L'ordigno scoppiato domenica contro la procura generale di Reggio Calabria non può essere il frutto di un solo clan, ma della decisione collegiale di tutte le 'ndrine. Lo ha detto ad Apcom il Procuratore generale della repubblica di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro.
"In Appello si sistema tutto". Era questa la convinzione delle cosche della 'ndrangheta venuta fuori in numerose dichiarazioni di pentiti e anche in diverse intercettazioni telefoniche. Questa convinzione è sottolineata anche da Di Landro che ha dichiarato: "Forse qualcuno si era illuso che tenessimo un profilo più basso, cosa sbagliata, perché noi non ci arrendiamo mai".
E invece "i criminali sono portati a pensare che nel processo d’appello le cose si sistemano, quando questo non avviene, quando anche qui si rendono conto che i processi vengono trattati con pari impegno, qualcuno può avere la tentazione di reagire". Sulla matrice dell'attentato il Pg è chiarissimo: "Le cosche tradizionali si dividono il territorio - dice Di Landro - con una capillarità impressionate, quindi sappiamo bene qual è il confine della giurisdizione tra due clan. In questo caso - però - visto che hanno colpito le istituzioni la decisione deve essere stata presa collegialmente da tutte le 'ndrine della zona".
LA TARGA RIPRSA DA UNA TELECAMERA - È stata ripresa dalle telecamere a circuito chiuso la targa dello scooter utilizzato dalle due persone che domenica mattina hanno compiuto l'attentato contro il portone d'ingresso della Procura generale di Reggio Calabria. Ma secondo quanto si è appreso non sarebbe distinguibile
Dalle immagini, invece, può venire un contributo solo parziale riguardo l'accertamento dell'identità dei due attentatori, che indossavano entrambi caschi da motociclista. Si stanno valutando, comunque, le loro caratteristiche corporali per metterle a raffronto con quelle di persone schedate dagli investigatori come affiliate alla 'ndrangheta. I carabinieri del Reparto operativo di Reggio Calabria stanno svolgendo gli atti urgenti e ne trasmetteranno i risultati alla Dda di Reggio Calabria. Dopo la loro valutazione si deciderà quando trasmettere il fascicolo alla Procura antimafia di Catanzaro, competente sui procedimenti riguardanti i magistrati del Distretto di Corte d'appello di Reggio Calabria.

L'ATTENTATO - Domenica mattina la ’ndrangheta alza il tiro e punta direttamente ad intimidire i magistrati. In particolare la Procura generale di Reggio Calabria per l’impegno profuso in materia di sequestri patrimoniali. L'interpretazione di magistrati e forze dell’ordine è univoca: la bomba ad alto potenziale di fabbricazione artigianale fatta esplodere poco prima delle 5 contro il portone di ingresso agli uffici della procura generale reggina è un attacco diretto della ’ndrangheta. Un episodio che alimenta paura e tensione in città.
NAPOLITANO: "PIENO SOSTEGNO A MAGISTRATI" - Appresa la notizia del grave atto intimidatorio compiuto questa notte agli uffici della Procura Generale di Reggio Calabria, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso ai Capi degli uffici inquirenti della Città la sua solidarietà e la vicinanza del Paese a tutti i magistrati reggini. Il Capo dello Stato, si legge in una nota del Quirinale, ha manifestato il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell'ordine, di contrasto della criminalità, assicurando il pieno sostegno delle istituzioni.
VERTICE CON MARONI - L'episodio dell'attentato sarà vallutato in un vertice voluto dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che sarà a Reggio Calabria il 7 gennaio. Si terrà una riunione in Prefettura con i vertici delle forze dell’ordine i vertici della magistratura reggina e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.