GOMORRA AL CINEMA

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«Tu sei più morto che vivo», sibila il camorrista al povero “sottomarino” (uno spaesato ma eccezionale Gianfelice Imparato), il travet beneducato che porta i soldi alle famiglie dei detenuti, venuto a offire i suoi servigi al clan vincente. Ma è una battuta che vale Gomorra, che tutti dovrebbero vedere, noi lo abbiamo visto al cinema Delle Rose di Piano di Sorrento (dove purtroppo in centinaia hanno dovuto rinunciare perchè il film viene proiettato nella seconda sala del Delle Rose, che non rende assolutamente rispetto alla qualità della visione, con soli 62 posti. Colpa dei saggi per la danza, ci hanno detto, peccato e peccato per i centinaia che hanno perso lo spettacolo non sapendo che la sala era solo di 62 posti) ma lo si trova in tutte le sale italiane, in Campania a Castellammare (cinema Montil) a Napoli a Salerno, dove vanno dalla Costiera Amalfitana sprovvista di sale, ma anche Caserta, Benevento ed Avellino. Gomorra è un   film apocalittico, senza speranza”, queste le parole usate dal regista Matteo Garrone mentre viene presentato a Cannes  Dopo due anni di lavorazione, il film tratto dal romanzo inchiesta di Roberto Saviano vede finalmente la luce, e si annuncia come il più impegnativo dei lavori dell’innovativo regista de L’imbalsamatore (a Cannes sei anni fa) e di Primo amore. Un viaggio violento – composto di cinque storie – nel degrado napoletano della camorra attraverso il volto e il corpo di Toni Servillo (nel film manager di rifiuti tossici) e di molti attori non professionisti (tra cui la cantante partenopea Maria Nazionale).Gomorra comincia così, con una scena esatta e mortalmente priva di pathos, come un referto medico, che ci trasporta subito in un’altra dimensione. Ma non è fantascienza, è la realtà quotidiana di un mondo vicinissimo e insieme invisibile, che Matteo Garrone ricrea con allucinato rigore rielaborando pagine dal docu-romanzo di Roberto Saviano.Non c’è una storia, ci sono tante piccole storie che si completano a vicenda. Non ci sono protagonisti, tanto meno psicologie. Non c’è nulla di romanzesco insomma, nulla che leghi cause ed effetti in un intreccio, solo una serie di personaggi che transitano in questo incubo come morti in libera uscita. Cadaveri in attesa del loro turno, ma decisi a ritagliarsi un posto al sole nel frattempo.Vale per i ragazzetti aspiranti duri che a forza di giocare a Scarface pestano qualche piede di troppo. Per la moglie autoreclusa nella fortezza delle Vele (Maria Nazionale) che vede il figlio passare alla cosca rivale («mamma me ne vado, divento scissionista»). Per quel sarto di talento che dopo anni di duro e anonimo lavoro nei laboratori che confezionano alta moda in nero, compie per soddisfazione personale più che per guadagno uno sgarro imperdonabile: si “vende” ai cinesi, ovvero accetta di insegnare i suoi segreti alla concorrenza asiatica.Poche scene che valgono un romanzo, perché di Pasquale (Salvatore Cantalupo altro grande talento del teatro napoletano, come moltissimi attori di Gomorra) non sappiamo nulla ma indoviniamo tutto. L’arte e l’onestà, la povertà e lo stupore, la curiosità e la meraviglia con cui va alla scoperta di un’altra vita nascosto nel baule dell’auto dei suoi nuovi padroni. Fino all’epilogo crudele che lo vede, sopravvissuto a un feroce attentato, scoprire in tv addosso a Scarlett Johansson, al festival di Venezia, l’abito confezionato con le sue stesse mani: il massimo della bellezza e della luminosità mediatica esaltato da un destino oscuro e servile.Dietro questo taglio secco e quasi antinarrativo c’è una scelta precisa, forse una morale. Garrone non dimostra, non illustra tesi, non fa storia né sociologia. Più semplicemente mostra, dando a questi frammenti di vite camorriste ovvero la forza e l’evidenza del grande cinema. Ed ecco ragazzini dal viso d’angelo diventare uomini facendosi sparare addosso col giubbotto antiproiettile (dando l’addio ai loro amici d’infanzia perché «ora siamo nemici, magari ci dobbiamo pure ammazzare»). Ecco legami annosi e a volte perfino affettuosi, come quelli che uniscono la madre reclusa e il ragazzino che le fa la spesa, sciogliersi in un attimo sotto la minaccia delle armi.

Mentre, fra tanti ceffi e corpi bestiali, stupisce quasi trovare Toni Servillo, affabile, soave, elegante, gran parlatore: un camorrista dei quartieri alti che tratta con le aziende del Nord lo smaltimento criminale di rifiuti tossici e poi via in motoscafo fra le bellezze di Venezia col suo nuovo assistente (scena impagabile per l’atroce ironia), un giovane in cerca di lavoro che avrà il coraggio di dire no rifiutando forse l’unica “occasione” di carriera che si offra a un neolaureato senza conoscenze. Ma attenzione, non si pensi che Gomorra parli di Scampia o della Campania, Gomorra parla di tutta l’Italia. Da non perdere, come il libro.


Michele Cinque