Bufera in Campania Napoli sotto inchiesta, nel mirino i potenti

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Addirittura – dichiara Lepore – qualcuno è arrivato a dire in questi giorni che ci stiamo inserendo troppo nell’attività politica. Se un politico commette un reato noi lo perseguiamo come facciamo nei confronti di qualsiasi cittadino”. La dinamica dello scontro sta tutta nell’accelerazione del lavoro investigativo nei confronti dei santuari del potere partenopeo, popolati da spregiudicati e rapaci amministratori cresciuti all’ombra del vicerè Antonio Bassolino, ai quali una opposizione scadente e sdentata ha consegnato il controllo della città e della regione, accontentandosi delle briciole raccolte ai piedi del banchetto e siglando un deplorevole patto di non belligeranza.

Che la situazione sia esplosiva lo dimostrano le inchieste degli ultimi tempi e, ancor di più, la strumentalizzazione post-mortem del suicidio di Giorgio Nugnes, ex assessore alla Protezione civile del Comune di Napoli, coinvolto nell’inchiesta sulla guerriglia urbana di qualche mese fa a Pianura, contro la riapertura della locale discarica. È ormai evidente che i politici napoletani hanno il terrore di finire sott’inchiesta, ora che la Procura ha deciso di scoperchiare il verminaio nel quale si sono annidati affaristi senza scrupoli, imprenditori collusi e boiardi di Stato. E la domanda non è perché la magistratura abbia concentrato tutta la potenza di fuoco sulla classe dirigente locale, ma perché lo abbia fatto con così tanto ritardo.


Dall’inizio dell’anno, sono crollate – una ad una – le colonne del tempio del potere del centrosinistra in Campania: prima alcune indagini di minore rilevanza su appalti truccati nella pubblica amministrazione, che hanno portato nella rete pesci piccoli e medi, poi il vero segnale di crisi: l’inchiesta su giri di mazzette e favori alla sede della Regione Campania a New York, nella centralissima Fifth Avenue, lustro e orgoglio del «rinascimento bassoliniano». Da allora, è un susseguirsi di indagini e accertamenti incrociati che, se non portano a conclusioni giudiziarie, suggeriscono – a quanti sanno di essere «controllati» – di abbandonare velocemente la carriera politica, come accaduto all’ex assessore al Bilancio, Enrico Cardillo, dimessosi dall’incarico ufficialmente per motivi personali, ma più probabilmente per le gravi responsabilità politiche sulla disastrata gestione contabile del Comune di Napoli.


E arriviamo così alla «stagione calda» dell’emergenza rifiuti, che Silvio Berlusconi risolve in cento giorni ma che i vari commissari di governo non sono stati capaci di gestire in alcun modo in quindici anni e con dieci miliardi di euro a disposizione. I soldi finiscono nelle tasche di imprese in odore di camorra e dispersi nei rivoli di mille consulenze inutili: ne nasce una indagine che porta sotto processo Antonio Bassolino e i vertici della società «Impregilo» e che apre a un altro filone investigativo: quello sul «tesoro nascosto» del presidente della Regione. I magistrati, ben lontani dall’immaginare che l’uomo politico più potente della Campania degli ultimi quindici anni, sia nullatenente, si mettono a caccia di proprietà e beni che sarebbero stati intestati a prestanome. Si concentrano, in particolare, su un casolare a Cortona, di proprietà di un ex parlamentare ds, che tutti in zona chiamano villa Bassolino. Il lavoro inquirente è ancora in corso.


Nel mezzo, ci sono state le indagini su alcuni consiglieri regionali. Uno, in particolare, Roberto Conte, del Partito democratico, viene arrestato per concorso esterno in associazione camorristica sulla base dei racconti dell’ex padrino del rione Sanità, Giuseppe Misso. E arriviamo agli ultimi sviluppi: si sa di un fascicolo sul maxi-appalto da 400 milioni di euro, relativo alla gestione «chiavi in mano» della manutenzione stradale e dell’arredo urbano nel capoluogo, nel quale sarebbero coinvolti uomini politici di primo piano della giunta guidata dal sindaco Rosa Russo Iervolino. Le richieste di arresto per alcuni degli indagati sarebbero già state depositate a luglio presso l’ufficio gip e potrebbero diventare esecutive già prima di Natale.


L’ultima tegola è di ieri: il presidente dell’autorità portuale, Francesco Nerli, «bassoliniano» di ferro, ha lasciato l’incarico con due mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato. Da un mese risulta indagato per le sponsorizzazioni «forzate» delle cene elettorali degli ex ds da parte delle aziende che operano nello scalo napoletano.


Da il quotidiano Il Tempo


 


            inserito da Michele De Lucia


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