A RAVELLO IL BENCHMARKING DI TUTTI I FESTIVAL

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di STEFANO DE STEFANO
È stato calcolato che per ogni euro investito in un festival, vi è una ricaduta di circa 22 volte tanto sulla comunità che lo ospita. Alberghi, ristoranti, mezzi di trasporto, acquisti al dettaglio.
Sarà questa la ragione per cui ogni città, fino ai centri più piccoli e sperduti del Belpaese, fa a gara per appropriarsi di una propria rassegna, piccola o grande che sia, con cui far veicolare il buon nome del luogo, e sfruttarne l’evidente volano turistico. Un modo, evidentemente, per trarne cospicui benefici economici, pubblici e privati, soprattutto in termini di indotto. Basti pensare che in Scozia il Festival di Edimburgo, uno dei più antichi e famosi d’Europa, offre lavoro a tempo indeterminato a ben 2500 persone, fatturando in complesso circa otto milioni di sterline l’anno, fra vendita dei biglietti, sponsorizzazioni private e contributi pubblici. Sta di fatto che in Italia ci sono più di 1.300 festival di ogni genere e qualità, e nella sola Campania la cifra raggiunge ben 43 manifestazioni, che dalla musica — classica, rock, jazz e popolare — al teatro, dalla danza al cinema, si fregiano dell’impegnativo appellativo di festival. Ma cosa offrono alla gente? Che funzione hanno? Chi sono gli organizzatori e che modalità usano? E infine, con quali soldi e di che provenienza?
Il fenomeno, divenuto così complesso e ramificato sul territorio, verrà affrontato in un convegno di due giorni, intitolato «Geometria dei Festival», domani e domenica a Ravello, nel cuore della Costiera Amalfitana,  all’interno di Villa Rufolo. Si tratta del terzo benchmarking
dei Festival Culturali in Italia, con cui Ravello è riuscita a portare in Campania il meglio delle grandi rassegna italiane, dal Ravenna Festival al RomaEuropa Festival, dal Festival della Filosofia di Modena al Festival della Letteratura di Mantova, dal Festival della Valle d’Itria a Taormina Arte, da Pistoia Blues a Umbria Jazz. I diversi direttori, sabato e domenica mattina quelli «nazionali », domenica pomeriggio quelli «regionali», si metteranno intorno ad un tavolo per parlare di ideazione e finanziamenti, di organizzazione e direzione, di comunicazione e valutazione, di rinnovamento e connessione. Temi comuni, a cui si aggiungeranno le riflessioni più specifiche sul caso Campania, dove le rassegne sono oggettivamente troppe, con conseguenti accavallamenti e dispersioni dei fondi, pagati peraltro a otto, dieci, dodici mesi. «Mentre», affermano ad esempio gli organizzatori del Ravello Festival, «le orchestre internazionali vogliono essere pagate per metà al momento della stipula del contratto e per l’altra metà fra un tempo e l’altro dell’esibizione». E, ancora, si discuterà di altri temi, come la lunghezza delle rassegne e la loro tematizzazione, all’ombra della figura dei direttori artistici, figure generalmente di grande carisma.
Tutti ragionamenti costruiti sullo sfondo del Napoli Teatro Festival Italia, prima rassegna di teatro nazionale che si aprirà a giugno e che potrebbe sempre più rappresentare un modello e un punto di riferimento per tutte le altre manifestazioni campane.