La "mimecare" di Francis Calsolaro

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Il noto mimo ha illustrato, presso il Convento San Michele, il suo progetto per dar sollievo agli ammalati, agli anziani, alle famiglie colpite da immani tragedie, come i terremotati d’Abruzzo attraverso il linguaggio del corpo


 


“…Più che il gesto o la mimica, il corpo in tutte le sue dimensioni.
Se la danza cerca la leggerezza e il volo, il mimo erige ad arte la pesantezza e il radicamento.
Se il teatro parlato privilegia la dinamica della parola, il mimo svela l’energia interiore, la amplifica
e le dona il ritmo per aprirsi all’ immaginario.
Per questo la tecnica di mimo corporeo è fondamentale per l’attore.
Essa risponde perfettamente ai bisogni di mobilità fisica e spaziale necessari
all’espressione teatrale.” E’ quanto scriveva Etienne Decroux  riguardo l’arte del mimo, disciplina severissima che ci ha presentato Francis Calsolaro, il quale insieme a Mara Russo è venuto ad illustrare la Mimecare, la mimoterapia, ospite della rassegna “Quello che passa al convento”, promossa da Vito Puglia.


Serata emozionale ed emozionante quella offertaci da Francis e Mara, i quali sono riusciti ad “iniziare” il  pubblico in sala, attraverso il canale per eccellenza, di quest’arte che è quello dell’introspezione, dello “sguardo dentro”, di quel qualcosa che è invisibile agli occhi degli altri ma, che per il Mimo è il motore di tutte le cose e di tutte le forme. Per diventare Mimo occorre, infatti, intraprendere un viaggio interiore in modo da entrare in risonanza profonda con il proprio talento e con parti nascoste di sé che non aspettano altro che essere contattate, riconosciute e fatte venire alla luce. Comunicare e rappresentare attraverso il corpo consente il recupero di una parte atavica che è quella della gestualità, un linguaggio immediato e forte che sa esprimere contenuti profondi. Francis, nel suo lavoro, a fianco di ammalati, anziani, attualmente dei bambini e delle famiglie terremotate d’Abruzzo,  si lascia guidare dall’istinto e talvolta dalla musica che permette di lasciarsi andare ancora di più nel movimento del cuore e non della ragione. Il suo mimare continua per sempre riscoprendo il valore del silenzio che porta ad ascoltare ogni mia vibrazione facendolo e facendoci sentire vivi nella propria umanità. La fantasia è l’anima del creativo e la sua forza è il cuore. Il Mimo crea dal nulla, o meglio dal mondo più sottile, ma affinché la sua rappresentazione non sia solo performance, deve metterci il cuore, perché solo così riesce a trasmettere i propri sentimenti. Questa professione dà l’opportunità di esprimere energia, amore che scaturisce dal profondo in modo imprevedibile e sempre nuovo anche ai propri occhi e al proprio sentire, scoprendo movimenti, mai uguali. Ma in una cultura occidentale dove viene data molta rilevanza alla parola, che contributo può dare l’arte del Mimo? Sicuramente il contributo maggiore è quello di far ritrovare la forza e la bellezza dell’espressione del corpo e del gesto, canali straordinari di relazione con se stessi e con gli altri che troppo spesso si dimenticano per lasciare spazio alla comunicazione virtuale priva di mimica e alla parola quale incarnazione di un processo mentale. Se si lascia cadere il sapere e la mente si acquista la potenza del proprio essere semplicemente per quello che è.  Mara e Francis  lavorano anche nelle scuole a rischio. I bambini, in genere, vengono soprattutto allenati ad acquisire abilità cerebrali, trascurando molto il corpo nel suo essere-sentire- agire. Questo è un vero peccato perché i bambini  sono globali, vivono nell’unità e non nel dualismo come gli adulti; portarli a sperimentare solo alcune parti di sé li conduce più alla separazione che all’unità. Il mimo, inoltre aiuta molto i ragazzini più timidi perché la timidezza porta a chiudersi e a non incontrare l’altro, mentre questa disciplina scopre, sperimenta ed esprime attraverso il corpo la propria “anima viva”, la comunità buona.  Francis e Mara terranno un corso di mimoterapia presso il convento San Michele a fine maggio,  in cui si indicherà una probabile uscita di sicurezza dal Nulla che ci attanaglia, mimo come “cura” del proprio essere, l’andare sulle vette e negli abissi dell’io, allo scopo di immaginare, e cogliere nuovi sentimenti, nuove emozioni. Solo purificandoli potremmo vedere, allo stato puro, ciò che abbiamo scoperto, cosa siamo, ri-generando la vita tutta, da semplice vita vivente in vita vissuta.


 Olga Chieffi