LA CRISI FINANZIARIA E L´ETICA NELL´ECONOMIA

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Per disingolfare il mondo da tutto ciò che di impulito lo travaglia, fioccano le ricette e sopravvengono consigli e idee più o meno taumaturgiche. Che queste idee provengano dai tutori dell’ordine costituito delle Verità (alcune religioni) o da suggeritori impenitenti o nostalgici di strategie gradualiste di miglioramento (molti leader politici), poco importa.
L’importante, a detta di tutti, è che vi sia una sorta di sovvertimento, di rinegoziazione profonda del concetto d’etica: come se, in barba alla teoria della gravità universale, si potesse prendere il pianeta Terra e ribaltarlo, mondandolo da quelle impurità che uno scarso senso dell’etica ha prodotto, in special modo negli ultimi secoli.
Visioni sovente legittime e a volte molto condivisibili, come ad esempio quelle più sinceramente riformiste, non ancorate in maniera troppo ideologica a pensieri ormai marcescenti, ma proiettate in un futuro funzionale, dinamico, pur se addentellate a taluni principi basilari.

Tuttavia anche queste idee, per antonomasia inclusive e quindi potenzialmente vincenti, necessitano di un’operazione in profondità, ben più che un maquillage per renderle presentabili agli occhi degli altri. L’acme della proliferazione di tutti questi ragionamenti, siano essi politici, religiosi, filosofici , lo si registra proprio in questi giorni, allorquando una profondissima crisi di sistema, definita come crisi economico-finanziaria globale, sta coinvolgendo, avvolgendo il globo. Questi due concetti, la crisi finanziaria e l’etica, rimbalzano come elastici impazziti fra i palazzi delle metropoli e si propagano per luoghi dove una volta era impossibile che arrivassero. Con la semplice velocità del pensiero, visto che ormai la rete globale di comunicazioni non conosce altra velocità che non sia la velocità del pensiero.
Allora, nei capoccioni fumanti dell’intellettualismo economico-finanziario e nelle intenzioni della stragrande maggioranza dei leader politici, fermenta e si manifesta ciò che sta diventando il più comune dei luoghi comuni: riscrivere le regole etiche dell’economia. Imbrigliare cioè quelli che sembrano fenomeni economici degenerativi e devastanti, incluse le bolle speculative, per sottoporli a un controllo puntuale da parte di organismi, possibilmente internazionali, pronti ad intervenire ad ogni tentativo di “deviazione etica” delle regole finanziarie.

Già, l’etica nella finanza; l’etica nell’economia; l’etica nei soldi.
Se la situazione attuale non fosse così grave e il momento così delicato, verrebbe quasi da ridere. Per almeno un semplice fatto: la forza altamente diseducativa e antietica del denaro.
Il tentativo, per così dire, di “umanizzare”, regolandolo, il sistema di accumulazione e/o proliferazione dei soldi è cosa talmente lontana da qualsiasi ragionevole previsione di successo, che non sprecherei un attimo di tempo appresso ad una semplice chimera, a quella che risulterà, qualora attuata, una pia illusione. Nel momento in cui il denaro non è più un mezzo di scambio, ma un obiettivo, è illusorio pensare che regole e criteri a valenza etica possano determinare effetti regolatori della circolazione del medesimo. Le infrazioni, le sregolazioni, le disapplicazioni, sarebbero tali e tante, e per giunta costanti, che non è peregrino, se non proprio aderire, considerare non priva di fondamento quella tesi che invoca la capacità di autoregolazione del mercato, quasi fosse un organismo vivente.

Purtroppo, agli inizi di questo secolo si è di fronte ad una vera e propria crisi valoriale, più che una crisi etica. Cioè a dire una incapacità di fondo di attribuire alle cose il loro corretto valore, la loro giusta collocazione nell’ambito civile e sociale. Mentre da una parte il sistema culturale e valoriale di cui è stata portatrice per secoli l’Europa, ha avuto la prevalenza ed ha trovato una coincidenza, se non un vero e proprio profondo radicamento, in un sistema di principi a forte valenza etica, sostanziatisi in maniera mirabile negli anni della Rivoluzione Francese, in America prendeva corpo, insieme ad una serie di valori mutuati dall’Europa stessa (segnatamente quelli a carattere religioso e quelli politici) un valore che nel corso del tempo è diventato non solo vieppiù robusto, ma addirittura unificante: il dio denaro.

E’ molto probabile che intorno a questo nuovo nume si sia costruita una vera e propria religione, coi suoi luoghi di culto, i suoi riti, la liturgia, ed il fine ultimo, rappresentato dal denaro stesso. Manca in verità l’elemento della trascendenza, ma non è escluso che qualche demiurgo (magari anche nostrano) prima o poi si arroghi il diritto di accostare impunemente l’idea della ricchezza spirituale a quella concreta dell’onnipotenza del denaro.
Più che di Venere-Europa e Marte-America, la bellezza e la guerra, si sta aprendo un periodo conflittuale fra due visioni fortunatamente non ancora coincidenti della vita. Minerva-Europa (la dea dell’arte, della cultura) e Mercurio-America, (il dio del commercio, dei soldi) , propongono, pur se anche in maniera differenziata al loro interno, visioni e soluzioni diverse per risolvere questa crisi globale.
Il dato non è irrilevante.

La ricollocazione dei tasselli esistenziali della gente nei loro ambiti più propri e degli obiettivi umanizzanti della nostra esistenza, è operazione culturale ed etica; fors’anche prescinde da prese di posizioni politiche predeterminate. Chissà se il nuovo Presidente degli Stati Uniti, magari Barak Obama, saprà cogliere questa differenza e correggere in termini politici quello sbilanciamento culturale che George Bush ha prodotto in quasi un decennio di totale autoreferenzialità.
Stefano Faraoni www.stefanofaraoni.it