ARRESTATO AD AMALFI SI IMPICCA NEL CARCERE A SALERNO

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L’uomo di origini russe, di 45 anni, era stato arrestato in Costiera Amalfitana dai carabinieri della compagnia di Amalfi. Si è tolto la vita ieri sera impiccandosi alla finestra della propria cella nel carcere di Fuorni a Salerno utilizzando una coperta dopo averla tagliata a strisce. In attesa di giudizio era gia sttato in osservazione psichiatrica nel carcere di Secondigliano a Napoli ed era detenuto dal gugno dello scorso anno quando fu arrestato ad Amalfi per un tentativo di rapina e per reistenza a pubblico ufficiale. L’uomo era solo e nessuno veniva a trovarlo. Non è il primo suicidio a Fuorni, a memoria ne ricordiamo un altro di una donna proprio un anno fa. Ma il suicidio in carcere è ricorrent. Gli atti di autolesionismo compiuti in carcere si prestano a interpretazioni diverse. Spesso rinviano a una certa teatralità, frutto del bisogno di catturare l’attenzione per instaurare un rapporto: un bisogno prepotente quando ci si sente abbandonati nel ventre di un’istituzione. Non così il suicidio, che non prevede nessun rapporto ulteriore ed anzi tronca definitivamente ogni relazione. Il suicida dichiara – senza ambiguità, senza alternative – che la sofferenza è stata più forte dell’istinto di conservazione. Non sempre il suicidio in carcere è un gesto di ribellione. Ma sempre pone l’istituzione davanti alla propria impotenza. Il condannato cessa di essere un recluso per affermarsi, attraverso la radicale negatività del gesto, come essere umano. Questo gesto va visto anzitutto come una scelta simile a quella che talora compiono gli uomini liberi. Il suicidio appartiene alla storia dell’uomo, dentro e fuori le prigioni. Se si guarda al detenuto come a un caso patologico anche quando si suicida, si insiste nell’errore di non vederlo come persona e ci si condanna a una comprensione limitata. Spesso la causa prossima del suicidio del detenuto si trova in una delusione, in un abbandono inatteso, in una solitudine irrimediabile. Per tradursi nel gesto suicida queste cause debbono trovare un terreno preparato. Quasi tutti, uomini e donne, hanno pensato in qualche momento della loro vita al suicidio. Ma soltanto quando questo pensiero diventa una presenza stabile, come il “vizio assurdo” di cui si parlava a proposito del suicidio di Cesare Pavese, può bastare un’occasione apparentemente minima per passare dall’idea all’atto. Ma l’istituzione s’interroga. Si sente sotto accusa, registra uno scacco. Ed è giusto che sia così. Se ci fermiamo al piano numerico, i suicidi nelle carceri italiane risultano meno della metà di quelli che si verificano nelle carceri francesi, la metà di quelli delle carceri belghe, un terzo di quelli delle carceri austriache, grosso modo pari a quelli di Inghilterra e Germania, e meno della media che si registra nei sistemi penitenziari europei. Ma sono sempre troppi.


 

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