I MISTERI DI POSITANO, LA MERAVIGLIA DELLA FEDE CHE RITORNA. FOTO E VIDEO

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Positano, Costiera Amalfitana. Una settimana Santa quella del 2009 a Positano che ha visto una serie di eventi religiosi organizzati dal parroco don Giulio Caldiero. Fra questi, con la dedizione, pazienza e fede di tanti positanesi che hanno fatto ritornare la tradizione dei “Sepolcri” , che è stata quasi persa in Costa d’ Amalfi,  per le quali occorre molto impegno. Sentiamo fra i vari “custodi” di questi sepolcri Antonio Cappuccio che ha allestito la chiesa di San Giacomo di Liparlati che, prima della costruzione della rotabile di Montepertuso, era molto frequentata proprio perchè si raggiungeva da lì la frazione montana. “Io li ho messi 24 giorni prima seguendo una antica tradizione positanese tramandatami dai miei bisnonni – ci dice Antonio Cappuccio -, ho messo tanti semi e cercato di trasmettere la mia fede, come quella dei tanti che vogliono portare avanti questa tradizione. Devono poi crescere al buio e così poi riempire la chiesa che diventa sede del “sepolcro” durante la via crucis, una tradizione che a Positano si tramanda da secoli.” Una tradizione che si stava perdendo e che don Giulio ha ripristinato grazie a  tanti che si sono impegnati, come Antonio Cioffi  “custode” scrupoloso e attento alla Chiesa Santa Margherita, poi per ogni chiesa c’era qualcuno, e ci dispiace dimenticar qualche nome, citiamo a memoria Maria Luisa Mazzacano, Elvira Parlato. Ma cosa sono i “Sepolcri”? Una volta vi era la pia tradizione, soprattutto per le donne, di fare lo “struscio”, vale a dire la visita dei Sepolcri durante la notte tra il Giovedì ed il Venerdì Santo. Il numero di Sepolcri che doveva essere visitato doveva essere necessariamente dispari. Per i sepolcri la gente più umile di campagna, un mese prima della Pasqua (qui ci sono due versioni una parla di 40 giorni, una di 21 giorni) seminava in piccoli vasi, che spesso erano i grandi piatti di terraglia in cui le famiglie mangiavano, il frumento, ma lo faceva germogliare e crescere non alla luce dove, per il processo della fotosintesi clorofilliana, sarebbe diventato verde, ma nel buio di una cassapanca, dove cresceva giallo; e questo (il buio) per simboleggiare la morte e poi la resurrezione; ma di questo simbolismo le povere donne di allora non sapevano nulla, ma eseguivano quello che avevano visto fare ai loro antenati e in cui credevano ciecamente. Tutto quel giallo ai piedi dell’altare in cui era custodita l’ostia del giovedì Santo, giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, in me ragazzo, suscitava non solo sentimenti di pietà per la morte di Gesù Cristo, ma anticipava anche la speranza della Sua resurrezione. Infatti nella processione del Venerdì Santo tutte le statue, che erano dolorose, erano adornate dai primi frutti della terra, come ad esempio, fave e piselli freschi che, se non erano ancora delle nostre campagne, erano state portate dalle “marine”, alcuni mettono anche pesci, i doni simboleggiano la resurezzione del Cristo, ma anche di un popolo, fatto prevalentamente di contadini e pescatori, la speranza di un futuro sereno e felice, di quella, che dai nonni, e ognuno ricorda il suo, era detta “Grazia di Dio” e il nostro paese ne ha tanta e dobbiamo continuare a valorizzarla e ad apprezzare queste tradizioni.


Michele Cinque


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