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24/09/2009

Il Cardinale Carlo M. Martini risponde sul grande mistero del male.

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Sul Corriere della Sera del 30 agosto 2009, nella rubrica “Lettere al Cardinal Martini”, sotto il titolo “Il grande mistero del male. Dal dolore il vero perdono”, puoi trovare le risposte del Cardinal Martini ad alcune lettere sul male e sul dolore.  

Da sempre stimo il Cardinale Martini. Ne apprezzo, in modo particolare, l’apertura mentale e l’onestà intellettuale. Penso che se fosse stato eletto Papa al posto di Ratzinger, come sembrava possibile nel 2005, la Chiesa sarebbe oggi meno arroccata sulle posizioni oscurantiste attuali.

Sono andato subito a vedere le risposte del Cardinal Martini sul grande mistero del male anche perché, negli stessi giorni, io trattavo lo stesso argomento su PositanoNews.

Devo dire che dalle risposte del Cardinal Martini ho avuto riprova di un convincimento che ho sempre avuto: quella che la teologia cristiana non sia in grado di dare risposte esaustive sull’origine del male e che questo costituisca un ostacolo insuperabile sulla via della Fede per molte persone.  

Riporto innanzitutto il pezzo per intero con le risposte del Card. Martini in corsivo di colore rosso. Subito dopo riprendo, una per una, le riflessioni del cardinale ed esprimo le mie considerazioni.

 

Prima di iniziare, vorrei ringraziare i miei lettori che mi seguono sempre più numerosi e che non mi fanno mancare i loro commenti. Negli ultimi giorni, il mio articolo su “Fede e Felicità” ha superato la soglia dei 7000 lettori, altri articoli hanno superato quella dei 5000. Che dire? Sono sorpreso … grazie per l'attenzione!

 

Corriere della Sera del 30.08.2009

Lettere al Cardinale Martini

Domande risposte

Il grande mistero del male. Dal dolore il vero perdono

 

Eminenza, da molti anni mi viene una domanda: unde malum, da dove viene il male? Come è entrato nei meandri del nostro animo e perché?
Saverio Guzzo
, Carlopoli (Catanzaro)

Mi chiedo spesso che senso abbia il male nella vita dell’uomo, il male inteso come distruzione dell’anima. Perché la mancanza di rispetto per sé, per gli altri, per la natura e l’ambiente? Perché l’odio per il diverso e lo straniero? 

 

Perché la mancanza di amore per chi ci è vicino? Quale diritto ha Dio di farmi uscire dall’utero di mia madre e uccidermi con infelicità e solitudine?
Elisa Bonfanti, Mezzoldo (Bergamo)

 

Mio figlio di 9 anni, che si chiama Simone Pietro, mi pone spesso una domanda: come mai Dio non interviene quando si verificano catastrofi in cui muoiono tante persone? Rispondo che Dio ama gli uomini in modo speciale e che ha un progetto per ognuno di essi.
Barbara Instuli, Brescia

 

Le chiedo di commentare alcuni frammenti del libro «Essere laico» di Umberto Veronesi, che ha il grande merito di contenere un messaggio universale e trasversale. 1) Dove era Dio ad Auschwitz?, ci chiedevamo noi allora. Come si è chiesto anche Benedetto XVI durante la visita al campo di concentramento. Ti rendi conto che non puoi immaginare una divinità buona e anche onnipotente che faccia regredire verso la barbarie. 2) È la storia dell’orologio e dell’orologiaio: se io trovo un orologio non posso pensare che il caso abbia messo insieme tutti quegli ingranaggi: più facile pensare all’esistenza di un orologiaio. Su questo la discussione è aperta e potrebbe non arrestarsi mai. 3) Come si realizza nella vita una persona razionale come lei? Attraverso un grande amore per l’umanità: fortunatamente abbiamo l’istinto di proteggere gli esseri umani (sarei tentato di dire tutti gli esseri viventi) e quello di creare e di costruire.
Ambrogio

 

Queste sono solo alcune delle lettere che mi giungono sul più arduo e grave problema dell’umanità e sulla più grande difficoltà contro la fede in un Dio sag­gio e buono. È normale che rivolgendosi a uno che crede in Dio lo si ponga a contatto con questo tremendo interrogativo: da dove viene il male e perché? Non pretendo certo di essere io a risolvere un problema che da sem­pre si impone all’umanità. Anche nelle punta­te precedenti abbiamo pubblicato qualche let­tera che poneva la questione in quella manie­ra quasi esasperata, caratteristica dei momen­ti in cui la forza di sopportazione sembra ve­nir meno. Vorrei solo, a partire dalla mia esperienza e da quella di molti altri, esporre alcune riflessioni che possono aiutare a collo­care il problema nel contesto giusto.

1) Fino a che verrà considerato in astratto e con la sola fantasia, il problema del male non troverà quasi mai una soluzione logica. Troppi sono gli interrogativi teorici che si as­sommano e troppi sono i mali che la fantasia permette di accumulare e accomunare. Spes­so è molto più utile tagliare il corso dei pen­sieri fantasiosi e mettersi di fronte alla pro­pria realtà.

 

2) Tale realtà ciascuno la vive per lo più in un miscuglio di bene e di male, dove il bene ci aiuta a cercare di limitare il male e anche a vincerlo con il bene. Decisiva è l’esperienza di amare e soprattutto di essere amati, che dà alla vita una impostazione positiva. Spesso vediamo che le più grandi catastrofi naturali suscitano l’impegno ad aiutare efficacemen­te il prossimo.

 

3) Per un cristiano il pensiero va subito al­la morte ignominiosa di Gesù su un patibolo infame. Perché Dio ha permesso tutto questo e non è intervenuto?

 

4) In realtà per vivere tutto questo con sop­portazione, soprattutto quando si accumula­no grandi dolori fisici e morali, occorre avere una forte fiducia in Dio Padre, che conosce tutta la nostra eternità e vuole il meglio per noi, e un grande amore per Gesù. Per questo non si tratta mai di una operazione astratta, ma di un dramma in cui si scopre l’amore di Dio e la nostra capacità di dono e di perdono.

 

Cardinale C.M. Martini

 

<<<<<<<<<<<<<<>>>>>>>>>>>>>>

 

Di seguito commento, una a una, le riflessioni del Cardinal Martini. Forse, nell’esprimere le mie opinioni, mi dilungo più del necessario e, in qualche occasione, vado fuori tema. Rileggendo l’articolo, mi sono reso conto che il commento alle riflessioni del Cardinale è forse solo un pretesto per toccare ambiti più vasti come l’assurdo sacrificio di Cristo, l’origine dei sentimenti umani e l’amore intellettuale di Dio. Se ti annoi leggendomi puoi sempre chiudere la pagina web  :-) … non mi offendo!

 

Card. Martini: Mi chiedo spesso che senso abbia il male nella vita dell’uomo, il male inteso come distruzione dell’anima. Perché la mancanza di rispetto per sé, per gli altri, per la natura e l’ambiente? Perché l’odio per il diverso e lo straniero?

 

Alla prima domanda, “ da dove viene il male? ,  il Cardinale non risponde o, meglio, risponde con un’altra domanda.

Non si azzarda a dare la risposta classica della teodicea, quella di chiamare in causa Satana per affermare che il male nel mondo non è causato da Dio ma è opera del maligno.

La risposta della teodicea tradizionale dovrebbe essere di questo tenore: L’uomo è stato ingannato dall’astuzia di Satana e ora tutto il male nel mondo ha origine NON in Dio, che è solo amore, ma in Satana, che inizialmente era in una posizione importante fra gli angeli di Dio, ma che poi, a causa della sua corruzione (desiderava occupare il posto di Dio) è stato espulso dalla presenza di Dio. (L. Anastase).

Credo che per il Cardinal Martini l’idea della libertà di Satana di sfidare Dio e di contrapporsi alla Sua onnipotenza sia inconcepibile. Anche per me questa idea è assurda perché, se Satana non è ‘ causa di sé ’, in quanto solo Dio è causa di sé, si deve ammettere che Satana non può non essere opera di Dio. Essendo quindi egli soggetto alla potenza e volontà di Dio, si deve riconoscere che il male risale alla responsabilità di Dio stesso.

La domanda da porsi è questa: “ Dio in quanto onnipotente, potrebbe evitare, assolutamente parlando, il Male nel mondo?” La risposta è “ senz’altro sì ”. Allora Dio non solo permette il Male, anzi, concorre e contribuisce alla costruzione della possibilità del Male utilizzando Satana come Suo strumento. Secondo me, questa conclusione è del tutto inaccettabile per il Cardinale Martini e per tanti altri che credono che il Dio buono e giusto non possa essere causa del male.

Il Cardinale evita anche di proporre l’altra tesi della teodicea, quella che “Adamo peccando ha trasmesso a tutto il genere umano il peccato che è morte dell’anima”. Secondo questo dogma, l’origine del male morale nell’uomo, la sua diffusione e propagazione in mezzo a tutti i membri della nostra razza e a tutte le generazioni deve essere fatta risalire al Peccato Originale dei nostri primi genitori nel Paradiso Terrestre.

Credo che il Cardinale sia d’accordo su questo punto con il teologo Vito Mancuso quando questi scrive: “Sostengo, in altri termini, che il centro del cristianesimo consiste in un tale legame tra Dio Padre e l’umanità da rendere insostenibile l’idea che gli uomini siano peccatori agli occhi di Dio per il fatto stesso di essere uomini, come invece vuole sant’Agostino, padre del dogma del peccato originale, il quale li destina alla dannazione solo per il fatto di essere stati generati e il cui pensiero è recepito dal dogma del Concilio di Trento quando proclama che il peccato è ‘propagatione, non imitatione, transfusum’. A mio avviso questa prospettiva, per quanto definita come dogma, è un’offesa alla creazione e alla paternità divina, di cui la mente prima si libera meglio è.

L’unica risposta che, sulla base della sua integrità intellettuale, il Cardinale Martini può dare su questo tema è una non risposta.

 

Card. Martini: Fino a che verrà considerato in astratto e con la sola fantasia, il problema del male non troverà quasi mai una soluzione logica. Troppi sono gli interrogativi teorici che si as­sommano e troppi sono i mali che la fantasia permette di accumulare e accomunare. Spes­so è molto più utile tagliare il corso dei pen­sieri fantasiosi e mettersi di fronte alla pro­pria realtà.

 

Il Cardinale Martini dice che se si usa l’immaginazione e la fantasia non si potrà mai giungere a dare una risposta logica al problema del male. Sono completamente d’accordo. Il Cardinale, però, non ci dice quali sono le fantasie che ingannano la nostra ragione. Secondo me c’è un’unica fantasia che mette tutto nella prospettiva sbagliata: quella che Dio abbia creato il mondo a beneficio dell’uomo e che l’uomo sia ‘un regno a parte nel regno della natura. Se ci si libera di questa fantasia e si accetta il fatto che l’uomo è parte integrante della Natura e, come tale, è soggetto alle sue leggi come tutti gli altri animali e le altre cose, allora, come per incanto, tutto è razionalmente spiegabile, anche il male.

 

Card. Martini: Tale realtà ciascuno la vive per lo più in un miscuglio di bene e di male, dove il bene ci aiuta a cercare di limitare il male e anche a vincerlo con il bene. Decisiva è l’esperienza di amare e soprattutto di essere amati, che dà alla vita una impostazione positiva. Spesso vediamo che le più grandi catastrofi naturali suscitano l’impegno ad aiutare efficacemen­te il prossimo.

 

La riflessione etica è senz’altro giusta. Ma indicare i rimedi non ci dice niente sulla causa del male.

 

Card. Martini: Per un cristiano il pensiero va subito al­la morte ignominiosa di Gesù su un patibolo infame. Perché Dio ha permesso tutto questo e non è intervenuto?

 

Bella domanda! Mi sorprende che il Cardinale ponga la domanda ma poi non proponga alcuna risposta.

Poteva rispondere come suggerisce Franca che “Dio non è intervenuto e ha permesso il Sacrifico perché Egli LASCIA TOTALMENTE LIBERI gli uomini, al punto di fare loro uccidere il Figlio.” Gira e rigira ci ritroviamo sempre a dover fare i conti con “IL TERRIBILE DONO DEL LIBERO ARBITRIO”.

Per un determinista come me, per uno cioè che crede nella onnipotenza assoluta Dio e che crede, quindi, che tutto quello che avviene al mondo avviene per volere di Dio, il racconto del Sacrificio di Cristo è semplicemente assurdo. Vediamo perché.

La “morte ignominiosa di Gesù” è alla base di un teorema, ideato da S. Paolo, che afferma che Dio, a seguito del peccato di Adamo, decreta non solo la ‘morte’ di Adamo stesso ma di tutti i suoi discendenti. Con la sua morte sulla croce, Cristo placa l’ira di Dio, “… salvati dall’ira per mezzo di lui ” (Rom. 5,9), e con la sua resurrezione dai morti restituisce agli uomini ‘la vita eterna al posto della ‘morte’ comminata ad Adamo ed i suoi discendenti. San Paolo scrive … come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.” (Rom. 5,19).

Questo teorema è alla base della religione cattolica. Essendoci stato inculcato in testa fin dalla prima infanzia, esso ci sembra del tutto ovvio … non ci vediamo niente di strano.

Proviamo invece ad analizzarlo con una mente libera, non inquinata dall’indottrinamento religioso. 

Da una prima lettura, la storia potrebbe essere riassunta così:

 

(a)   Dio mette alla prova Adamo e si arrabbia per la sua disobbedienza; 

(b)   come punizione, Dio scaccia Adamo dall’Eden e lo priva della vita eterna insieme ai suoi discendenti;

(c)   a un certo punto, Dio ritiene che sia giunta l’ora di perdonare l’uomo e restituirgli la vita eterna;

(d)   manda Cristo, suo figlio, sulla terra per appianare la strada al perdono;

(e)   Cristo compie miracoli e predica l’amore;

(f)    l’uomo, per tutta risposta, pensa bene di metterlo a morte, di crocefiggerlo;

(g)   Dio non interviene e permette il Sacrificio;

(h)   a seguito della crocefissione, Dio perdona l’uomo e lo riammette alla vita eterna.

 

Come te lo immagini il Dio del racconto? Ti sembra un Dio perfetto, onnipotente e onnisciente? Proviamo a riflettere insieme.

Dalla successione dei fatti, dalla (a) alla (h), si percepisce un Dio-Padre indaffarato nel tentativo di salvare l’uomo. In altre parole, Dio agisce per raggiungere uno scopo, un obiettivo finale: la salvezza dell’uomo. Ma avere un obiettivo significa tendere al raggiungimento di qualcosa che non si ha.

Ora, per definizione, un Ente è perfetto quando non manca di niente, ne consegue che il Dio-Padre del racconto, sarà pure amorevole, ma non è perfetto.

Il Dio del racconto non è onnisciente, perché se fosse stato onnisciente Egli avrebbe conosciuto, a priori, tutta la storia dalla (a) alla (h).

Per esempio, per rimanere al punto (a), perché Dio si adira per la disobbedienza di Adamo? Non sapeva già che Adamo avrebbe disubbidito? Da dove nasce “ l’ira ” di Dio? Ma, soprattutto, perché Dio mette alla prova Adamo già sapendo come sarebbe andata a finire?

Infine il Dio-Padre del racconto non è onnipotente. Il dono del libero arbitrio fatto all’uomo comporta una diminuzione della potenza di Dio. Ma che c. vuoi dire? … ti sento chiedere. Ecco, considera che, al punto (g), Dio assiste alla Crocifissione del Figlio senza fare niente. Perché non interviene? Dio non interviene semplicemente perché, avendo fatto il dono del libero arbitrio, non può intervenire: la Sua potenza è limitata dalla libera volontà dell’uomo che, per essere tale, deve essere SEMPRE libera, fuori dal controllo di Dio.

Non è possibile che l’uomo abbia il libero arbitrio solo in certe circostanze e non in altre. Il libero arbitrio “condizionato” sarebbe un’assurdità, significherebbe solo che l’uomo non ha il libero arbitrio. Quindi il libero arbitrio dell’uomo è una limitazione della libertà e potenza di Dio.

 

Come vedi siamo arrivati alla conclusione che il Dio-Padre non è perfetto, non è onnisciente e non è neanche onnipotente. A quali assurdità si arriva quando si pone l’uomo al centro dell’Universo e quando si immagina un Dio fatto a immagine e somiglianza dell’uomo con le stesse passioni e la stessa psicologia! 

Io credo invece che Dio sia assolutamente perfetto, onnipotente e onnisciente e che tutto nel mondo accade secondo la Sua volontà non secondo i capricci del momento del misero ‘Homo Sapiens’.

Ma forse dietro la Passione, come dice Giuseppe Virdis, ci sono solo questioni culturali, socio-antropologiche, psicologiche, piuttosto che problematiche teologiche.

 

Un altro aspetto della Passione che mi ripugna intimamente è il concetto di sacrificio. Come mai l’idea di sacrificio non turba per niente i tanti credenti? E cos’è un sacrificio?

I sacrifici sono un elemento fondamentale delle religioni primitive. Nella Bibbia, nel Levitico, 1-7, sono descritti in dettaglio i vari tipi di sacrifici, le modalità rituali e persino le tariffe sacerdotali. Il Signore gradisce molto i sacrifici e in modo particolare il profumo della carne cotta: la frase “… sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore” è ripetuta ben sei volta nel Levitico, 1-3.

Il sacrificio è sostanzialmente un commercio, un dare e avere, fra la divinità e l’uomo. La comunità o l’individuo offre a Dio un dono o una vittima sacrificale. Dio, in cambio, esaudisce una richiesta (sacrificio propiziatorio) oppure condona una punizione (sacrificio espiatorio).

Certo, i sacrifici erano usati nei rituali religiosi primitivi ed attualmente non sono più fatti. Oggi, fortunatamente, lo sgozzamento pubblico e rituale di un agnello offenderebbe la sensibilità della gente comune oltre che provocare reazioni pesanti da parte di animalisti e ambientalisti.

Ciò non toglie che il teorema fondante del Cristianesimo sia costruito su un disgustoso sacrificio cruento, un atto barbarico, dove un uomo è la vittima sacrificale.

Io mi chiedo, dalla mia prospettiva determinista, perché la vista di un povero agnello sgozzato, al giorno d’oggi, insieme alla pietà per la povera bestia, provoca sentimenti di sdegno, repulsione, disgusto verso gli autori dello sgozzamento, mentre l’immagine di un uomo, il Cristo, torturato, flagellato e messo in croce non provoca sentimenti analoghi nei confronti dell’ideatore del sacrificio.

La visione del film di M. Gibson “La passione”, esemplare nel descrivere la crudeltà e l’oscenità dei sacrifici, provoca nei credenti sentimenti di sdegno nei confronti dei romani e degli ebrei che mettono a morte Cristo. Tutto sbagliato: i romani e gli ebrei non c’entrano niente, sono solo gli interpreti della volontà del Dio-Padre: TUTTO NEL MONDO AVVIENE SECONDO IL VOLERE DI DIO!

 

Card. Martini: In realtà per vivere tutto questo con sop­portazione, soprattutto quando si accumula­no grandi dolori fisici e morali, occorre avere una forte fiducia in Dio Padre, che conosce tutta la nostra eternità e vuole il meglio per noi, e un grande amore per Gesù. Per questo non si tratta mai di una operazione astratta, ma di un dramma in cui si scopre l’amore di Dio e la nostra capacità di dono e di perdono.

 

Ma torniamo al Cardinal Martini e alla sua ultima riflessione.

Non avendo trovato alcuna spiegazione logica sull’origine del male, il Cardinale termina l’articolo raccomandando la sopportazione, la fiducia in Dio Padre e l’amore per Gesù.

Bene! Se c’è la Fede occorre accettare l'incommensurabilità della sapienza di Dio e l'imperscrutabilità del Suo volere. S. Agostino diceva:[…] il pensiero di Dio è impenetrabile all’umano ingegno (De civitade Dei).  Tutto OK per i credenti quindi!

Ma per chi non pensa con l’immaginazione e la fantasia e che cerca un po’ di razionalità nelle cose, l’incongruenza fra l’idea di Dio-Padre ‘sommo amore’ e la realtà del dolore e del male nel mondo costituisce un grave ostacolo sulla via della fede. L’incapacità di rispondere alla domanda del perché del male nel mondo se Dio è buono e giusto è un valido motivo, per una mente razionale, per aderire all’ateismo.

Come mai la teologia cristiana si è cacciata in questo vicolo cieco? Il problema secondo me risale alla qualifica ‘buono’ attribuito a Dio. La bontà è un sentimento umano, ma è pensabile che Dio abbia sentimenti umani? Io, con Spinoza, dico di no: Dio non è né buono né cattivo. Egli è necessariamente quello che è; ogni attributo o qualifica umana è superflua se riferita a Dio 

 

Siamo tutti d’accordo però che Dio è amore. Ma bisogna intendersi bene cosa s’intende per amore. Secondo Spinoza, l’amore espresso dal Dio-Natura non è un sentimento ma una FORZA. E’ la forza infinita ed eterna che sorregge la totalità dell’Essere nelle sue molteplici espressioni. E’ il “conatus sese conservandi”,  quella forza che sostiene la conservazione dell’Essere totale e quindi di ciascuna sua singola parte: l’amore è la forza “… che move il sole e l'altre stelle” (Divina Commedia, Paradiso XXXIII,145); è la forza che spinge il  salmone a risalire il torrente per deporre le uova e poi morire.

Conatus”, (dal latino: sforzo, tentativo, impulso, inclinazione, tendenza, istinto naturale) è un termine usato per fare riferimento all’innata inclinazione di tutte le cose e di tutte le forme di vita di continuare ad esistere e di accrescere la propria potenza e perfezione.

Il conatus è il substrato che permea tutta la Natura. Questo è un assioma, cioè una cosa ovvia, evidente a tutti, basta guardarsi intorno e osservare la natura.

Ma come da Dio derivano tutte le cose del mondo, quindi anche l’uomo, cosi dal conatus originale della Natura derivano i sentimenti.

I sentimenti umani, anche il sentimento della bontà, non sono altro che la manifestazione particolare, parziale e finita dell’eterno e infinito conatus della Natura. La derivazione dai sentimenti dal conatus può essere compresa riflettendo sui nostri istinti primordiali. Da dove nascono l’amore dell’innamoramento e l’amore sessuale se non dal nostro primordiale istinto di riproduzione? Non abbiamo neanche idea di quanti nostri comportamenti siano dettati inconsciamente da questo istinto fondamentale che è la più evidente manifestazione del conatus della Natura!

Ma, oltre all’istinto di riproduzione, noi siamo guidati dall’istinto di conservazione della specie e dall’istinto di conservazione personale.

I sentimenti di amore per i figli, per la famiglia in generale e per il prossimo sono sentimenti umani che derivano dall’istinto della conservazione della specie. Sentimenti come carità, compassione, altruismo, bontà, abnegazione, generosità hanno la stessa origine e sono anch’essi manifestazione del conatus della Natura.

Dall’istinto di conservazione personale derivano però anche i sentimenti di egoismo, amor di sé, individualismo, volontà di affermazione e di sopraffazione, aggressività. Sono questi sentimenti negativi? Sono senz’altro negativi per la nostra esperienza quotidiana se espressi in forme estreme. Ma per la Natura questi sentimenti non sono il ‘male’, anzi, sono ‘perfetti’ perché derivano dall’essenza di Dio, dal conatus della Natura.

L’istinto di sopravvivenza e conservazione ci impone un equilibrio fra l’amore di sé e l’amore per gli altri. C’è un’immagine che rende bene l’idea di questo equilibrio: io sono come un pianeta che ruota a velocità pazzesca intorno ad una stella perché attratto dalla sua forza di gravità (l’amore verso gli altri); nello stesso tempo non sono risucchiato dalla stella e quindi distrutto perché, a mia volta, girando su me stesso genero una forza centripeta (amore di sé) che mi sostiene sull'orlo del crashdown.

Certo, la forza del conatus ci spinge ad amare egoisticamente noi stessi ma la vera saggezza consiste nello scoprire che quanto più amo gli altri tanto più faccio il bene a me, che quanto più pongo il mio amore fuori di me tanto più realizzo il mio bene.

Anche quest’ultimo pensiero è una manifestazione particolare, finita e parziale del conatus infinito ed eterno della Natura.

Mi rendo ora conto che la mia espressione, ripetuta varie volte, che “le cose derivano da Dio” può creare un grave equivoco. Per esempio, potresti chiedere: “se una cosa deriva da Dio non vuol forse dire che è stata creata da Dio?”  Assolutamente no.

La derivazione da Dio non è un venir fuori da Dio come un torrente sgorga dalla sorgente, ma è un’auto-articolazione interna a Dio stesso. Le cose fisiche del mondo ma anche ogni nostro singolo pensiero sono, ovvero esistono, ‘ in Dio ’, non sono all’esterno di Dio.

Come il solito, ricorro a un esempio. Consideriamo una pianta, la vite. Ogni primavera sul tralcio nudo della vite sbocciano i germogli, più avanti nei mesi nascono le foglie e poi i grappoli d'uva che giungono a maturazione alla fine dell'estate. Ora sappiamo che la vite nasce, cresce, produce i frutti e, dopo un certo numero di anni, muore.

Facciamo uno sforzo di astrazione e immaginiamo invece che la pianta della vite sia eterna e immutabile. Facciamo finta cioè che la vite sia il Dio eterno, immobile, fuori del tempo.

Ora l’essenza della vite, cioè la natura stessa della vite, è costituita da un set di istruzioni, anch’esso eterno e immutabile, in base al quale, dalla primavera alla fine dell’estate, anno dopo anno, la vite produce i germogli, le foglie, i grappoli d’uva. Nel nostro esempio i germogli, le foglie, i grappoli d’uva non sono altro che le cose del mondo che derivano da Dio secondo i Suoi decreti divini (il set di istruzioni o leggi della Natura).

Come i germogli, le foglie e gli acini di uva non sono ‘altro’ rispetto alla vite, sono parte integrante della vite stessa, così noi non siamo 'altro' rispetto a Dio, siamo parte integrante di Dio.

Noi stessi potremmo essere assimilati a una foglia caduca sul tralcio eterno della vite, oppure, per pensare più in grande, potremmo immaginare che ciascun chicco d'uva non sia altro che un singolo Universo fra una moltitudine di altri Universi tutti generati dal 'set di istruzioni' e quindi manifestazione del Dio eterno, immobile, fuori dal tempo. Non c'è alcun bisogno di una Creazione dal nulla: come il chicco d'uva deriva dall'essenza della vite, così il nostro Universo e tutti i possibili Universi derivano necessariamente dall'essenza eterna di Dio.

 

Quando l’unitarietà della Natura è così percepita dalla nostra mente razionale, allora ci sentiamo in pace con noi stessi, con gli altri e con tutto l’Universo.

E’ questa la felicità? Dipende da cosa s’intende per felicità. Riprendo la mia definizione di felicità dal mio primo articolo su Positanonews: “La felicità è una condizione di gioiosa serenità, di contentezza tranquilla ma pervasiva, che nasce da una condizione mentale di armoniosa unione del mio 'io' con me stesso, con gli altri, con la natura, con il Tutto.

Se questa è la felicità, sì, allora la percezione dell’unitarietà del Tutto può dare la felicità. Sì, va bene, dirai, ma il male e il dolore te lo sei dimenticato? No, non me ne sono dimenticato. Il dolore umano, in questa visione unitaria della Natura, può essere vissuto con appacificata, serena accettazione.

Questa serena accettazione non è da confondere con la sopportazione raccomandata dal Cardinal Martini.

La serenità nel rapporto con il dolore nasce dalla consapevolezza che anche l’azione che provoca sofferenza è un ingranaggio ineliminabile e necessario ai fini dell’esistenza e della stabilità dell’Universo intero.

Se la tua esistenza ed il tuo equilibrio nell’Universo dipendono dalla esistenza e dalla stabilità dell’Universo stesso, allora anche l’azione che ti provoca patimento concorre al mantenimento della stabilità dell’Universo e, quindi, del tuo essere in armonico equilibrio nell’Universo stesso. Riesci a cogliere la meravigliosa, armoniosa coerenza del Tutto? Anche la morte individuale è un tassello imprescindibile dell’ordine necessario dell’Universo!

Mentre la sopportazione religiosa raccomandata dal Cardinal Martini si basa su una rappresentazione fantasiosa e superstiziosa delle cose del mondo, la serena accettazione spinoziana deriva da una concezione razionale della realtà del mondo e della vita ed è la sola che ci rende coscienti e consapevoli dell’importanza e della grandezza della nostra personale esistenza come parte necessaria, insostituibile ed ineliminabile che concorre, nel suo piccolo, alla esistenza, alla stabilità ed all’armonia di tutto l’Universo. 

 

A presto 

Luigi Di Bianco

Ringrazio Carlo Cinque per il contributo di pensiero dato nella stesura di questo articolo 

 

I commenti sono apprezzati. Scrivere a: ldibianco@alice.it

Il contenuto di questo articolo e i relativi diritti sono di proprietà dell'autore.

 

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