INTERVISTA AD ENZO DECARO

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Enzo Decaro, a conclusione del suo Laboratorio di Scrittura e Rappresentazione, tenuto presso l’Università degli Studi di Salerno, ha rilasciato un’intervista per ilmediano.it.


Enzo Decaro, attore di teatro e di fiction, una delle colonne de “La Smorfia”, con Massimo Troisi e Lello Arena, protagonista di tanti film e fiction, tra cui le recentissime “Una madre” e “Provaci ancora prof”, dirige anche un laboratorio di scrittura creativa presso la facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno. Tra le sue ultime fatiche da docente, un interessante corso di Scrittura e Rappresentazione (tra i suoi studenti anche due collaboratori de illmediano.it, Maria Maione e Antonio Del Vecchio). Con estrema disponibilità, e senza l’aria da vip, propria di molti personaggi dello spettacolo, Decaro ha lavorato cercando di tirare fuori il meglio da ciascuno, in un’esperienza di creatività, collaborazione ed unione.

Enzo, perché un corso di Scrittura e Rappresentazione? Cosa significa per lei?
“Questo corso è per me un’esperienza diversa che mi dà emozioni molto forti: mi sento anche io come uno studente che sta imparando cos’è vivere e sono certo di aver dato una piccola chiave a tutti coloro con cui ho lavorato, affinché possano districarsi in questa mappa complicata che è la vita a venti anni. Ho ricevuto a mia volta, fiducia, energia, intimità, contatto, ispirazione e tanti altri stimoli belli. Ogni volta mi rendo conto che non è solo lavoro ma soprattutto possibilità di grande gratificazione. Io sono orgoglioso di coloro che si occupano di ricerca: noi siamo tutti ricercatori e uno dei principi fondamentali della ricerca è condividere, quando si hanno, nuove conoscenze lasciando però ad ognuno la libertà di usarle come meglio ritiene opportuno”.

Già da alcuni anni conduce questo laboratorio. Non diventa ripetitivo?
“Ogni anno è diverso, ci sono gruppi diversi, persone diverse, aspetti diversi della personalità: ogni volta che si aggrega una nuova cellula si forma qualcosa di nuovo”.

Come è arrivato a Salerno?
“Sono approdato a Salerno perchè mi sono laureato a Napoli. Avevo smesso di insegnare per le difficoltà incontrate con la burocrazia e gli orari, visto che per me è complicato stare dalle 10 alle 18 all’università, come ho fatto qui, ma poi ha prevalso la voglia di mettere assieme lavoro intellettuale, creativo e pratico con gli altri e con se stessi anche a livello corporeo. Finchè potrò, lo farò”.

Durante il corso ha insegnato che scrittura creativa è scrittura del sé e la parte nascosta di ognuno di noi viene fuori piano, imparando a conoscere il nostro corpo a ad aprirci a noi stessi e al mondo esterno. Ha parlato quindi dell’importanza della respirazione per tirare fuori ciò che abbiamo dentro, dell’energia che più persone, semplicemente stando con le mani congiunte, possono dare e ricevere. Non ha mai avuto paura che tutto ciò potesse essere accolto con scetticismo dalle persone con cui lavora?
“No. Durante il laboratorio alcuni componenti di una ‘scialuppa’ (piccola unità lavorativa o gruppo, ndr) mi hanno insegnato che bisogna osare e rischiare perché al di là dei pregiudizi ci aspetta sempre qualcosa. Naturalmente bisogna essere prudenti e fare attenzione agli ostacoli, agli scogli…siamo sempre in mare aperto e siamo fatti per il mare aperto ma quando vogliamo possiamo anche rifugiarci al sicuro in una baia, a patto che non diventi la nostra prigione”.

Durante la sua vita ha conosciuto i nativi americani. Cosa ha rappresentato questa esperienza per lei?
“È già da molti anni che lavoro cercando di conoscere i diversi popoli del pianeta ed ho imparato che, seppur con differenze geografiche e storiche, in ogni società c’è sempre qualcosa che la accomuna alle altre. Secondo me come significativi ed ipotetici rappresentati della Terra, nella galassia si dovrebbero mandare i nativi americani perché il loro sapere non sparisca mai: loro si considerano parte della natura, antenne di segnali nell’universo. Purtroppo la società ci ha insegnato a sentirci cosa diversa dalla natura e a difenderci da questa. Loro, invece, la proteggono e, così facendo, difendono se stessi: non devono fare due cose diverse perché loro e la natura sono la stessa cosa. La natura è una madre, si fa parte di questa. Per questo motivo i nativi d’America non hanno mai pensato di agire con scopi economici o evolutivi che potessero essere dannosi alla Terra, perchè sarebbe autolesionismo. Dovremmo far tesoro di questa lezione di vita che giunge dall’altra parte dell’oceano”.

Televisione, teatro, università: una parola per queste esperienze così diverse.
Respirare! Respirare in maniera diversa a seconda del contesto, senza confonderli l’uno con l’altro. Solo così si può far bene. Anche perché ogni ambiente è diverso, ogni specifico sistema mediatico ha le sue coordinate e noi che siamo esseri multidimensionali dobbiamo imparare a stare stretti dove si sta stretti, larghi dove si sta larghi…pronti a passare dall’albergo a 5 stelle al sacco a pelo.


ilmeridiano             inserito da Michele De Lucia


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