MIRELLA BARACCO, LA CAMPANIA DESTINI FONDI EUROPEI ALLA SCUOLA

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Fin dalla sua costituzione, ormai quasi un quarto di secolo fa, la Fondazione Napoli Novantanove ha avuto una sensibilità particolare nei confronti della scuola. Promuovendo una serie di progetti intesi a renderla protagonista di un più generale risveglio di protagonismo civico. Dice Mirella Barracco, che della Fondazione è presidente: «Abbiamo sempre capito che quello sarebbe stato il punto nodale di qualunque attività avessimo voluto promuovere. E così, quando per esempio invitammo le scuole ad adottare un monumento, il fine della nostra azione non era tanto il monumento, quanto la diffusione di una conoscenza del passato, delle nostre radici, e di conseguenza l’allargamento sul territorio di un senso forte dell’identità e dell’orgoglio civico».
Un’azione formativa.
«Proprio così. Ogni volta ci siamo preoccupati di scegliere strumenti diversi, adatti alla situazione, allo scopo di superare la logica dei cosiddetti ‘‘eventi” e puntare con decisione verso un vero e proprio percorso formativo.
È la filosofia che ha improntato storiche iniziative come Monumenti Porte Aperte o, in tempi più recenti, i nostri programmi sulla letteratura in Calabria».
La scuola nel Mezzogiorno è in queste settimane al centro di una notevole discussione nazionale. Se ne parla come del punto più critico di una più generale criticità italiana.
«Io direi che l’Italia ha spesso gli stessi problemi del Mezzogiorno, solo che nel Mezzogiorno, per ragioni note, c’è sempre da lavorare di più. Non mi piace confinare questo discorso al puro ambito scolastico, vorrei che acquisisse una dimensione più ampia. Il problema è quello di una formazione che deve raggiungere anche gli obiettivi che ci appaiono più lontani. Dobbiamo avere la forza e la voglia di parlare a tutti; anche, per dire, ai ragazzi che affollano le curve degli stadi. Dobbiamo mettere in atto un grande sforzo per uscire da un’idea angusta di scuola ed entrare in una dimensione più ampia di autentica educazione civica».
Esiste una emergenza-scuola per il Mezzogiorno?
«Non mi piace parlare di questo tema
«La scuola non è solo la scuola»
usando la categoria dell’emergenza. Che esista un deficit formativo, ce l’ha ricordato tra gli altri, un anno fa, il governatore della Banca d’Italia Draghi, allorché segnalò come, drammaticamente, quel deficit si portasse dietro quasi come naturale conseguenza un altro deficit, quello occupazionale. Quando Draghi disse quelle cose lo invitammo in Calabria perché ci aiutasse a concentrarci ancora di più sul problema, aiutandoci a farne la nostra principale attività. Ma, vorrei dire, non in una ottica ‘‘emergenziale”, e bensì con la piena consapevolezza che quel tema, il tema della formazione, ha da essere il tema principale, sempre e comunque».
Riforme, controriforme; pubblici dibattiti e polemiche infuocate. Non si può certo dire che negli ultimi tempi in Italia non si sia parlato molto di scuola.
«Sì. Ma una cosa sono queste modifiche più o meno piccole che i vari governi che si succedono vanno apportando al sistema scolastico italiano. Altro è ciò che servirebbe veramente. Io penso che occorra una analisi più globale. E che si debba assolutamente trovare il modo di far convergere più risorse sulla scuola. In Calabria l’hanno fatto ».
Che cosa hanno fatto?
«Il vicepresidente della Regione, l’economista Domenico Cersosimo, che siede in giunta dalla primavera di quest’anno, ha studiato a fondo il problema e ha prodotto un progetto in base al quale cento milioni di euro, tra il giugno e il dicembre di quest’anno, saranno per l’appunto destinati alla scuola. Ecco: questa mi pare una prospettiva non ‘‘emergenziale”. Si tratta piuttosto della presa di coscienza della necessità di investire in risorse, energie, progetti — e non certo in ‘‘eventi” — sul terreno della formazione. Facendone il tema principale dei prossimi mesi e anni. E se in una regione non certo facile come la Calabria si è deciso di investire in un’operazione così grossa, beh, io trovo che sia un esempio che dovrebbe spingerci a fare tutti di più».
Nel Sud in generale e in Campania in particolare.
«Certo. Purtroppo, in questo campo, non mi pare di vedere alcun grande progetto di ampio respiro che possa farci guardare con attenzione e stupore dal resto d’Italia, come pure potremmo permetterci di fare. Vedo piuttosto piccoli aggiusti, interventi ordinari, insomma cose molto lontane da quella che dovrebbe essere la nostra vera preoccupazione, e cioè la costruzione del futuro. Eppure sarebbe davvero entusiasmante coinvolgere tutti verso un obiettivo come questo…».
Entusiasmante, certo. Ma anche assai difficile…
«Di sicuro nei mesi scorsi sarebbe stato veramente molto difficile dire nelle scuole: ragazzi, rispettate la vostra città. Anche questo piccolo strumento di educazione civica sembrava perso, in quanto tutto ciò che si sarebbe potuto insegnare era poi contraddetto dalla realtà. Ma se ora da Napoli partisse un segnale diverso; se ci decidessimo a guardare il mondo in maniera diversa… beh, sarebbe fantastico. Chissà, forse è un’illusione, e so bene che nella catena formativa anche la rottura di un solo anello può rivelarsi catastrofica. È proprio per questo che secondo me c’è veramente bisogno di un esercito di persone. Tutte impegnate in un progetto di guerra».
E come la dichiariamo, questa guerra?
«Io credo che sia arrivato il momento di un’azione complessiva. Forse potremmo convocare gli stati generali della scuola. Nel Mezzogiorno, e anche nell’intero Paese».
Mi pare di capire che tutto ciò che sta dicendo vada oltre le questioni di questi giorni. Che insomma stiamo parlando di qualcosa di molto diverso dalla riforma del ministro Gelmini.
«La scuola non è soltanto la scuola. È un impegno dal respiro più vasto. A livello regionale non è possibile cambiare i programmi scolastici, però si possono fare mille cose a sostegno della scuola e di un progetto formativo generale. Per riempire i vuoti che, al di là della scuola stessa, esistono nella nostra realtà».
Lei dice: stati generali. Ha già in mente a chi rivolgere questo appello?
«So soltanto, e per certo, che non dovrebbero essere stati generali di una categoria, come quella degli insegnanti, anche se so altrettanto bene che in questo momento sarebbe assurdo non tener conto dei problemi che stanno vivendo. So che il momento richiede uno sforzo grande e una progettualità coraggiosa. Il mio personale appello è che i fondi europei, oltre che all’imprenditoria o al turismo, vengano destinati anche alla scuola».
Francesco Durante, Corriere del Mezzogiorno


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