Giallo sui rapiti del Darfur: «Non sono ancora liberi»

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NAIROBI — Indietro tutto. Gli ostaggi di Medici Senza Frontiere Belgio rapiti la sera di mercoledì a Seraf Umra nel nord Darfur, non sono stati liberati. Ieri sera la Farnesina, violando un silenzio stampa da lei chiesto perentoriamente, aveva trionfalmente annunciato: «Sono liberi». Invece a tarda sera aveva fatto macchina indietro «Stiamo verificando». Il medico italiano Mauro D’Ascanio, l’infermiera canadese Laura Archer, il coordinatore sanitario francese Raphael Meonier e una delle loro guardie sudanesi, dunque, sono ancora nelle mani della gang che li ha catturati.

Ieri sera infatti – dopo l’annuncio della Farnesina – era apparso strano che mancassero ancora i dettagli sulla liberazione e in particolare nessuna autorità, né le famiglie, avessero ancora parlato con i tre volontari, nemmeno Medici Senza Frontiere. Sulla loro sorte era nata quindi un po’ di confusione. Tanto che più tardi il ministero degli Esteri è stato costretto a precisare: «Alla luce del mancato contatto di Medici Senza Frontiere con i loro operatori coinvolti nel sequestro, stiamo cercando di verificare quanto precedentemente appreso sulla liberazione». Stamattina alle 7.30 ora italiana radio Omdurman, monitorata a Khartoum dallo stringer del Corriere della Sera ha annunciato che saranno liberati entro poche ore. Gli ostaggi, secondo quanto appreso nella capitale sudanese, avrebbero dovuto viaggiare in auto quattro ore per raggiungere dal luogo della loro detenzione, la città più vicina, El Fasher. L’attesa è stata vana. Finora agli uffici dell’ONU del capoluogo del nord Darfur non si è presentato nessuno.


Altri dubbi sulla liberazione erano sorti quando il governo del nord Darfur, contattato a tarda sera al telefono dallo stringer del Corriere a Khartoum, si era rifiutato di confermare la liberazione. Poco dopo lo stesso governatore, Osmane Mohammed Yousif Kibir, parlando al servizio arabo della Bbc aveva dichiarato: «L’informazione del ministero degli Esteri italiano non è corretta. Sono io che sto trattando con i sequestratori che hanno ancora in mano gli ostaggi». Nessuna conferma della liberazione era stata data dalle autorità francesi e canadesi. Forse a trarre in inganno Medici Senza Frontiere (che per primo ha dato la notizia) era stata la dichiarazione di ieri pomeriggio del sottosegretario agli Esteri sudanese Mutrif Siddig: «Sono cominciate le trattative per il loro rilascio», aveva sostenuto, senza menzionare l’ammontare del riscatto richiesto: un milione di dollari. «Non è stato pagato alcun prezzo», aveva aggiunto Msf nel suo comunicato sulla liberazione, forse per compiacere alla Farnesina che, anche davanti all’evidenza, nega sempre che siano pagati riscatti in cambio di liberazioni. Il luogo in cui sono stati tenuti gli ostaggi, secondo informazioni che vengono dall’intelligence sudanese a Nairobi, «è isolato in mezzo alla boscaglia e lontano da villaggi». La stessa fonte ammette: «Nel commando che li ha portati via mercoledì sera c’era un uomo che portava un’uniforme. Difficile dunque che si tratti di banditi ma piuttosto di miliziani filogovernativi».


Le richieste iniziali dei rapitori non riguardavano solo un milione di dollari di riscatto, ma anche l’impegno della Francia a sostenere la richiesta al Consiglio di Sicurezza, che si discuterà nei prossimi giorni, di procrastinare di un anno l’esecuzione del mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità emesso dalla Corte Penale Internazionale contro il presidente sudanese Omar Al Bashir. Mutrif Siddig ieri aveva anche smentito questa notizia pubblicata da un giornale arabo. E aveva aggiunto — per rassicurare le ambasciate occidentali — che non era nelle intenzioni del governo di organizzare blitz per liberare gli ostaggi. In ogni caso quello dei tre cooperanti sembra un sequestro anomalo, probabilmente da attribuirsi non a banditi comuni, né a ribelli darfuriani, ma piuttosto a sostenitori del presidente Omar Al Bashir. Il Jem (Justice and Equality Movement), il gruppo ribelle più forte e attivo in Darfur, ha accusato Mussa Hilal, uno dei capi riconosciti dei Janjaweed, i miliziani arabi che scorrazzano su puledri o su cammelli, bruciano i villaggi, seviziano e ammazzano le popolazioni di origine africana, di avere organizzato il rapimento, per ammorbidire le posizioni della Cpi. Il sequestro ha provocato la partenza in massa del personale internazionale delle organizzazioni umanitarie. La popolazione del Darfur e i rifugiati (che le Nazioni Unite calcolano in 2,7 milioni) nei campi di sfollati resteranno praticamente senza assistenza.


dalcorriere.it               inserito da micheleDe Lucia


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