’invasione da parte dell’America di quegli stati che, secondo “fonti sicure”, sostengono il terrorismo. E che, per di più, sono pieni di petrolio.
L’America ha deciso. Evviva l’America. Noi tutti siamo l’America. L’abbiamo voluto noi.
Colpisci e terrorizza.
Tutte queste riflessioni mi sono balenate nella mente con la stessa rapidità e con lo stesso bagliore di quello scoppio su Bagdad. Per tutti i pensieri che in quello scoppio si sono spenti per sempre, tanti se ne sono accesi. Non nella mia testa sola, ma nella testa di tanti.
Almeno spero. O forse ho letto troppi libri di Tom Clancy. Non fa niente.
Mi sento demoralizzato. Mi sento cinico.
Mi sento vecchio, una vecchia pietra su cui l’acqua del fiume scorre via.
Anche questa guerra sarà seguita da quella che io chiamo “Fase 1984”? 1984 è un libro di Orwell. In cui l’umanità è in guerra. Un guerra che si segue solo sugli schermi. Una guerra in cui si crede a tutto ciò che la televisione dice. In cui gli avvenimenti passati “devono” essere dimenticati, pena la morte. E così, ci si dimentica di ciò che è successo.
Anche “Colpisci e Terrorizza” sarà seguita dalla “Fase 1984”?
Quanti di noi si ricordano della Prima Guerra del Golfo?
E quanti di noi sanno qualcosa sul paese Iraq, sulla sua storia, sulla politica, sulla società?
Quanti di noi si sono chiesti cosa è successo in Afganistan dopo che i giornali e le tv hanno smesso di parlarne?
Quanti di noi si ricordano anche solo della guerra in Afganistan?
Fase 1984.
Nonostante tutto, forse questa volta sarà diverso.
Le manifestazioni della pace non sono servite ad impedire la guerra, e il massacro che ne seguirà. La Fase 1984 per loro era scattata persino in contemporanea, e non retroattivamente.
Le tv non hanno trasmesso i cortei, i numeri comunicatici dai media erano inesatti, per difetto. Leggetevi 1984. Troverete amare somiglianze.
Eppure, qualcosa sarà diverso, forse.
C’è nell’aria un sentimento strano, a livello mondiale. Un senso di comunione che non si sentiva da tanto tempo. Da trentacinque anni circa. Non sto cercando un paragone. In mezzo ci sono stati gli anni 80 e la loro esaltazione dell’ego e della competizione. Ne siamo ancora schiavi, basta guardare dei ragazzi che sembrano, sono, più vecchi e scaltri dei loro genitori.
Forse i fatti di oggi serviranno a creare un nuovo sentimento di solidarietà, di consapevolezza, a livello mondiale. Forse la generazione di questi giovani sarà migliore della precedente.
Lo spero.
Ma non troppo. Però spero.
Sono ancora colpito, e terrorizzato.
Forse, se non fossi colpito e terrorizzato non mi verrebbero in mente queste cose, tutti questi pensieri che si accavallano nella mia mente, a volte cinici e freddi, a volte pulsanti di passione.

Ma non preoccupiamoci.
Roma cadde a causa delle sue dimensioni.
L’America cadrà per qualche altro motivo.
E noi saremo sempre qui a chiedere che qualcuno prenda il suo posto. E saremo sempre qui a sperare che un giorno l’uomo cambierà.


                                        Michele De Lucia

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