Casalesi, cinque killer latitanti

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Casal di principe – La serranda del Roxy Bar è chiusa sull´ultimo mistero della nuova Corleone. Corso Dante di Casal di Principe: non c´è più traccia dell´agguato a Michele Orsi, l´imprenditore ucciso domenica, un ingegnere che si era immerso con il fratello nel business più ricco e pericoloso: le società miste per la raccolta dei rifiuti. La Eco 4, diventata Ce4, era un crocevia tra camorra, amministrazioni politiche opache, imprese temerarie. Non c´è un fiore, il velo di pioggia fa sparire anche il gesso della Scientifica, passano le auto senza neanche rallentare, il selciato è sconnesso ma pulito.

Diciotto i proiettili. Una missione firmata: il colpo di grazia alla testa, come nel delitto di Umberto Bidognetti, l´allevatore estraneo alla camorra ma padre del pentito Domenico e cugino di Francesco Bidognetti, “Cicciotto ‘e Mezzanotte”, boss in bilico. Le pistole sono quelle dei delitti importanti: una calibro 9 e una 38. Le stesse forse di qualche altro agguato. Chi spara e perché? È cominciata una strategia del terrore. Per sventare il rischio di altri ergastoli dopo il processo Spartacus: chi sa, non deve parlare. Questo il messaggio. Michele Orsi era uno che sapeva. Più che pentirsi, rispondeva alle domande dei magistrati. Dava conferme e qualche rilevazione. Conosceva i rapporti tra Francesco Bidognetti, gli amministratori, i politici.

Le rivelazioni su Bidognetti sono temute: possono far crollare lo stesso boss. Se decide di collaborare, frana una fortezza che potrebbe nascondere ancora oggi politici, imprese, cosche. Questa ipotesi terrorizza tutti i giovani gregari, oggi quasi tutti latitanti e sotto i quarant´anni, maturi per una scalata: da gregari di Bidognetti a nuovi boss. Quella che spara quindi è una camorra di secondo livello, feroce e ambiziosa. Non menti raffinate, non i padrini che si sono inseriti nei circuiti finanziari nazionali come i due superlatitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine, interessati invece ad abbassare il profilo di allarme. Ma gente che si gioca tutto. Che sta fuori e che spara per crearsi spazio, per emergere, ma anche per far tacere chi sa.




Spunta la nuova gerarchia: al vertice il detenuto Francesco Schiavone “Sandokan”, sull´orlo di una crisi di nervi e di potere è Francesco Bidognetti non più socio alla pari, imprendibili e potenti Antonio Iovine e Michele Zagaria. A un livello inferiore, cinque latitanti. Questa è la fascia nevralgica che rompe gli equilibri, secondo gli inquirenti. Tutti ex di Bidognetti, pronti ad accreditarsi come gruppo dirigente. Sono Alessandro Cirillo (‘O Sergente), tossicodipendente, sempre meno lucido e più aggressivo, «diventato come una botte» secondo i rapporti segreti dei carabinieri, ricercato per delitti del ´94 e ´96. Giuseppe Setola, viene da dieci anni di carcere, riflessivo, ruvido nel chiedere tangenti attraverso suoi fedelissimi. Oreste Spagnuolo tende verso Castelvolturno dove lo seguono giovani spacciatori, è indicato come uno dei più abili nel gruppo di fuoco. Giovanni Letizia, zoppo, assistito dal fratello Franco, è stato accanto a Guida dentro “Drink”, napoletano della Sanità passato con i Casalesi. Emilio Di Caterino, “Emiliotto”, se l´era giurata con Cirillo, ma tra i due non c´è più alcun segnale di guerra.

Da Casal di Principe a Castelvolturno, da Casapesenna a San Cipriano: è zona rossa. Le indagini sono di qualità, la Mobile diretta da Rodolfo Ruperti scelto da Antonio Manganelli dopo un apprezzato lavoro con il questore Sandro Federico in Calabria, apre una sezione a Casal di Principe. Niente commissariato né contatti con il pubblico, solo squadra di detective con mezzi sofisticati. Rimane a Casapesenna (paese di Michele Zagaria, fantasma da 13 anni) il posto di polizia. Permane però la percezione di insicurezza e malcontento. Per carabinieri e poliziotti neanche gli incentivi di “zona disagiata”. Poche pattuglie sulle strade, rari i controlli, i temibili latitanti sarebbero in zona, se ne avverte la presenza, ma è impossibile fermarli se a una folta struttura investigativa in ufficio non corrispondono pari numero e forza nelle strade


                      Michele De Lucia