AMALFI, TRIBUNALE. FANNULLONI PER FORZA.. TRE ATTI AL GIORNO PER TRE DIPENDENTI

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Tre atti al giorno per tre dipendenti: questo è il lavoro prodotto in media dall’Unep, ufficio di notifiche, del Tribunale di Amalfi. I tre dipendenti sono esasperati: «Sto dalla mattina alla sera senza fare nulla, è mortificante», dice Anna Peluso. Gli altri due «fannulloni per forza» sono Maria Rosaria Auciello, l’ufficiale giudiziario responsabile dell’ufficio, e Giuseppe Cerchia. «È assurdo andare ogni giorno da Salerno ad Amalfi senza fare nulla o quasi – dice Maria Rosaria Auciello – io vorrei lavorare ma mi viene di fatto impedito. Eppure il magistrato presidente di sezione ha evidenziato il problema. Con le notifiche online il lavoro si è ridotto tantissimo. Facciamo circa tre atti al giorno, da luglio a settembre si riducono quasi a zero. Non ha senso mantenere un ufficio di notifiche qui solo per questi atti, è uno spreco di denaro pubblico». I dati sono stati tutti trasmessi agli uffici a Salerno, sia dai sindacati che dai presidenti di Tribunale della sezione di Amalfi, ma sembrano non avere riscontro. Mentre negli uffici del giudice di pace manca da quattro anni il cancelliere e le attività sono ferme. «Sono le contraddizioni della giustizia italiana, ci sono uffici che hanno bisogno di personale e noi siamo costretti a lavorare qui, anzi a stare senza fare nulla – dice Anna Peluso – , gli altri possono anche andarsene fatto il loro lavoro, io devo rimanare qui a guardare le stelle fino alle 14». Cinquecento atti e 80 esecuzioni in tutto finora, in quattro mesi si è fatto quello che un ufficio a Salerno, Castellammare o Nocera, fa normalmente in quattro giorni.  Da qui l’appello rivolto al ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta: «Speriamo che il Ministro, che ha casa a Ravello in costiera Amalfitana nel nostro circondario,  e conosciamo per la sua sensibilità, intervenga. Noi dipendenti vogliamo lavorare, ci sentiamo mortificati e umiliati a non fare nulla. E la stessa dignità umana e professionale che viene calpestata». Michele Cinque