Acca Larentia, strage senza colpevoli – Nel 1978 l´assassinio dei tre militanti del Msi

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Colpi di arma da fuoco in via Cave, angolo Acca Larentia» quasi urla l’operatore della questura lanciando il messaggio alle volanti. Erano le 18,23 del 7 genaio 1978 come ricorderanno con cinica precisione i «Nuclei armati per il contropotere territoriale» nella loro rivendicazione. Una pioggia di colpi di mitraglietta e pistola contro un gruppetto di ragazzi colpevoli di frequentare una sezione missina. «Fascisti», come li consideravano molti in quegli anni di piombo e sprangate. Ucciderli non era reato, come recitavano le scritte sui muri e gli slogan nei cortei. Presi la borsa con le macchine fotografiche e via verso l’ospedale San Giovanni, quello più vicino al luogo dell’attentato. Al pronto soccorso c’era il caos.

Le ambulanze arrivavano una dietro l’altra. Il sangue era ovunque. Ecco Francesco Ciavatta, 19 anni, viene letteralmente scaricato sulla barella, preso per i piedi, le braccia. I vestiti sono impregnati del suo sangue. È già morto ma i sanitari tentano il tutto per tutto. Ancora. Altro ululare di sirena ed ecco una seconda ambulanza. Dentro un altro ragazzino, ma questa volta c’è poco da fare: il proiettile alla testa lo ha ucciso. Lo hanno trasportato in ospedale per un gesto di pietà. La sala d’attesa si riempie di giovani e di poliziotti. Giornalisti e fotografi cercano i volti dei parenti. Arriva il padre di Bigonzetti. Poi la mamma di Ciavatta, sorretta da due militanti. Ma già giunge la notizia che in via Acca Larentia, luogo dell’attentato, si sta radudando una folla di militanti del Msi. Vengono dalle sezioni e dai quartieri più lontani. Da Prati, Colle Oppio, Monteverde. E io, con la Nikon al collo, a correre a perdifiato lungo l’Appia, fino a quella strada dal nome altisonante, fatta a saliscendi con quelle scale che la legano a via Cave e, dall’altro lato, dove si affaccia la sezione del Movimento sociale, si allarga su via Evandro verso via Tuscolana. Luogo ideale per un agguato. E così è stato.


Le macchie di sangue arrossano il pavimento e le scale. Dentro la sezione, tavoli rivoltati e anche qui sangue ovunque. La polizia non riesce a circoscrivere la zona. Arriva Giorgio Almirante. Arriva Gianfranco Fini, giovane segretario del Fronte della Gioventù. La situazione è tesa. La gente piange ma è piena di rabbia. Basta una scintilla. E il caos scoppia quando un cineoperatore o un giornalista Rai lasciano cadere, con gesto innocente e naturale, la cicca della sigaretta sul sangue di uno dei ragazzi uccisi. Spinte, urla. Botte. E poi al grido di «Boia chi molla» i missini ma accanto a loro anche semplici simpatizzanti, iniziano a dar vita a un corteo. Ma faranno pochi metri, in via Evandro si fronteggiano con un gruppetto di carabinieri.


La confusione è totale. Non si sa come e cosa fotografare. I lampi del flash provocano la rabbiosa reazione della folla. Un botto. Poi un altro. Un solo istante di silenzio, poi urla strazianti lacerano l’aria. Un altro ragazzo è a terra sanguinante. È Stefano Recchioni, anche lui ha 19 anni e fa parte del gruppo che avanzava verso i carabinieri. A questo punto la strada esplode. Neanche Almirante riesce a tenere i suoi camerati impazziti. Intanto il giovane ferito viene trasportato al San Giovanni divenuto ormai l’ospedale dietro la «linea del fuoco».


Al Tuscolano scoppia la gueriglia. Auto date alle fiamme, lacrimogeni che saturano l’aria. Tossendo e correndo, seguo con altri colleghi il divenire della rivolta. Una rabbia contro tutti. Ancora non si conosce il bilancio delle sparatorie ma per tutti coloro che sono scesi in piazza c’è un solo fine: la vendetta. Vendicarsi dei «rossi» assassini. Dei poliziotti che non difendono la gente di destra. «Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga». Poche parole incise su un nastro lasciato vicino a un distributore e fatto ritrovare in serata a un giornale di sinistra firmano la strage a nome dei «Nuclei Armati di contropotere territoriale». Una sigla che mieterà altre vittime. Una sigla che non avrà mai volti e nomi.


La rabbia esplosa ad Acca Larentia sembra esaurirsi. I «camerati» si trasferiscono al San Giovanni, dove Stefano Recchioni, iscritto alla sezione Colle Oppio, lotta tra la vita e la morte. La madre è con lui. La sua agonia durerà due giorni ma il proiettile esploso dal capitano dei carabinieri Edoardo Sivori lo aveva praticamente ucciso subito. Nello stesso nosocomio sono ricoverati altri giovani feriti in maniera meno grave dai terroristi. C’è anche Vincenzo Segneri, che si è salvato perchè Bigonzetti lo ha spinto dentro la sezione qunado i killer hanno aperto il fuoco. La notte però non chiuse quell’ennesimo capitolo della tragedia tutta italiana di una guerra civile mai dichiarata e mai terminata. Il giorno dopo, domenica mattina, via Acca Larentia è piena di gente.


Fiori, cartelli e lumini riempono i muri della sezione del Msi. È ancora presto, appena le nove del mattino quando come se fosse stato tutto preparato durante quella lunga notte, i giovani militanti si incamminanno a gruppetti lungo via Cave. Gli slogan non lasciano dubbi: sarà un altro giorno lunghissimo, come lo è stata la sera prima. Le prime auto vengono capovolte e date alle fiamme all’incrocio con via Appia. Davanti a me i colleghi de «Il Tempo» Gianni Sarrocco e Antonio Monteforte vengono affrontati da alcuni manifestanti. Il corteo si dirige verso l’Alberone: l’obiettivo è la sezione del Pci.


Il percorso è segnato dal fuoco e dalla distruzione. Sono in tanti. Mentre scatto le foto dei gruppi che formano le barricate per impedire alla polizia di avanzare vengo circondato: vogliono i rullini. Riesco a evitare il peggio per il sopraggiungere di un contingente della Celere che spara lacrimogeni uno dietro l’altro. I miei assalitori fuggono. La guerriglia continua su via Tuscolana: autobus messi di traverso e dati alle fiamme. I fedeli all’uscita della messa dalla chiesa di S. Maria Ausiliatrice vengono avvolti nel fumo dei lacrimogeni. Due ore a ferro e fuoco, poi tutti di nuovo davanti alla sezione e ritorna il sereno. Andrà peggio la sera dopo. Sarà un lunedì di fuoco. Questa volta i giovani di destra «sparano» contro la polizia e contro giornalisti e fotografi. Anni più tardi Giusva Fioravanti dirà che quel giorno a premere il grilletto furono i Nar. Per vendetta. Ma oggi quei tre ragazzi, Bigonzetti, Ciavatta e Recchioni, non hanno avuto neppure giustizia. Nessuna inchiesta infatti è riuscita a trovare i colpevoli. Quei colpi fecero anche un’altra vittima: il padre di Ciavatta che tempo dopo si tolse la vita per il dolore.


Nel 1988 si scoprì che la mitraglietta Skorpion usata nella strage di Acca Larentia era la stessa servita per altri tre omicidi firmati dalle Brigate Rosse: quelli dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli. Nessun brigatista è finito in carcere per quella strage. Ma in tanti, troppi, vengono chiamati a parlare nelle università.


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