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16/08/2009

DIO e l´origine del MALE

Dio Padre
Dio Padre

Questa volta parlerò di Dio, del Male nel mondo e dell’incongruenza tra il sommo Amore Paterno e il dolore dell’uomo. Innanzitutto, esiste Dio? Secondo me, sì! E’ assolutamente evidente che Dio esiste: la meraviglia dell’universo testimonia della sua esistenza. E’ chiaro che c’è una razionalità, una logica dietro il movimento delle stelle in cielo, dietro ogni fenomeno naturale, ogni granello di sabbia, ogni forma di vita, ogni filo d’erba. 

E pensare che al cospetto della bellezza e armonia del cosmo c’è ancora gente che dice che Dio non esiste!” (A. Einstein). 

Il problema è la sua identità, cioè quale sia il volto di questa realtà ultima. La religione cristiana propone un Dio personale che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza e lo guida nel suo divenire verso un obiettivo finale. 

L’idea di Dio personale si regge su tre pregiudizi: (1) che l’uomo sia il fine ultimo della creazione e che quindi sia al centro dell’universo e dell’amore di Dio; (2) che l’uomo abbia il libero arbitrio, che sia in grado cioè autorealizzarsi secondo la sua volontà; e infine (3), che Dio diriga le cose in vista di un fine ultimo, la salvezza dell’uomo. A ben vedere, il secondo e terzo pregiudizio derivano dal primo per cui si potrebbe affermare che alla base dell’idea di Dio personale c’è la visione antropocentrica della realtà come se l’uomo fosse qualcosa di speciale, completamente ‘a parte’ dal resto del creato. Questi tre pregiudizi sono scolpiti indelebilmente nella nostra coscienza da anni e anni di indottrinamento religioso che la ‘saggezza’ millenaria della Chiesa ha fatto in modo che noi ricevessimo, non per nostra scelta, durante gli anni dell’infanzia, gli anni più delicati e fondamentali per la nostra formazione. 


Nel mio articolo L’uomo non è un regno a parte nel regno della natura ho sostenuto che l’uomo non ha un posto speciale nella natura e che credere diversamente implica una presunzione smisurata e irragionevole. Non ripeterò qui le mie argomentazioni per sostenere che la moderna cosmologia, la biologia, le neuroscienze mostrano chiaramente che l’uomo fa parte della natura a tutti gli effetti e che non gode di alcun privilegio speciale. D’altra parte tutte le cose dell’universo proclamano la gloria, la potenza e l’unità di Dio nelle leggi eterne e immutabili della natura: solo l’uomo costituirebbe la clamorosa eccezione all’unità della natura? 

 

Del libero arbitrio ho parlato nell’articolo Sei libero di scegliere il tuo destino? O è tutto predeterminato? Qui ho sostenuto, fra l’altro, che l’uomo non ha libertà di scegliere il proprio destino, perché se Dio esiste ed è onnisciente, allora l’uomo sceglie solo indirettamente e parzialmente, può scegliere cioè solo ciò che rientra nell’orizzonte del volere divino e della sua onniscienza e quindi la sua libertà è solo apparente. O c’è Dio o c’è il libero arbitrio. Non è possibile avere tutte e due le cose. Del terzo pregiudizio, il finalismo, la credenza cioè che ci sia un progetto, uno scopo, una finalità nelle opere di Dio, ho trattato, in parte, in Superstizione e miracoli. 

 

Insomma, i tre pregiudizi che sono alla base della teologia cristiana si prestano a riflessioni critiche che diventano ancora più stringenti quando si cerca di spiegare razionalmente l’origine del Male. Vediamo insieme perché.

 

Tutti concordano, credo, che Dio è l’Ente assolutamente infinito, perfetto, onnipotente, onnisciente ed eterno. Ora, in aggiunta a questi attributi, la teologia cristiana afferma, in sintonia con il primo pregiudizio, che Dio è anche l’Ente sommamente buono che, nei confronti dell’uomo, agisce amorevolmente come un buon padre. 

 

A questo punto nasce un dilemma che si può riassumere in queste domande: Se l’Ente sommamente buono e potente crea l’uomo con sommo amore allora da dove hanno origine gli affanni, le malattie, il dolore fisico e morale, la disperazione, i disastri naturali, le guerre, ecc., che perseguitano l’uomo da sempre? Da dove scaturisce l’odio, la cattiveria, la propensione a commettere crimini che sembrano insiti nella natura umana? Può l’Ente sommamente buono e potente produrre una creatura infelice? La suprema potenza, unita a un bontà infinita, non dovrebbe colmare di beni la propria creatura ed allontanare da essa tutto ciò che potrebbe offenderla o affliggerla? 

 

Puoi vedere chiaramente che c’è una discrepanza logica fra l’infinito amore del Creatore verso l’uomo e il bel risultato di cotanto amore: una creatura sballottata di qua e di là dalle forze negative della natura e dalla malvagità dei suoi simili. Sembra che, nonostante l’onnipotenza e le ottime intenzioni del Creatore, la creatura ’uomo’ non sia riuscita poi granché bene. Possiamo parlare di difetto di fabbricazione? 

 

Per cercare di dare risposta alle domande sull’origine del Male c’è tutto un filone teologico chiamato teodicea, parola composta dal greco theos, Dio e dike, giustizia: letteralmente, “giustizia divina”. 

 

La prima risposta della teodicea all’origine del male è quella che interpreta la sofferenza come punizione che Dio infligge agli uomini per i loro peccati. Al paralitico guarito a Gerusalemme Gesù dice: "Ecco che sei guarito: non peccare più". (Giovanni 5,14). Questo fa intendere che il povero diavolo era stato punito con la paralisi per aver peccato. Il male fisico sarebbe la conseguenza del male morale. Non poteva essere diversamente visto alcuni passi espliciti del Vangelo e soprattutto il racconto della Genesi del peccato originale e della cacciata dal paradiso terrestre.  La lettura del testo biblico della Genesi mostra chiaramente che il male, le sofferenze dell’umanità nascono dal peccato di disobbedienza e di superbia di Adamo ed Eva. 

 

Il male e il dolore quale esito del peccato rievoca un principio teologico della religione ebraica, quella della giustizia retributiva: come il benessere e la felicità sono il premio che Dio assegna ai giusti, così gli stenti e la sofferenza sono le punizioni inflitte agli ingiusti (e questo avviene non nell'al di là, cioè nell’inferno, ma nella vita terrena). La consapevolezza di una giustizia retributiva divina qui sulla terra è un forte stimolo per i cristiani per comportarsi bene, per evitare di cadere in peccato. Se mi comporto bene, ragiona il buon cristiano, il Padre eterno mi metterà nella lista dei buoni e manderà disgrazie e dispiaceri a qualcun altro … non certo a me. 


Ma è proprio così? Non credo proprio. Non sono necessarie indagini statistiche per provare che, nel mondo, molti innocenti soffrono e molti malvagi prosperano. La nostra esperienza di ogni giorno “dimostra con infiniti esempi che i vantaggi e le disgrazie capitano ugualmente e senza distinzione ai pii e agli empi” (ETICA I, Appendice). 


Così quando una disgrazia capita a un buon cristiano la prima reazione è di allibita sorpresa. Perché proprio a me? Ma non mi sono sempre comportato bene? E’ la stessa reazione di Giobbe. 

 

Giobbe è un uomo devoto a Dio, un uomo giusto, che non ha mai fatto male a nessuno. Improvvisamente, una serie di catastrofi sconvolge la sua vita: egli perde tutti i suoi beni materiali, i suoi figli sono uccisi, il suo corpo si ricopre di piaghe. Per Giobbe, queste disgrazie sono ancora più dolorose, proprio perché rendono indecifrabile la giustizia divina. Nascono così le sue domande: "Perché Dio mi calpesta così, e lascia invece nel benessere i rei e gli empi?", “Perché han lunga vita i malvagi, giganteggiano, crescono in ricchezza? La loro prole è assieme a loro, stabile, riescono a vedere i propri discendenti. Le loro case non conoscono la paura, lo scettro divino non li minaccia” (Il libro di Giobbe). 

 

Alla fin fine, la giustizia retributiva non sembra un argomento valido per spiegare l’origine del male. Il Libro di Giobbe, infatti, sembra proporre un’altra tesi, quella della sofferenza come prova. 

 

Alla fine del libro, Dio, prima rimprovera Giobbe per aver preteso di capire cose troppo più grandi di lui, poi però riconosce a Giobbe la sua vera fede e per questo lo premia. “E il Signore benedisse l'ultima parte della vita di Giobbe più del suo principio; ed egli possedette quattordicimila ovini e seimila cammelli e mille coppie di buoi e mille asine. Ed egli ebbe sette figli e tre figlie. [...] Dopo questi fatti, Giobbe visse ancora cento e quarant'anni, poté godere dei propri figli e dei figli dei propri figli per quattro generazioni. Poi Giobbe morì, anziano e sazio di anni” (Il libro di Giobbe). 

 

In questo caso, la sofferenza non è conseguenza della colpa, dei peccati commessi, è invece una prova cui Dio sottopone l'uomo con fine salvifico. 

 

La prova più crudele escogitata da Dio è stata quella cui fu sottoposto Abramo. “ […] Dio tentò Abramo dicendogli: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.  Riprese: “Su, prendi tuo figlio, il tuo diletto che tu ami, Isacco, e va’ nel territorio di Moria, ed offrilo ivi in olocausto su di un monte che io ti dirò!”. (Genesi 22, 1-19). Pensa un po’: Abramo, per accontentare Dio, avrebbe dovuto uccidere suo figlio! Meno male che si trattava solo di uno scherzo … infatti, Dio, all’ultimo momento, manda un angelo a fermare la mano di Abramo! Perché un Dio infinito, perfetto, onnipotente, e soprattutto onnisciente sarebbe dovuto ricorrere a questi sadici giochetti? Non sapeva già prima, in quanto onnisciente, che Abramo non avrebbe esitato a sacrificargli il figlio prediletto? Portare alla disperazione il povero Abramo già conoscendo la sua predisposizione d’animo è un semplice e puro atto di sadismo. E Isacco? Che c’entrava Isacco? Il povero bambino aveva capito tutto. Senza alcuna colpa stava per essere ammazzato dal padre … immagina il suo stato d’animo. 

 

Questa riflessione porta alla luce un altro grave dilemma: come la mettiamo con la sofferenza degli innocenti? Parlo di tanti bravi ragazzi che perdono la vita in incidenti stradali, dei bambini nati deformi o mentalmente handicappati, dei bambini malati di cancro. E la sofferenza degli animali? Quale tesi applichiamo in questo caso? Quella della giustizia retributiva o quella della sofferenza come prova? Che peccato può aver commesso un povero bimbo che lotta per la vita nel reparto oncologia? Quale prova può essere chiamato a dare? 

 

Qualcuno suggerisce che la malattia del bimbo, come il sacrificio di Isacco, sia uno strumento indiretto della volontà divina. Secondo queste teste bacate, Dio avrebbe fatto ammalare di cancro il piccolo per punire, mettiamo, il padre peccatore o per mettere alla prova la madre. Che idea pazzesca! A me personalmente fa venire il voltastomaco. Solo un Dio psicopatico potrebbe infliggere dolori e sofferenze a un’innocente creatura per punire qualcuno o mettere alla prova qualcun altro. Che c’entra il povero bambino? Sarebbe vero quello che scriveva lo psichiatra e psicoanalista Carl G. Jung nella sua ‘Risposta a Giobbe, che, in casi come questi, il Creatore si rivela inferiore alla sua creatura e in possesso di una coscienza ancora indifferenziata. Per fortuna la coscienza indifferenziata, secondo me, ce l’ha solo chi formula simili ipotesi. 

 

A questo punto viene proposta una terza tesi: il Male come opera del Diavolo. Per proteggere Dio dalla possibile accusa di essere il responsabile del Male, ci s'inventa un anti-Dio la cui esistenza e la cui azione non sono controllate dal Dio amorevole. Il responsabile del Male non è Dio e nemmeno l’uomo ma è Satana, il nemico di Dio. Questa tesi sembra derivare direttamente dal Manicheismo, una religione fiorita nella seconda metà del III secolo. Secondo i manichei, il bene e il male (o meglio, la Luce e le Tenebre) derivano dall'azione di due potenze divine distinte e contrapposte, l'una buona l'altra malvagia, che si contendono il dominio del mondo. Nel cristianesimo si ritrova un manicheismo strisciante quando viene proposta una contrapposizione tra il regno di Dio e quello del Diavolo come nel libro dell’Apocalisse di Giovanni. Nell’Apocalisse sono descritte le visioni profetiche di due fantastici combattimenti chiamati escatologici (dal greco éskatos = ultimo: che avranno luogo all’approssimarsi della fine dei tempi). In un primo momento, il Diavolo ha il sopravvento e il mondo è colpito da catastrofi e cataclismi immani. Arriva poi Cristo su un cavallo bianco e, in un cruento primo combattimento escatologico, sconfigge il Diavolo e lo incatena per mille anni. Durante il regno di Cristo dei ‘mille anni’ la pace regna sulla Terra. Passati i mille anni però, liberatosi dalle catene, il Diavolo scatena il secondo combattimento escatologico che si conclude, dopo immani sofferenze per l’umanità, con la vittoria finale di Cristo, la fine della storia, il giudizio universale e la visione della Gerusalemme celeste. Questo è quello cui l’umanità andrà incontro alla fine dei tempi secondo la teleologia (dal greco telos, "fine" o "scopo") cristiana. 

 

Ovviamente queste visioni profetiche non sono da prendere alla lettera ma ciò non toglie che l’idea del Male come opera del Diavolo sia molto ben radicata nella cultura cristiana. I cristiani, oltre a credere nel Dio personale, credono nell’esistenza personale del Diavolo come puro spirito negativo. Ma da dove sbuca fuori questo Diavolo? Se non è ‘causa di sé’, in quanto solo Dio è causa di sé, non si deve forse ammettere che è Dio stesso che lo fa esistere e lo mantiene nell’essere? Se il Diavolo esiste, non può non essere opera di Dio. Allora tutta la storia della lotta fra il Bene e il Male è solo una grande baggianata. Il Diavolo agisce su mandato e con il permesso di Dio, quindi, il Male risale alla responsabilità di Dio stesso. La domanda da porsi è questa: “Dio in quanto onnipotente, potrebbe evitare, assolutamente parlando, l’infelicità degli uomini e il Male nella natura?” La risposta è “senz’altro sì”. Allora Dio non solo permette il Male, anzi, concorre e contribuisce alla costruzione della possibilità del Male utilizzando il Diavolo come suo strumento. Perché lo fa? Semplicemente per farci il grande dono del libero arbitrio, per darci la possibilità di scegliere il Bene invece che il Male. E questo sarebbe un gran bel dono! Come puoi immaginare, questa risposta è per me completamente assurda per il semplice fatto che, per un determinista come me, il libero arbitrio non esiste. Quest’edificio fantastico di punizioni, prove salvifiche, disegni divini e diabolici sembra essere stato eretto per legittimare qualcosa che non esiste, ovvero il libero arbitrio. 

 

Torniamo al nostro discorso sul Male. Abbiamo analizzato, senza aver trovato una risposta razionale, tutte le tesi sull’origine del Male e alla fine siamo tornati alla domanda iniziale: come si conciliano l’amore del Dio onnipotente nei confronti dell’uomo e la sofferenza umana? 

 

A questo punto molti uomini di Chiesa si arrendono, ammettono che l’origine del Male non può essere razionalmente spiegata e invocano l'incommensurabilità della sapienza di Dio e l'imperscrutabilità del suo volere. Bene! Complimenti per l’onestà intellettuale. 

 

Secondo me l’impossibilità di trovare una risposta razionale dipende dal fatto che la teologia cristiana, basando il suo impianto dottrinale sul presupposto/pregiudizio che l’uomo sia al centro dell’universo e dell’attenzione di Dio, parte con il piede sbagliato.

 

La visione antropocentrica falsifica la realtà. Togliamo l’uomo dal centro dell’universo e guardiamo la realtà in modo obiettivo. 

 

Consideriamo un recente cataclisma naturale. Uno tsunami, una grande onda anomala, ha colpito qualche anno fa le coste dell’Indonesia travolgendo cose, animali e persone. La sua tremenda forza distruttiva ha investito, senza fare alcuna distinzione, lussuosi hotel e baracche di pescatori, mucche e galline, vecchi e bambini, cristiani e mussulmani, ricchi e poveri, credenti e atei. È subito evidente che la forza della natura è indifferente, non ha preferenze, non ha sentimenti o compassione per le vittime del disastro. La natura non fa alcuna differenza fra una mucca e un uomo, fra un mussulmano e un cristiano, fra un credente e una gallina.  Basterebbe questa semplice constatazione per dimostrare che l’uomo non è stato posto sopra la natura come dice la Bibbia. “… soggiogate la terra e dominate sugli animali”; (Genesi, 1). Al contrario, l’uomo è parte della natura a tutti gli effetti ed è soggetto alle sue leggi come tutte le cose e gli esseri viventi di questo mondo. 

 

Qual è la causa del cataclisma? Eliminiamo subito le tesi della punizione divina, della prova e dell’intervento del Demonio. Un’onda anomala è provocata da un terremoto sul fondo dell’oceano, il terremoto è provocato dalla liberazione di energia in un punto della crosta terrestre, la liberazione di energia si verifica quando la tensione risultante dal movimento delle placche tettoniche eccede la capacità del materiale roccioso di sopportarla, il movimento delle placche tettoniche è causato …  e potremmo andare così indietro all’infinito. Non c’è niente di soprannaturale in uno tsunami. La catena ininterrotta di cause-effetto che porta alla formazione di uno tsunami è determinata solo dalle leggi della natura. I terremoti, le catastrofi naturali, gli incidenti, le malattie fisiche e mentali e tutte le possibili disgrazie di questo mondo sono determinate dalle leggi della natura. Non c’è un Dio né tantomeno un Diavolo, che con un atto di volontà estemporaneo, provoca lo tsunami e gli altri guai. 

 

Partendo dall’analisi della necessaria sequenzialità di causa-effetto in natura si possono fare alcune considerazioni logicamente correlate l’una all’altra. Tieni presente che, da questo momento in poi, quando parlo di Dio non mi riferisco al Dio personale (Dio Padre) della religione tradizionale ma al Dio impersonale (Dio-Natura) di Spinoza. 

 

Dal punto di vista della natura il Male assoluto non esiste. 

Noi umani siamo portati a ritenere che quello che è bene o male per l'uomo sia anche il bene e il male del Tutto. Niente di più sbagliato! Non è l'uomo, in base ad egoistiche considerazioni, a poter giudicare il bene e il male nella prospettiva della razionalità del Tutto che ordina il mondo.  “… il male non è nient'altro che ciò che fa male a me, ma che non riguarda affatto la ragione del Tutto; il bene è soltanto ciò che fa bene a me, ciò che mi aiuta a vivere, ciò che aiuta il mio benessere, ma non riguarda la ragione del Tutto." (Massimo Cacciari) 

 

Tutto ciò che avviene in natura deriva da Dio ed è perciò “perfetto”. 

Tutte le cose del mondo così come gli eventi della nostra vita non sono altro che il prodotto delle leggi naturali e quindi della natura stessa di Dio. 

Emanuele Severino, riprendendo Spinoza, scrive: "[…] l'universo scaturisce da Dio come le proprietà di una figura geometrica scaturiscono necessariamente dall'essenza di tale figura." (Per esempio, la proprietà che la somma degli angoli interni di un triangolo è sempre uguale a 180 gradi scaturisce necessariamente dall’essenza del triangolo) 

Se tutto nel mondo procede secondo la natura di Dio, bisogna prendere atto che le cose di cui abbiamo quotidiana esperienza, anche quelle negative, sono sempre perfette in quanto espressione di Dio che è perfetto per definizione. Anche le manifestazioni naturali sono quelle che devono essere senza possibilità di errore: tanto l’arcobaleno che incanta le anime romantiche, quanto il terremoto che devasta le città, sono fenomeni necessari e ‘perfetti’ perché prodotti secondo i decreti divini, immutabili ed eterni di Dio. 

Ma come si fa a dire che è “perfetto” un evento come la morte, una malattia come il cancro, le menomazioni fisiche e mentali, le disgrazie, un terremoto catastrofico, ecc.? Per capire questo concetto di perfezione occorre fare uno sforzo di astrazione per venir fuori dalla dimensione umana e giungere a considerare la realtà nella prospettiva del Tutto e dell’eternità. Da questa prospettiva si può vedere che c’è una ragione del Tutto (Dio) e capire che essa non sempre coincide con la ragione della parte (il singolo uomo). Quello che è perfetto per il Tutto non sempre è perfetto per la parte. 

Per evitare incomprensioni, forse il termine “perfetto” sarebbe da evitare perché troppo legato all’interpretazione umana di perfezione. In fine dei conti per Dio la perfezione è una qualifica superflua. 

Il filosofo Giovanni Rensi in proposito scrive: "Se si guarda la realtà in modo assolutamente obiettivo, [...] guardandola NON con i nostri occhi ma con quelli stessi della Realtà Totale se essa ne avesse, non v’è né bene né male, né perfezione né imperfezione, bene e perfezione essendo la realtà com’è, o meglio essendo qualifiche superflue di fronte alla realtà com’è". 

Dio è necessariamente quello che è, non è buono né cattivo (queste sono qualifiche umane) e agisce per la sola necessità della sua natura. Mi rendo conto che per spiegare il singolare concetto di ‘necessità’ di Dio non è sufficiente un articolo su PositanoNews. Credo che basti riportare qui alcuni passi dell’Etica. “[Dio] agisce per la sola necessità della sua natura; è causa libera di tutte le cose; tutte le cose sono in Dio e dipendono da lui in modo tale che non possono né essere né concepite senza di lui; tutte le cose sono predeterminate da Dio.“ (ETICA I - Appendice) 

 

Il Destino esiste ed è immutabile. 

Dio, in quanto fuori dal tempo, comprende tutto il tempo, sia il passato, sia il futuro. Questo significa che anche il destino di ciascuno di noi è predeterminato in Dio e che, come tale, è ineludibile e immutabile. Gli eventi futuri della nostra vita, quelli brutti e quelli belli, sono già tutti nell’eterno presente di Dio. Impassibili, essi aspettano il nostro arrivo, il nostro venire loro incontro avanzando lungo la freccia del tempo. 

Nel mio articolo Lo scorrere del tempo è solo un’illusione? ho scritto che nello spaziotempo quadridimensionale della teoria della relatività tutti gli eventi, anche quelli del futuro, esistono eternamente come bolle d’aria in un blocco di ghiaccio. La teoria della relatività si adatta perfettamente a questa visione di Dio. Il Divenire, nella prospettiva della teoria della relatività e nella visione dell’eternità di Dio, non esiste. Le cose non nascono, non si trasformano, non muoiono; esse non esistono nel passato e non saranno nel futuro, semplicemente esse ‘SONO’. 

 

I fatti negativi che sono ritenuti necessari e naturali si sopportano più facilmente 

Se il destino esiste ed è immutabile, il nostro modo di porci verso gli eventi che sfuggono al nostro controllo è di acquiescenza se non di rassegnazione. Questo atteggiamento  è molto simile all’imperturbabilità di fronte alle passioni teorizzato dallo stoicismo, corrente filosofica e spirituale fondata nel 308 a.C. ad Atene da Zenone. L'imperturbabilità stoica propugnava il superamento del dolore e delle passioni sulla base dalla consapevolezza della provvidenzialità e razionalità di ogni evento. 

Spinoza scrive: “Vediamo che lo sconforto per la perdita di un bene si mitiga non appena l’uomo che l’ha subita si rende conto che in nessun modo avrebbe potuto conservare quel bene. Così pure vediamo che nessuno compiange il bambino perché non sa parlare, camminare, ragionare, e perché vive per tanti anni quasi inconsapevole di se stesso”. (Etica V, Prop.VI) 

Infatti, è naturale e necessario che i bambini vivano questa condizione iniziale quasi vegetativa e i genitori, pertanto, non si disperano. Ma se la maggior parte dei bambini nascesse sapendo parlare, camminare e ragionare e solo qualcuno nascesse senza queste capacità, allora i genitori di questi ultimi sarebbero disperati perché il loro stato non sarebbe considerato una cosa naturale e necessaria, ma come un vizio della natura. 

L’uomo si pone psicologicamente in modo più tranquillo rispetto a fatti, eventi che sono certi, sicuri, prestabiliti, ineluttabili, assolutamente fuori dal suo controllo. In altre parole, quando la mente conosce chiaramente che un fatto spiacevole che ci capita è inevitabile, è così e basta secondo quanto definito dal destino, allora le passioni generate da tale fatto come la disperazione, il dolore, la tristezza, lo sconforto, ecc., sono come attutite nel nostro animo. 

 

E’ possibile amare il destino se si considera la Realtà sotto l’aspetto dell’eternità 

A questo punto siamo riusciti a mitigare l’effetto negativo delle sventure e delle disgrazie sul nostro animo ma … non basta. Dobbiamo ora superare l’atteggiamento passivo di rassegnazione, sopportazione, acquiescenza per giungere a un atteggiamento di appagamento, di gioioso coinvolgimento nel destino. In pratica occorre superare il “fatalismo” inteso in senso negativo, per giungere a un atteggiamento che somiglia a ciò che Nietzsche descrive come “amor fati”, l’amore del destino. 

Per far il salto di qualità bisogna imparare a conoscere Dio con la ragione. Il processo conoscitivo, una volta abbandonato l’inganno dell’immaginazione e della superstizione, coincide con il processo di liberazione dal molteplice (tutto è Uno) e dal divenire (nell'eterno presente il tempo non scorre). Questo processo non è fuga dal mondo ma riconoscimento del suo reale significato: “Quanto più noi conosciamo le cose singole, tanto più conosciamo Dio”. Il vertice della conoscenza è riuscire a vedere le cose singole del mondo dal punto di vista di Dio stesso, dal punto di vista cioè dell’eternità e dell'unitarietà. 

 

Bisogna liberarsi dell’immagine di Dio affaccendato in un certo momento e in un certo luogo nel tentativo di fare un miracolo, di salvare me singolo individuo o l’umanità nel suo complesso. Dio è il Tutto, eterno, fuori del tempo, perfetto e immobile; ogni ente singolare, ogni singola persona, animale o cosa, ogni evento della nostra vita scaturisce perfettamente dalla sua natura. 

 

Le cose del mondo e i nostri singoli destini sono contenuti in Dio e pertanto sono stretti in intima armoniosa unione con il Tutto di cui sono manifestazione distinta e parziale. Una volta acquisita questa conoscenza di Dio, il passo verso “l’amore intellettuale di Dio” è breve. 

 

"Nell’amore intellettuale non si considera Dio come realtà esterna verso cui orientiamo il nostro affetto, ma come la causa intima della nostra stessa natura. Amare Dio con amore intellettuale non significa amare qualcosa di altro da noi; vuol dire amare noi stessi poiché siamo parte di Altro (Dio), il nostro Altro che ci costituisce come siamo." (A. Galvan)

 

L’amore intellettuale della Mente verso Dio è l’Amore stesso di Dio, con cui Dio ama se stesso, non in quanto infinito, ma in quanto può esplicarsi attraverso l’essenza della mente umana, considerata sotto specie di eternità. .[…] questo amore della mente verso Dio è una parte dell’Amore infinito con cui Dio ama se stesso”. (ETICA V, prop. XXXVI) 

 

[...] Ne consegue che Dio, in quanto ama se stesso, ama gli uomini e, di conseguenza, l’Amore di Dio verso gli uomini e l’Amore intellettuale della mente verso Dio sono una sola e medesima cosa”. (ETICA V, Prop. XXXVI, cor.) 

 

Nell’amore intellettuale soggetto ed oggetto dell’amore coincidono. Amare il prossimo, amare la natura, amare Dio non è altro che amare me stesso. A questo punto che senso ha per me il comandamento cristiano di amare il mio prossimo come me stesso? Quando capisco che l’altro è semplicemente me stesso, la sua gioia diventa la mia gioia, la sua pena diventa la mia pena. Non ho più alcuna scappatoia, l’altro mi coinvolge intimamente, non posso ignorarlo. E questo non certo per un premio o castigo nell’aldilà. Ma anche tutte le cose della Natura partecipano all’amore cosmico. L’amore per la rondine che vedo volare in alto nel cielo e per il grande pino al limitare del bosco mi danno una gioiosa, quasi euforica, sensazione di comunione in Dio che unisce il mio spirito a quello della rondine, a quello del pino … a quello del Tutto. 

 

E’ la vertigine dell’immanenza di Dio in tutte le cose che genera nell’animo la serenità, l’amore del destino e la capacità di affrontare, meglio attrezzati, le avversità della vita. E pensare che la gente non si accorge del grandioso miracolo che avviene nella natura intorno a noi di ora in ora, di minuto in minuto. Einstein una volta ha detto che ciascuno di noi può considerare la  vita in due modi: come una cosa normale o come un grande miracolo. Evidentemente la gente non riesce a vedere la vita come un miracolo. Peccato! Nessuno si accorge del miracolo perenne della natura e tutti vanno in giro come se niente fosse, con delle grosse fette di salame sugli occhi. Poi cercano Dio nel trascendente, nell’occulto, nei miracoli, nella statuette che lacrimano sangue e non si accorgono che Dio è qui ora e che si manifesta continuamente nella realtà fisica che ci circonda, in ogni cosa e in ogni forma di vita di questo mondo. Dio è nel pianto di un bimbo appena nato e nell’ultimo respiro di un povero morente; è nel germoglio sul tralcio di vite in primavera e nella foglia secca portata dal vento in autunno; è nell’alba sui monti e nei tramonti sul mare; è nel sole, nella pioggia, nel vento, nelle nuvole.

 

Cantiamo la Gloria di Dio nella natura:

 

Laudato sii, o mio Signore,

 per tutte le creature,

specialmente per messer Frate Sole,

il quale porta il giorno che ci illumina

ed esso è bello e raggiante con grande splendore:

di te, Altissimo, porta significazione.

 

Laudato sii, o mio Signore,

per sora Luna e le Stelle:

in cielo le hai formate limpide, belle e preziose.

 

Laudato sii, o mio Signore, per frate Vento e 

per l'Aria, le Nuvole, il Cielo sereno ed ogni tempo

per il quale alle tue creature dai sostentamento.

 

Laudato sii, o mio Signore, per sora Acqua,

la quale è molto utile, umile, preziosa e casta.

 

Laudato sii, o mio Signore, per frate Fuoco,

con il quale ci illumini la notte:

ed esso è robusto, bello, forte e giocondo.

 

Laudato sii, o mio Signore, per nostra Madre Terra,

la quale ci sostenta e governa e

produce diversi frutti con coloriti fiori ed erba.

 

Laudato sii, o mio Signore,

per nostra sora Morte corporale,

dalla quale nessun uomo vivente può scampare.

 

(Francesco d’Assisi. Il cantico delle Creature)

 

A presto

 

Luigi Di Bianco

Ringrazio Carlo Cinque per la segnalazione di errori e incongruenze nella prima bozza di questo articolo.

 

I commenti sono apprezzati. Scrivere a: ldibianco@alice.it

 

Il contenuto di questo articolo ed i relativi diritti sono di proprietà dell'autore.

 

 

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