TORNA TRECCAGNOLI CON "NON SONO MAI PARTITO"

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Dopo l’esordio narrativo del 2006 con “Non lo chiamano veleno (Avagliano)” dove la mafia dei Casalesi veniva vista – ante Gomorra – sotto la lente narrativa di un noir livido ed ironico, Pietro Treccagnoli torna con “Non sono mai partito (pagg. 112; euro10; Centoautori)” con la sua lingua saporitamente narrativa, parlandoci di questo oggi fatto di reality finti e di finte realtà. L’autore fa questo ricorrendo a due registri narrativi. Il primo vede protagonista il commissario Ascione in pensione che cerca su invito di un padre, il figlio Serafino, un fricchettone del 1977, che al momento del rapimento Moro era sparito da Giugliano per andare a liberare lo statista democristiano. Nell’altro controcanto metaletterario si trova un cinquantenne che dopo trent’anni da quegli avvenimenti, spinto da una figlia quindicenne, si spinge ai ricordare i suoi sogni che diventarono presto bisogni. Treccagnoli nel didimo svolgersi narrativo ci lascia ancora lo stesso retrogusto amaro di quel passaggio che avevamo notato nel primo titolo: il viaggio da un mondo contadino dove tutto aveva un posto ed una condivisione, a questo nuovo tempo fatto di ipermercati “dove puoi passarci le giornate senza mai uscire, pure senza accattà niente”. Il pastiche dialettale si sposa con un buon italiano in un esperimento narrativo che al di là dei fatti narrati è la vera cifra di questo alfabeto giuglianese che sa di mele annurche e di scampie. Ascione nei suoi peregrinari romani tra checche e reality borderlin cerca lo sballato Serafino mentre si fa coinvolgere come concorrente proprio in una di queste carovane trash fatte di “mezzi scemi”. E mentre svolge le sue considerazioni sul guardare come un filosofo da terzo capitolo del manuale di Geymonant, ci consegna con l’epifania finale ciò che siamo diventati per via televisiva ed i cui ultimi anni ha bene raccontato nel suo ultimo libro Rizzoli Norma Rangeri: pensiero? Game over. Vincenzo Aiello