POSITANO, PETER RUTA. RITORNO A POSITANO DOPO CINQUANTA ANNI

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ERMINIA PELLECCHIA «Peter Ruta, artista cosmopolita» titola l’antologica che lo scorso anno lo «Stadtgeschichtliches» di Lipsia ha dedicato al pittore, tedesco di nascita ma cittadino del mondo. Genitori esuli in Italia ai primi segnali della follia hitleriana- il padre Max Franke, tra i fondatori del cabaret Dada di Lipsia, la madre Else, ebrea – lui in eterna fuga dell’anima. New York, Parigi, Roma, Venezia, Positano, Londra, il Messico ed il New Messico e poi ancora la Grande Mela, lo studio di Manhattan distrutto nella tragedia dell’11 settembre, lui vivo per miracolo. Ruta ha per patria, lo confessa con pudore, la pittura, un sogno, un’ossessione, una passione che pulsa forte anche ora, e forse più di prima, che di anni ne ha compiuto ben novanta. La vita come un film, un romanzo ricco di capitoli appassionanti. Peter Franke, o meglio Peter Ruta da quando il padre decise di cancellare il cognome tedesco per assumere quello di Ruta, in omaggio al piccolo borgo della Costiera ligure a due passi da Portofino che aveva eletto a buen retiro, ha attraversato l’intero Novecento, contribuendo al mito di un secolo in fermento. Ma soprattutto ha scritto, da protagonista, il mito di Positano crocevia delle arti. Ed a Positano è ritornato in questi giorni, dopo quarant’anni e più di assenza, per ritrovare nuovi stimoli e per festeggiare con la seconda moglie Suzanne le nozze di platino. «Ho sempre rimandato – confessa l’artista – temevo che la modernità avesse distrutto la luce ed i colori del suo paesaggio. Ed anche ora ho resistito all’invito del mio amico Misha Wegner che mi spronava a conoscere Enzo Esposito, Massimo Bignardi, Lelio Schiavone che avevano deciso di dedicarmi una mostra a Salerno. Ho preso l’aereo, mi sono fermato a Roma, ho ritrovato l’incanto del Tevere, del Cupolone, dei tetti rosati ed arancioni. Un quadro tirava l’altro, alla fine Misha mi ha messo quasi di forza sul treno che mi ha portato al Sud». Poi il viaggio in auto, il passaggio dal verde dei Lattari al mare: «Ho ritrovato la poesia, tutta la sensazione di sole ed ombra ed acqua blu, il richiamo dell’antichità classica, la gioia di essere arrivato nel paese delle sirene. E uno stato mentale, bisogna essere buddisti per comprenderlo, da sempre uno cerca un posto così, io l’ho inseguito in tutto il mondo e, infine, l’ho trovato». A Positano Ruta arriva la prima volta nel ’49, è stanco, porta nel corpo e nello spirito ancora le ferite della guerra. È una sosta piacevole dopo il pellegrinaggio in Liguria e poi sul Lago Maggiore sulle tracce della sua famiglia. «Dopo le leggi razziali – racconta – malgrado mamma si fosse convertita al cattolicesimo, pendeva sulla mia famiglia la spada di Damocle del confino. Grazie agli abitanti di Ruta, al vescovo di Genova, ai partigiani delle montagne riuscirono per fortuna a scappare in Svizzera. Io non avevo più loro notizie, nel ’36, a diciott’anni, mi ero trasferito negli States per combattere contro Hitler, sono un pacifista come i mei genitori ma la dittatura va sempre combattuta anche se dolorosamente e tragicamente con le armi». La pittura è un richiamo forte. In America il giovane Peter segue i corsi di Jean Charlot all’Art Student League, gli insegnamenti sul colore, «schemi cromatici semplici e quasi sempre uguali», di Edward Hopper. Insegue la «luce del colore», è in polemica con gli altri artisti che vivono le esperienze dell’Abstract-Expressionism, il suo è un dettato figurativo, una cifra stlistica che non ha mai rinnegato. Vi si immerge nel viaggio di ritorno in Italia. Prima tappa Settignano, ospite di Leo Stein, fratello di Gertrude, che gli presenta Ottone Rosai. Poi Venezia nel 1947 dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e studia i mosaici di Ravenna. Qui ha modo di frequentare l’esclusivo circolo culturale di Peggy Guggheneim, che gli farà da madrina al matrimonio con la pittrice Erica Simpson, conosce Sartre. Le mostre si susseguono, inviti a Roma, Firenze, Napoli, pause contemplative a Stromboli ed all’isola dell’Elba. «Soldi, carriera, successo, ma il mio matrimonio stava naufragando – ammette Ruta – Mia moglie abbandona me e nostra figlia, un trauma da cui sono guarito solo a Positano». È il 1953. Il borgo di pescatori non fa domande, accoglie quel padre single che fa tanta tenerezza con una bimba da crescere, lo battezzano il birichino, le donne gli fanno da modelle, da cuoche e da balie, il falegname Gargiulo, poi gallerista e collezionista, gli farà i mobili della stanzetta di via Pasitea, il marchese Sersale, “sindaco comunista”, gli fa arrivare l’acqua. Ritimi tranquilli, colazione presto, passeggiata in spiaggia con la piccola Alexandra, il lavoro nello studio, le cene con la ristretta colonia di intellettuali stranieri: il filosofo Armin Wegner e la moglie Irene Kowaliska, il pittore americano Randy Morgan, l’espressionista tedesco Curt Craemer che a Fornillo dava “lezioni di nudo” facendo posare il suo Ciccillo, il ragazzo che lo portava su e giù con la sedia a rotelle, per gli amici Han Harloff, profugo di successo, Bill Condon che poi si fece frate francescano, Karli Soh-Rethel, Rudy Marquardt. «Avevo 35 anni, loro erano di una generazione più anziana, sono stati i miei maestri. Assorbii delle influenze, la geometria del Bauhaus, la chiarezza mediterranea, la mia pittura diventò più leggera, scolorita», dice. Ruta guarda dalla terrazza del Mediterraneo la Positano del 2009: «È sempre bella, ma gli anni del mito sono ormai lontani, è più imborghesita, globalizzata». Affiorano i ricordi: la Buca di Bacco, ristorante-bar, unico locale sulla spiaggia dove si ballava il rock ’n roll. «Gente semplice e teste coronate – sorride – Divi del teatro e del cinema e giovani leoni del posto. Lì ho incontrato Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Peter Lorre ed Ingrid Bergman con cui ho chiacchierato dei nostri figli, John Gielgud, Iris Tree, Gustav Grundgrens, Stella Adler, Tennessee Williams, i principi Caracciolo ed Heinrich da Bayer, il conte Kehyserling, la principessa Auersperg la cui famiglia una volta possedeva la Transilvania e lei ora riceveva gli ospiti con un piatto di patate. E poi Edna Lewis e gli artisti dell’Art Workshop, Sigmund Politzer, Gene Charlton, Bill Free. Una vita sociale frenetica, ma senza pretese». E semplici e modesti sono i soggetti che Ruta dipinge: pomodori che asciugano al sole, cestini sfilacciati, sedie desolate, donne con la faccia semi-nascosta. «I quadri positanesi di Peter – osserva la moglie Suzanne, scrittrice – hanno lo strano vuoto di De Chirico senza la mistificazione dell’antico. E, in fondo, lo stesso De Chirico fu influenzato da un pittore tedesco del diciannovesimo secolo, Van Marees. «Dipingo la realtà, ciò che vedo e non qualcosa che immagino», ribatte lui. Ma in realtà Ruta ferma il proprio animo nel paesaggio. Da Il Mattino