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02/02/2010

Ciancimino: Dell´Utri trattò con i boss

Ciancimino
Ciancimino

PALERMO (2 febbraio) - «Quella del senatore Valentino è una iniziativa personale - ha detto oggi il ministro della Giustizia, Angelino Alfano - Il cosiddetto decreto anti-pentiti non fa parte del programma di governo, non fa parte dei progetti del governo, non è avvallata dal governo». E' stato questo il commento del ministro in relazione alla proposta, avanzata dal senatore Valentino, di modificare il Codice di procedura penale in una maniera che l'opposizione definisce come una legge "anti pentiti".

Valentino: respingo attacchi superficiali. «Dicono stupidaggini. La lotta alla mafia è una cosa seria e queste sono considerazioni superficiali e demagogiche che vanno respinte»: così il senatore Giuseppe Valentino ha replicato al Senato a chi gli chiedeva di spiegare la sua iniziativa. «Lo Stato - dice Valentino - ha il dovere di combattere la mafia. Il testo presentato è utile ad un processo più giusto. Se è vero che le condanne devono essere inflitte oltre ogni ragionevole dubbio, è indispensabile che i criteri di valutazione della prova rispondano a principi di tassatività. L'interpretazione che da qualche tempo viene data all'articolo 192 del Codice di procedura penale che addirittura consente l'assemblaggio di segmenti di dichiarazioni a volte finalizzate ad obiettivi completamente diversi e considera tale assemblaggio elemento utile per una decisione, impone a mio avviso una riconsiderazione dell'articolo in questione il cui originario spirito appare radicalmente snaturato dall'uso che se ne fa ormai da qualche tempo».

Pd: quelle norme cancellerebbero i pentiti. «Le vostre priorità non sono le nostre: voi con il legittimo impedimento vi interessate del presidente del Consiglio e dei ministri, noi guardiamo alle condizioni materiali dei lavoratori, alle questioni che attengono allo sviluppo. Le nostre priorità sono Alcoa, Termini Imerese, Eutelia, sono quei lavoratori che per avere un minimo di attenzione devono attuare forme di protesta clamorose». Il vicepresidente vicario dei deputati Pd. Michele Ventura, durante la discussione a Montecitoiro sul legittimo impendimento aveva chiesto che Alfano smentisse le ricostruzioni del quotidiano la Repubblica sul ddl "anti-pentiti": «Ci dica il ministro della Giustizia se è vero che quelle norme si applicherebbero ai processi di mafia in corso cancellando l'esistenza dei pentiti e azzerando le loro testimonianze».

Processo Mori, Ciancimino: trattativa Stato-mafia per catturare Riina.
Intanto prosegue il processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. Oggi Massimo Ciancimino ha detto che dopo la strage di via D'Amelio sarebbe ripresa la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra con un obiettivo diverso: «Catturare Totò Riina - ha detto Ciancimino - perché con lui non era più possibile dialogare, per farlo i carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano. Per questo non ipotizzarono nemmeno la sua cattura, sapevano che grazie a lui sarebbero arrivati all'arresto di Riina». Tra i punti dell'accordo «la mancata perquisizione del covo di Riina dopo l'arresto che fu concordata tra mio padre e Provenzano e fu comunicata ai carabinieri». Ieri Ciancimino aveva affermato che il padre, l'ex sindaco di Palermo colluso con la Mafia, investì su Milano2. L'avvocato del premier Ghedini ha smentito e annunciato azioni legali.

La trattativa avrebbe portato poi i carabinieri a decidere di non arrestare il boss Bernardo Provenzano, nel 1995. Proprio il mancato blitz per la cattura del padrino di Corleone viene contestato all'ufficiale dell'Arma. Il processo si svolge davanti alla quarta sezione del tribunale di Palermo nell'aula bunker del carcere Ucciardone.

Il pm Antonino Di Matteo ha iniziato l'udienza parlando della strage di via D'Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino e la scorta. «Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv della strage - ha detto - mio padre (Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo ndr) si sentiva, anche se indirettamente responsabile, dell'ennesima strage. "Se questo è capitatato è anche colpa nostra", mi disse mio padre».

«Mio padre - racconta - mi disse che per riuscire a catturare Totò Riina i Carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano». «Alla luce dell'ennesima strage, quella di via D'Amelio - ha detto in aula - nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Salvatore Riina. Intorno al 22 agosto mio padre mi dice di riprendere i contatti con i Carabinieri».

«L'incontro - dice Ciancimino - avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro. Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla prima trattativa. In quel caso, era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari, un atteggiamento più morbido verso i latitanti. Invece, si passa alla seconda fase che è più operativa. Dalla resa dei latitanti si passa alla volontà di volere catturare Salvatore Riina. Ovviamente si parla di catturare Riina e non Provenzano, perché era un interlocutore privilegiato di mio padre e loro sapevano che per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre».

«In cambio del suo contributo per la cattura di Riina, Provenzano ottenne una sorta di impunità. Mio padre spiegò ai carabinieri che l'unica persona che poteva imprimere una rotta nuova alla strategia di Cosa nostra e far cessare le stragi era Provenzano e per questo doveva rimanere libero».

Il ruolo di Provenzano nella cattura. Ciancimino ha raccontato che, a fine novembre '92 il capitano del Ros Giuseppe De Donno, braccio destro di Mori, gli diede delle mappe catastali di Palermo che lui poi consegnò al padre. L'ex sindaco fece delle fotocopie di zone della città in cui riteneva probabile che Riina si nascondesse. Fu Massimo Ciancimino, i primi di dicembre, a consegnare le mappe fotocopiate a Provenzano. Il boss, dopo qualche giorno, le restituì a Ciancimino. Il 19 dicembre del '92 l'ex sindaco torno ' in carcere, un contrattempo che fece saltare l'incontro in cui Ciancimino avrebbe dovuto consegnare a De Donno le mappe con l'indicazione del covo di Riina fatta da Provenzano. Su indicazione sia di De Donno che del padre fu, allora, Massimo a dare i documenti ai carabinieri.

«I carabinieri non aprirono la mia cassaforte con papello». «Nonostante che la cassaforte in cui tenevo i pizzini di Provenzano - ha detto il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito - e il papello, fosse in evidenza, nella mia abitazione, i carabinieri, venuti nel 2005 a fare una perquisizione, dopo avermi notificato un avviso di garanzia, non l'aprirono». Ciancimino ha raccontato di avere suggerito lui stesso ai carabinieri la presenza della cassaforte che, però non fu toccata. Successivamente, a maggio del 2006 - sostiene sempre Ciancimino - un agente dei Servizi gli riferì che stavano per arrestarlo e lo invitò a portare i documenti all'estero. Tutto il materiale finì in un istituto bancario svizzero. Solo recentemente il testimone ne è tornato in possesso e lo ha consegnato ai pm.

«Mio padre riteneva essenziale il coinvolgimento dell'on. Violante nella trattativa - continua Ciancimino - perché pensava che fosse l'unico a potergli garantire un trattamento di favore nel procedimento davanti alla sezione misure di prevenzione. Violante, insomma, essendo vicino ai giudici in qualche modo poteva garantirgli la salvezza del patrimonio». Il testimone ha raccontato che, in cambio del suo ruolo di intermediario nella trattativa tra Stato e mafia, l'ex sindaco chiedeva appunto una garanzia relativa alla tutela del suo tesoro finito sotto sequestro. A questo fine Vito Ciancimino si era attivato anche autonomamente grazie ai suoi contatti con i giudici delle misure di prevenzione e aveva ottenuto la nomina di un perito «amico», Di Miceli. «Il capitano De Donno, collaboratore di Mori - ha aggiunto - rassicurò mio padre dicendo che anche lui avrebbe cercato di incidere sul procedimento di sequestro».

«Rapporti diretti tra dell'Utri e Provenzano». «Marcello Dell'Utri e Bernardo Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia» ha detto Ciancimino. L'argomento è venuto fuori quando Ciancimino ha illustrato ai giudici il contenuto di un pizzino che Provenzano aveva scritto al padre. Nel bigliettino, che il teste ha consegnato in procura, il boss scriveva di avere parlato «al nostro amico senatore» di un provvedimento di amnistia che era stato caldeggiato da Ciancimino. «Mio padre - ha spiegato Ciancimino - disse che il senatore era Dell'Utri e che, anche se all'epoca il politico era solo un deputato, Provenzano era solito chiamare tutti senatori».

«Mio padre sperava in Dell'Utri e Cuffaro». L'interessamento di Marcello Dell'Utri e dell'ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro a un provvedimento di clemenza nei confronti dei detenuti mafiosi che avrebbe potuto portare benefici anche all'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino è emerso nel processo al generale dei carabinieri Mario Mori accusato di favoreggiamento mafioso. Il particolare, poi spiegato dal figlio dell'ex sindaco, si evince da un pizzino scritto a Ciancimino da Provenzano ed esibito in aula. Nella lettera il capomafia scrive: «Mi è stato detto dal nostro senatore e dal nostro presidente (secondo Ciancimino si riferirebbe a Dell'Utri e Cuffaro n.d.r.) che spingeranno la soluzione delle sue sofferenze». Nel pizzino si fa riferimento anche ad un avvocato, che secondo Ciancimino sarebbe l'avv. Nino Mormino, poi eletto alla Camera nella file di Forza Italia. Il legale sarebbe stato tra i sostenitori del provvedimento legislativo.

«Dell'Utri sostituì mio padre nella trattativa». «Dopo il suo arresto, a dicembre del '92, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con l'avallo di Provenzano - ha detto Ciancimino - Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Marcello Dell'Utri».

Da il Mattino di Napoli                          inserito da Michele Pappacoda

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