DA NAPOLI ALLA SASSONIA

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Nessuno vuole la spazzatura campana, tranne i tedeschi che hanno fatto del riciclaggio un settore economico che dà lavoro a 160mila persone. I rifiuti sono in gran parte riciclati a valle e trasformati in materie prime poi rivendute a vari paesi (tra cui l’Italia, che dunque ne paga sia lo smaltimento che il riacquisto). Per la quota residuale è già pronta una tecnologia (italiana) che trasforma i rifiuti in combustibile. Ed invece, gli interessi dei fossili del capitalismo italiano producono ancora sceneggiate a base di roghi, inceneritori, eserciti e discariche…

Antonello Mangano

Napoli alla Sassonia: riciclaggio a valle e nuove tecnologie


Emergenza permanente


Voi fate i furbi, noi ricicliamo


Duecentomila euro al giorno


Thor, il sistema di riciclaggio ‘indifferenziato’ (e italiano)


Retrospettiva


Camorra


I rifiuti radioattivi, nucleari, sanitari


La privatizzazione del “ciclo industriale dei rifiuti”




Toni ha una collana d’oro massiccio al collo, barba incolta, canottiera in vista, petto villoso, occhiali da sole e scudetto tricolore sulla maglia azzurra. Entra tre volte nel centro commerciale: corteggia da tamarro la commessa, rubacchia sul prezzo ad un amico, infine dice “noi gli arbitri li compriamo” scherzando sul prezzo dei televisori.


Sono gli spot che la catena MediaMarkt (presente in Italia col marchio MediaWorld) manda in onda alla vigilia dei campionati europei 2008. Molti italiani si sono offesi, tranne quello che ne avrebbe avuto tutti i diritti, perché ne hanno usato il nome, ovvero il popolarissimo centravanti del Bayern Monaco che invece l’ha presa a ridere.


Per il resto, dalle proposte di boicottaggio alle prese di posizione dei politici (persino Fassino ha comunicato al mondo di esistere scagliandosi contro gli spot) è stato tutto un coro di indignazione. Si è scomodato pure l’ambasciatore a Berlino, che ha ottenuto il ritiro dello spot più pesante, quello che richiama i furti di “calciopoli”, ed una pagina di scuse della catena che ricorda il genio italico e le tante invenzioni ad esso ascrivibili.


Effettivamente, siamo al solito luogo comune dell’italiano buzzurro e truffatore. Un’immagine trita e ritrita, che però purtroppo gli italiani non fanno che confermare ad ogni occasione.



Emergenza permanente


In Campania il “sistema” ha inventato l’emergenza permanente per creare un metodo di arricchimento efficace e duraturo. La complicità tra la camorra specializzata in ecomafie, la politica e l’imprenditoria del centro-nord ha portato la Campania ad essere la pattumiera d’Italia, ruolo sgradevole solitamente assegnato a paesi come la Somalia.


La totale distruzione del territorio, la compromissione di attività come l’agricoltura, l’allevamento ed in parte lo stesso turismo ha portato all’esasperazione la popolazione, contraria all’apertura di nuove discariche nella regione.


All’inizio del 2008 è nuovamente emergenza. La Sardegna (unica in Italia) si dice disponibile ad accogliere i rifiuti campani, ma la reazione popolare è immediata. Cassonetti incendiati nel capoluogo, sacchetti di rifiuti lanciati nel cortile della abitazione di Cagliari del presidente Renato Soru.


La prima nave con i camion carichi di rifiuti campani è accolta al porto di Cagliari dalla protesta di un centinaio di manifestanti, tra cui militanti indipendentisti, di Alleanza Nazionale e Forza Italia oltre al sindaco di Cagliari.


Non resta che spedirli all’estero. I principali giornali tedeschi intervengono con forti commenti. In quello di prima pagina della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, dal titolo “Bancarotta delle istituzioni”, si punta soprattutto il dito sull’aspetto etnico-culturale alla base del disastro ecologico del napoletano.


Il fatto che da quasi tre lustri nessun commissario sia mai riuscito a risolvere il problema va ricondotto secondo il giornale “alle tipiche caratteristiche napoletane, con l’abitudine a situazioni caotiche che da generazioni rafforza il convincimento che in qualche modo è sempre possibile cavarsela con la furbizia […] E se le cose vanno storte, arriverà sempre qualcuno dal cuore tenero per dare una mano”.


Anche la progressista “Berliner Zeitung” critica quello che considera il tipico “laissez faire” italiano e spiega che dietro i problemi dei rifiuti di Napoli “c’e’ anche l’indifferenza nei confronti del bene comune e della cosa pubblica, assai spiccata in Italia, ma tanto più forte quanto più si va verso sud”.



Voi fate i furbi, noi ricicliamo


“Der Spiegel” mette invece l’accento sugli affari tedeschi “con la sporcizia di Napoli” e rivela che i treni con i rifiuti provenienti dalla Campania hanno come destinazione Bremerhaven e Lipsia.


“Mentre all’inizio i treni erano diretti a Duesseldorf e Hameln”, scrive lo “Spiegel”, “adesso i rifiuti provenienti dal Golfo di Napoli arrivano piu’ lontano, sulle coste del Mare del Nord e in Sassonia”. Michael Schneider, portavoce della Remondis, la piu’ grande azienda privata tedesca per il trattamento di rifiuti, conferma che ogni giorno arrivano in Germania “molto meno di mille tonnellate”. Schneider ha aggiunto che a Bremerhaven vengono trattati rifiuti di ogni tipo che arrivano assolutamente mescolati, dalle scarpe sportive agli avanzi di spaghetti.


“Per il nostro modernissimo impianto non e’ affatto un problema”, spiega il manager, “poiche’ ricicliamo tutto con un bassissimo tasso di emissioni nocive”. Anche Guenter Lohmann, presidente della societa’ sassone per il trattamento dei rifiuti (Wev), conferma che non ha alcun problema nel trattare la raccolta non differenziata dei rifiuti partenopei. I rifiuti trasportati con i convogli provenienti dalla Campania finiscono nella discarica di Croebern, alle porte di Lipsia, dove nel 2005 entrò in servizio il più grande impianto tedesco per il riciclaggio biomeccanico delle immondizie, anche se la maggior parte dei rifiuti trattati sono quelli perfettamente differenziati provenienti da Lipsia e dalla regione circostante[1].


Lo “Spiegel” scrive che nella città sassone sono tutt’altro che dispiaciuti per gli arrivi di rifiuti dalla Campania, che contribuiscono a far girare a pieno ritmo il gigantesco impianto. “Oltre all’aspetto finanziario, noi consideriamo anche quello della prestazione di un aiuto”, ha tuttavia aggiunto il manager. Il portavoce di Remondis, Michael Schneider, ha invece definito “una definitiva sciocchezza” la notizia diffusa in Italia che l’azienda intenda costruire un nuovo impianto ai confini con il Lussemburgo per trattare i rifiuti provenienti dal napoletano, considerati dal manager “un problema temporaneo”[2].


Dunque, i rifiuti campani già smaltiti in Sassonia non sono stati bruciati nei termovalorizzatori tedeschi, ma sono stati riciclati per ricavarne materie prime secondarie e composti organici che verranno venduti all’industria. Il percorso dell’immondizia italiana in Germania lo ha spiegato all’ANSA una portavoce del Ministero dell’Ambiente della Sassonia, sottolineando che niente è finito in discarica.


Anzitutto, sono stati separati i rifiuti organici da quelli solidi, che diventeranno poi materie prime secondarie (plastica, metallo, etc.). Il resto, “una parte minore – ha proseguito – è stato trattato in un impianto meccanico-biologico e verrà venduto alle industrie”, le quali bruciano questo materiale trasformandolo così in energia. Ma il grosso dei rifiuti campani diventa materia prima secondaria[3]. E l’Italia, oltre a fornire l’immondizia, svolge anche un ruolo importante nella fase successiva: è infatti al terzo posto, con 2,01 milioni di tonnellate, della graduatoria degli acquirenti di materie prime secondarie[4].


Quindi:


1) la differenzazione si può fare benissimo anche a valle della raccolta, senza neppure una linea di separazione a monte ’secco-umido’, che pure sarebbe utile. Basta avere l’impiantistica giusta;


2) il residuo viene trattato con metodo ‘a freddo’, meccanico biologico, la cui tecnologia è molto semplice e non particolarmente costosa;


3) solo il residuo ulteriore viene venduto a ditte che lo inceneriscono. Ma questo non perchè sia indispensabile, bensì per una (ambientalmente opinabile) scelta economica. Infatti il secco pulito che viene da un ciclo del genere potrebbe essere tranquillamente usato per fare le strade o per produrre altre merci (come fanno ad esempio a Montebelluna in Italia) ma in Germania le ditte che hanno sul groppone gli inceneritori sono in crisi perchè non hanno più combustibile (per i livelli altissimi di riciclo) e devono comprarlo. In Italia i cip6 garantiscono 50 euro di finanziamento pubblico per ogni tonnellata incenerita (grazie all’uso distorto dei cip6, soltanto i 6-7 milioni di tonnellate di ecoballe che sono stoccate a metà 2008 valgono già oltre 300 milioni di euro di finanziamento pubblico);


4) il danno economico per l’Italia, in questo momento, è incalcolabile: non solo manda a smaltire i suoi rifiuti in Germania ma poi ne ricompra una parte sotto forma di materia prima riciclata!


Gli inceneritori sono una tecnologia di 25 anni fa. Chi li ha riduce il danno (economico e ambientale) mentre grandi città come Sidney, Tel Aviv, San Francisco ne fanno ampiamente a meno (e anche San Francisco ad esempio non fa la differenziata porta a porta, ma differenzia a valle).



Duecentomila euro al giorno


Se i tedeschi ci guadagnano, quanto costa allo Stato lo spostamento dei rifiuti in Germania? Sempre secondo “Der Spiegel” il trasporto della spazzatura campana in Germania costa ogni giorno allo Stato italiano circa 200mila euro. Un manager di Ecolog (una divisione delle Ferrovie italiane) ha rivelato al sito del giornale, sotto anonimato, che ogni giorno sono coinvolti due treni nel trasporto dell’immondizia verso la Germania. Ciò corrisponde a circa mille tonnellate di rifiuti, circa un settimo delle 7200 tonnellate che la Campania produce quotidianamente[5].


Dal 2001, a liberare le strade di Napoli dalla spazzatura è un’altra grande società tedesca. Nata nel primo dopoguerra, Remondis si è prima specializzata nella raccolta dell’immondizia a Selm, una cittadina della Ruhr. Oggi l’azienda, sempre in mano alla famiglia del fondatore Josef Rethmann, è un colosso mondiale nel riciclaggio dei rifiuti urbani e industriali: lavora in 25 Paesi, ha 15mila dipendenti e un fatturato di 2,3 miliardi di euro.


“La plastica si puà produrre dal petrolio greggio. Oppure dalla spazzatura”, recita lo slogan nella home aziendale.


“Siamo intervenuti dopo che la Campania ha chiesto l’assistenza del Nord-Reno Vestfalia nel 2001”, spiega Michael Schneider, portavoce della società a Lünen.L’impegno a smaltire irifiuti campani non è con le autorità partenopee, ma con Ecolog, una società delle Ferrovie dello Stato.


Nel campo del riciclaggio la Germania ha fatto miracoli in questi ultimi anni. Tra le altre cose è possibile riciclare le bottiglie di plastica, trasformandole in un materiale tessile utilizzato poi per produrre felpe.


In Germania, il business dei rifiuti pesa per 19 miliardi di euro e dà lavoro a 160mila persone. Michael Hüther, direttore dell’Istituto Iw di Colonia, sostiene che il riciclaggio dell’immondizia comporta minori importazioni di materie prime per circa 3,7 miliardi di euro all’anno. Ormai l’ottica si è completamente ribaltata: lo smaltimento dei rifiuti non è più un costoso obbligo sanitario, è diventato una lucrosa opportunità economica[6].



Thor, il sistema di riciclaggio ‘indifferenziato’ (e italiano)


Thor è un sistema sviluppato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) che permette di recuperare e raffinare tutti i rifiuti e trasformarli in materiali da riutilizzare e in combustibile dall’elevato potere calorico, senza passare per i cassonetti separati della raccolta differenziata.


Un passo oltre la raccolta differenziata e il semplice incenerimento, con cui i rifiuti diventano una risorsa e che comporta un costo decisamente inferiore a quello di un inceneritore. Thor (Total house waste recycling – riciclaggio completo dei rifiuti domestici) è una tecnologia ideata e sviluppata interamente in Italia dalla ricerca congiunta pubblica e privata, che si basa su un processo di raffinazione meccanica (meccano-raffinazione) dei materiali di scarto, i quali vengono trattati in modo da separare tutte le componenti utili dalle sostanze dannose o inservibili.


Come un ‘mulino’ di nuova generazione, l’impianto Thor riduce i rifiuti a dimensioni microscopiche, inferiori a dieci millesimi di millimetro. Il risultato dell’intero processo è una materia omogenea, purificata dalle parti dannose e dal contenuto calorifico, utilizzabile come combustibile e paragonabile ad un carbone di buona qualità.


“Un combustibile utilizzabile con qualunque tipo di sistema termico”, aggiunge Paolo Plescia, ricercatore dell’Ismn-Cnr e inventore di Thor, “compresi i motori funzionanti a biodiesel, le caldaie a vapore, i sistemi di riscaldamento centralizzati. Infatti, le caratteristiche chimiche del prodotto che viene generato dalla raffinazione meccanica dei rifiuti solidi urbani, una volta eliminate le componenti inquinanti sono del tutto analoghe a quelle delle biomasse, ma rispetto a queste sono povere in zolfo ed esenti da idrocarburi policiclici”. E’ possibile utilizzare il prodotto sia come combustibile solido o pellettizzato oppure produrre bio-olio per motori diesel attraverso la ‘pirolisi’. L’impianto è completamente autonomo: consuma infatti parte dell’energia che produce e il resto lo cede all’esterno.


Il primo impianto THOR, attualmente in funzione in Sicilia (a Torrenova, in provincia di Messina), riesce a trattare fino a otto tonnellate l’ora e non ha bisogno di un’area di stoccaggio in attesa del trattamento; è completamente meccanico, non termico e quindi non è necessario tenerlo sempre in funzione, anzi può essere acceso solo quando serve, limitando o eliminando così lo stoccaggio dei rifiuti e i conseguenti odori.





Inoltre, è stato progettato anche come impianto mobile, utile per contrastare le emergenze e in tutte le situazioni dove è necessario trattare i rifiuti velocemente, senza scorie e senza impegnare spazi di grandi dimensioni, con un costo contenuto: un impianto da 4 tonnellate/ora occupa un massimo di 300 metri quadrati e ha un costo medio di 2 milioni di euro.



“Un impianto di meccano-raffinazione di taglia medio-piccola da 20 mila tonnellate di rifiuti l’anno presenta costi di circa 40 euro per tonnellata di materiale”, spiega Paolo Plescia del CNR. “Per una identica quantità, una discarica ne richiederebbe almeno 100 e un inceneritore 250 euro. A questi costi vanno aggiunti quelli di gestione, e in particolare le spese legate allo smaltimento delle scorie e ceneri per gli inceneritori, o della gestione degli odori e dei gas delle discariche, entrambi inesistenti nel Thor. Quanto al calore, i rifiuti che contengono cascami di carta producono 2.500 chilocalorie per chilo, mentre dopo la raffinazione meccanica superano le 5.300 chilocalorie”.



Un esempio concreto delle sue possibilità? “Un’area urbana di 5000 abitanti produce circa 50 tonnellate al giorno di rifiuti solidi”, informa il ricercatore. “Con queste Thor permette di ricavare una media giornaliera di 30 tonnellate di combustibile, 3 tonnellate di vetro, 2 tonnellate tra metalli ferrosi e non ferrosi e 1 tonnellata di inerti, nei quali è compresa anche la frazione ricca di cloro dei rifiuti, che viene separata per non inquinare il combustibile”. Il resto dei rifiuti è acqua, che viene espulsa sotto forma di vapore durante il processo di micronizzazione. Il prodotto che esce da Thor è sterilizzato perché le pressioni che si generano nel mulino, dalle 8000 alle 15000 atmosfere, determinano la completa distruzione delle flore batteriche, e, inoltre, non produce odori da fermentazione: resta inerte dal punto di vista biologico, ma combustibile”.


Un’altra applicazione interessante di Thor, utile per le isole o le comunità dove scarseggia l’acqua potabile, consiste nell’utilizzazione dell’energia termica prodotta per alimentare un dissalatore, producendo acqua potabile e nello stesso tempo eliminando i rifiuti soldi urbani[7].



Retrospettiva


Per l’industria italiana i rifiuti tossici sono sempre stati una zavorra improduttiva di cui liberarsi con il minimo sforzo e il minimo costo. Per lungo tempo la maggior parte delle industrie italiane (siderurgiche, petrolchimiche, chimico-farmaceutiche, metalmeccaniche) ha scaricato i rifiuti tossici nell’aria, nelle acque e nei terreni prospicenti agli impianti industriali.


“A Napoli, ad esempio, l’Italsider scaricava i rifiuti tossici direttamente nel mare di Bagnoli, le raffinerie della Q8 a pochi metri dalle cisterne che esplosero nel 1985, le concerie di Solofra (Salerno) direttamente nel fiume Sarno.


E’ a partire dai primi anni ’70 che il sistema di smaltimento dei rifiuti pericolosi delle grandi industrie, concentrate sopratutto nel Centro e nel Nord del Paese, comincia a prendere la direzione inversa del flusso della forza-lavoro: ogni giorno e ogni notte, per mesi, anni, decenni, carovane di camion carichi di veleni scendono lungo l’autostrada del sole. E’ questa la via prediletta dall’ecomafia, affiancata dalla cosiddetta “strada della cooperazione italiana”, ossia le spedizioni segrete di armi e rifiuti in Albania, Kosovo, Mozambico o Somalia, sul cui selciato trovarono la morte la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e l’operatore Mirian Krovatin.


Superato il fiume Garigliano, che geograficamente separa il Sud dal Centro-Nord, i camion pieni di rifiuti tossici terminano il loro viaggio, nella prima, grande, una volta fertile, pianura del Mezzogiorno. Quella che va dal giuglianese (a nord di Napoli) all’agro-aversano (a sud di Caserta) fino all’agro-nocerino-sarnese (a nord di Salerno), diviene la più grande pattumiera di rifiuti tossici industriali d’Italia e d’Europa.


Questa modalità di smaltimento dei rifiuti tossici è l’ideale per le grandi e piccole industrie criminali: le sanzioni previste dalle leggi dello Stato sono irrisorie e il risparmio è consistente, quantificato in circa 6mila miliardi di vecchie lire nel lontano 1995. Secondo alcune stime prudenti i rifiuti smaltiti illegalmente ogni anno in Italia ammontano a 35 milioni di tonnellate, di cui 7 milioni di tonnellate di rifiuti “speciali” e pericolosi. La Campania detiene da 30 anni il triste primato delle illegalità ambientali, riferite sia al ciclo dei rifiuti sia a quello del cemento. Mischiati a quelli industriali, terminano il loro viaggio nelle pianure campane anche rifiuti solidi urbani dal Lazio, dalla Toscana, dalle Marche, dalla Lombardia, in particolare quelli provenienti da Milano e Como” [8].



Camorra


“Sommando quelli emersi nelle inchieste avviate dalla magistratura, a partire dall’operazione Adelphi del 1993, si superano abbondantemente le dieci milioni di tonnellate, un quarto di tutti i rifiuti smaltiti illegalmente in Italia. Già nel 1990 un monitoraggio del ministero dell’Ambiente certificava che su 459 impianti esistenti, ben 316 non avevano alcuna autorizzazione (discariche di 1ª categoria), su 124 discariche pubbliche e private, 103 presentavano una o più violazioni di legge. Il primo “pentito”, Mario Tamburrino, che perse la vista mentre smaltiva rifiuti pericolosi, dichiarò di aver personalmente depositato in un’area agricola di Giugliano ben 571 fusti di rifiuti urbani e tossico nocivi provenienti dal Piemonte. L’ecomafia campana ha capito da oltre trent’anni che la monnezza è oro”[9].


“Alla fine degli anni ’90 l’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, denominata “Avorio più 19” mette in luce i contorni di una vera e propria holding criminale dedita sistematicamente allo smaltimento dei rifiuti. Scrivono i magistrati Aldo Policastro e Giuseppe Narducci: “tale consorteria mafiosa ha acquisito in modo diretto la gestione e il controllo totale di tutte le attività di raccolta, trasporto e smaltimento di ogni rifiuto prodotto da attività industriali e produttive, anche del genere tossico e nocivo, in zone diverse del territorio nazionale, ed in particolare la gestione in forma monopolistica delle discariche ubicate nel casertano e nel napoletano”.


Nel 2003 l’inchiesta “Re Mida”, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Napoli Maria Cristina Ribera e cha ha portato alla notifica di 100 avvisi di garanzia, 25 arresti e il sequestro di 20 impianti di trattamento, compostaggio e stoccaggio di rifiuti, accerta che 1 milione di tonnellate di rifiuti tossici, in particolare fanghi industriali e olii minerali derivanti dalla lavorazione degli idrocarburi, tutte sostanze altamente cancerogene, sarebbero stati riclassificati con il sistema del giro di bolla e sversati illegalmente in Campania, per un giro di affari di 27 milioni di euro e imposte evase per 750 mila euro. Ad organizzare le spedizioni non sarebbero state solo le società di smaltimento per rifiuti speciali collegate alle industrie del Centro-Nord, ma anche i consorzi pubblico-privati per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, tra i quali spiccano il Consorzio Milano Pulita e la Tev.


Nel 2006 un troncone della stessa inchiesta denominata “Ultimo atto-Carosello” scopre che l’organizzazione operativa sul territorio aveva base ad Acerra e che riusciva ad agire totalmente indisturbata perché si avvaleva della complicità di alti esponenti delle “forze dell’ordine” e degli organi istituzionali preposti al controllo degli impianti e delle certificazioni. I rifiuti liquidi venivano sversati nei terreni o nei Regi Lagni, l’antico sistema fognario costruito dai Borboni che sfocia direttamente in mare. Altri, invece, altamente tossici e pieni zeppi di diossina, venivano mescolati a materiale organico e utilizzati come compost per concimare i terreni. (…)


I metodi di smaltimento col passare del tempo e col perdurare dell’impunità più assoluta da parte dello Stato si sono diversificati. Tra i clan mafiosi delle province di Caserta e Salerno si è diffusa l’usanza di ottenere l’autorizzazione alla costruzione di vasche per l’itticoltura e la lombricoltura, da utilizzare come discariche per liquami fognari e fanghi industriali. Persino i depuratori, appena costruiti, sono diventati dei ricettacoli di rifiuti di ogni tipo, come testimoniano gli impianti cloaca di Nocera Inferiore (Salerno), Marigliano (Napoli), Orta di Otella, Licola, Marcianise, Mercato San Severino.


Secondo l’inchiesta “Cernobyl” della Procura di Santa Maria Capua Vetere i depuratori sono collegati a società di compostaggio fittizie che servono a sotterrare i più svariati fanghi tossici, sotto il nome di “biomasse”. Per questi impianti, sarebbero transitati per anni non solo fanghi industriali provenienti dal Nord ma anche i residui delle acque reflue delle fosse settiche del porto di Napoli, gli scarichi delle navi militari, civili e da crociera, dei lidi balneari del litorale Domizio, i rifiuti altamente pericolosi degli ospedali, per un volume totale di 994mila tonnellate.


Nei porti di Napoli e Salerno il metodo è ancora quello del trasporto e dello smaltimento via mare. Al largo della costa napoletana, casertana e salernitana, i rifiuti che restano impigliati nelle reti utilizzate per la pesca a strascico, testimoniano la presenza di immensi cimiteri di rifiuti sul fondo del mare. In genere a svuotare le stive sono vere e proprie “carrette” dei mari, coperte da premi di assicurazione per incidenti di questo tipo, che consentono all’organizzazione mafiosa di realizzare un evidente duplice affare”[10].


“Nel 1999 sarà l’inchiesta Cassiopea, coordinata dal sostituto procuratore Donato Ceglie e considerata la madre delle inchieste sull’ecomafia, a ricostruire le rotte, le strategie, e i profitti di “un traffico da 1 milione di tonnellate di rifiuti speciali”, organizzato da una cupola centralizzata “i cui referenti locali avevano il compito di localizzare gli impianti di riutilizzo dei rifiuti: cementifici, attività estrattive o edili, fornaci, impianti per la produzione di conglomerati bituminosi”.


L’inchiesta svelò come il ciclo di smaltimento dei rifiuti soldi urbani e industriali si sia saldato “naturalmente” a quello del cemento: la camorra estrae il calcestruzzo, diluisce il cemento con i rifiuti, utilizza le cave ed i siti adiacenti ai “lavori in corso” come discariche di rifiuti, una parte dei quali proviene proprio dalle attività edilizie che le cosche controllano fin dal dopo-terremoto in regime di assoluto monopolio. E’ proprietaria delle cave, delle aziende di estrazione che sventrano le montagne, dei cementifici, delle aziende che producono l’asfalto, fino al racket su tutte le principali imprese del “movimento terra”. I pescecani camorristi della “rifiuti e cemento spa” fanno profitti favolosi a tutti i livelli: quando prendono in consegna i fusti dalle imprese e dagli enti pubblici, quando li riciclano come materiale per l’edilizia, quando riscuotono le tangenti, infine quando sui terreni agricoli acquistati o espropriati a quattro soldi, semmai perché irrimediabilmente inquinati, tirano su, alla meno peggio, le case”[11].



I rifiuti radioattivi, nucleari, sanitari


“Le inchieste […] lasciano intravedere una coincidenza di interessi nello smaltimento dei rifiuti speciali di tipo sanitario, tra la rifiuti spa e la mafia che controlla i vertici della sanità pubblica e privata, dagli ospedali alle cliniche ai laboratori fino alle grandi aziende biomedicali e farmaceutiche di livello mondiale.


Altre indagini della magistratura hanno scoperto l’esistenza di una rete massonica e legata ai servizi segreti dedita al coordinamento dei traffici e degli affari delle cosche dell’ecomafia nel Sud Italia, soprattutto per quel che riguarda i rifiuti radioattivi. Emblematica in questo senso è la vicenda della motonave Jolly Rosso che si incagliò il 14 dicembre 1990 sulla spiaggia di Amantea, in provincia di Cosenza.


Il comandante in seconda della capitaneria di porto ha testimoniato che rinvenne sulla plancia della motonave documenti che, come riporta il settimanale “L’Espresso”, “richiamavano la natura della radioattività ed erano introdotti dalla sigla Odm”, ossia Oceanic disposal management inc., società creata da Giorgio Comerio e “dedita a mettere in opera su scala mondiale operazioni di seppellimento nei fondali marini di scorie radioattive, in violazione della Convenzione di Londra del 1993 sull’inquinamento marino provocato dallo scarico in mare di rifiuti”[12].


Già il 15 dicembre 1990, ricorda il comandante, ad un giorno dallo spiaggiamento, a bordo del relitto della Rosso si sarebbero presentati “agenti dei servizi segreti”. Tra le carte rinvenute sulla plancia, secondo quanto attestato dal procuratore capo di Reggio Calabria Scuderi, c’era una mappa marittima, con evidenziati una serie di siti e una lunga lista di nomi di navi affondate nel Mediterraneo. “La società intestata ad Ignazio Messina – spiegarono i giudici – imbarca regolarmente presso il porto di Napoli e presso altri porti del Sud merci pericolose e rifiuti radioattivi con destinazione sconosciuta”; La conclusione dei magistrati è “che attorno a quelle navi, piene di rifiuti tossici e radioattivi provenienti da numerose nazioni europee e non”, si sarebbe mossa “una rete impressionante di faccendieri, trafficanti d’armi e agenti dei servizi segreti, uomini di governo e mafiosi”.


Nel maggio del 1995 la società Oceanic Disposal Management Inc. (ODM) con sede legale nelle Isole Vergini e ufficio marketing a Garlasco (Pavia), contattatò l’Atomic Energy Corporation del Sud Africa Ltd., a Pretoria, per proporre lo sviluppo di attività di trasporto e smaltimento di rifiuti radioattivi nell’oceano, all’interno della Zona Economica Esclusiva sudafricana.


Il livello mondiale che hanno assunto questi traffici è testimoniato dalla figura del faccendiere napoletano Mario Scaramella, il consulente della Commissione Mitrokhin, protagonista della spy story al polonio tra Russia e Inghilterra. Scaramella è stato indagato dalla procura di Napoli per un giro di rifiuti tossici smaltiti nell’area gestita dall’Ente parco del Vesuvio, di cui era consulente per l’abbattimento degli edifici abusivi. Dalla casa-studio di via Foria e del Vomero avrebbe coordinato lo smaltimento illecito ad opera delle imprese di cui è titolare e socio a Torre del Greco, Marigliano e San Sebastiano al Vesuvio.


Un’altra inchiesta condotta dalla procura di Lecce ha individuato il cosiddetto “progetto Urano” finalizzato all’illecito smaltimento in alcune aree del Sahara di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti da Paesi europei.


Oscuro è anche il lavoro della Società di gestione degli impianti nucleari (Sogin) che è stata creata nel 1999 all’interno della holding Enel, dal novembre 2000 trasferita al ministero dell’Economia e finanziata con 862 milioni di euro. Il progetto di punta della Sogin, prof. Carlo Jean (presidente) e prof. Paolo Togni (vicepresidente), si chiama “Global Partnership”: prevede lo smantellamento di una serie di sottomarini a propulsione atomica ormai obsoleti, parcheggiati nei porti dove attracca la flotta russa. Nasce nel giugno del 2002, quando i Paesi del G8 – al summit di Kananaskis – decidono di investire 20 miliardi di dollari Usa nel giro di dieci anni. Con la Sogin – risulta dai resoconti della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, 9 luglio 2003 – sono coinvolte le imprese Fincantieri, Ansaldo, Duferco e Camozzi. Sogin gestisce le quattro centrali nucleari italiane (Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano) per cui è previsto lo smantellamento entro il 2015 e i cinque impianti del ciclo del combustibile nucleare presenti in Italia – i due della Casaccia, nei pressi di Roma, e quello di Rotondella (Matera), Saluggia (Vercelli) e Bosco Marengo (Alessandria). L’ Enea il 26 novembre 2002 ha individuato 214 siti idonei per i rifiuti nucleari: Basilicata 36; Calabria 3; Emilia-Romagna 1; Lazio 38; Liguria 1; Lombardia 3; Marche 2; Molise 3; Piemonte 3; Puglia 65; Toscana 55; Umbria 4, per un totale di 214”[13].




La privatizzazione del “ciclo industriale dei rifiuti”


Per comprendere l’ultimo decennio straziato dai Cdr, dalle eco balle, dai “termovalorizzatori” in costruzione e dalle montagne di rifiuti per le strade, dobbiamo necessariamente ripercorrere cronologicamente alcuni eventi che sono avvenuti in Campania. Quello fin qui decritto è, grosso modo, il sistema di smaltimento dei rifiuti fino alla metà degli anni ’90. La città di Napoli e la sua sterminata e spettrale provincia producono il 60% dei rifiuti solidi urbani regionali. La raccolta in strada è un settore selvaggiamente privatizzato e come le pompe funebri da sempre affidato alle ditte subappaltatrici controllate dai clan della camorra, che spesso coincidono con quelli che controllano le discariche e il “movimento terra”. Le emergenze igienico-sanitarie si susseguono fin dal dopoguerra. Nonostante l’epidemia di colera del 1973 la situazione rimane immutata fin verso la metà degli anni ’90, quando sull’onda delle inchieste di tangentopoli, molte megadiscariche “legali”, improvvisate, non a norma, vicine ai centri abitati ed alle aree agricole, stracolme di percolato e rifiuti tossici, vengono chiuse.


Nel 1993 si apre l’era del “commissariato straordinario di governo all’emergenza rifiuti”, quale camera, non elettiva, di compensazione tra le vecchie e le nuovi lobby affaristico-mafiose dei rifiuti. A Napoli siamo all’inizio dell'”era d’oro” del rampante ex-operaista Antonio Bassolino che si presenta come “il sindaco di tutti i napoletani onesti”.


Mentre “l’eroe del rinascimento partenopeo” teorizza la smobilitazione dell’industria statale e il potenziamento del terziario e del turismo, il governatore regionale fascista di AN Antonio Rastrelli diviene Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Nel 1997 il gerarca, allievo di Almirante, sulla base di un progetto dell’Enea e per conto del ministro dell’Ambiente del 1° governo Prodi Edo Ronchi, ministro dell’Interno il napoletano dei DS Giorgio Napolitano, redige il nuovo “piano regionale per i rifiuti solidi urbani”, che prevede la privatizzazione in blocco del ciclo di smaltimento degli Rsu. Un piano che porterà, grazie ai suoi successori, al dominio monopolistico dell’Impregilo della famiglia Romiti sul trasporto, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti di tutta la Campania. L’idea ufficiale della nuova “cupola” che si avvicenda nei palazzi di governo e nelle stanze del Commissariato, è quella di spremere energia, sporca, in tutti i sensi, dall’incenerimento delle eco balle, il cosiddetto Cdr, Combustibile derivato dai rifiuti. Alle imprese che si aggiudicano gli appalti infatti il governo garantisce il pagamento a peso d’oro di ogni tonnellata di immondizia bruciata e la possibilità di vendere l’energia ad un prezzo triplo di quello di mercato. Si tratta dei cosiddetti Cip 6, introdotti nel 1992 dal comitato interministeriale prezzi, quali incentivi, pagati dalla collettività con la bolletta dell’Enel (7%), alla produzione di energia proveniente da fonti pulite e rinnovabili. Tutti i governi che si succedono alla guida del Paese, dirottano questo denaro pubblico verso gli impianti che utilizzano le cosiddette fonti “assimiliate”, ossia per l’appunto rifiuti, ma anche petrolio, carbone, etc.


Una grande truffa che dura da 15 anni ed è causa di un numero ancora non quantificato di disastri ambientali in tutta la penisola. Basta pensare all’inceneritore di Terni sequestrato per “disastro ambientale”[14].







[1] Qui (http://it.wikipedia.org/wiki/Trattamento_meccanico-biologico) è possibile approfondire l’argomento. Terrelibere.org ha tradotto un articolo dell’Economist che introduce il tema (Riciclaggio a valle e nuove tecnologie), mentre in questo pezzo si racconta un’esperienza già attiva in Sicilia (Risorse dai rifiuti con il riciclaggio a valle)



[2] Platzende Ballen, Der Spiegel, 14/2008 vom 31.03.2008, Seite 17



[3] Ansa, CB21-MAG-08 17:09 NNN, 21 maggio 2008



[4] I 2,01 milioni di tonnellate di materie prime importate dall’Italia nel 2006, secondo i dati raccolti dall’ente federale per l’ambiente, comprendono 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti e rottami, e tra questi 1,3 milioni di tonnellate di rottami di ferro e acciaio, 160.000 di rottami di alluminio, 90.000 di vetro da riusare, 70.000 di carta da riciclare, 82.000 di resti da legno non trattato, 45.000 di rame da riutilizzare e 26.000 di tessuti usati. Insieme a questi anche 185.000 tonnellate di materiale esportato verso l’Italia con un permesso speciale, quasi tutti resti della lavorazione del legno (colore, lacca, colla, ma non legno trattato con antisettico) riutilizzabili, per esempio, nella produzione di truciolati. Il prezzo esatto di questi materiali importati dopo il riciclaggio, secondo quanto hanno detto all’Ansa i responsabili dell’ente per l’ambiente, varia a secondo del materiale, della forma, delle condizioni e così via. Rifiuti: Germania ha scoperto come tramutarli in oro, ANSA,



Inserito da MicheleDe Lucia