BASSOLINO UN PROBLEMA CHE IL PD NON SI RIESCE A RISOLVERE

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A Napoli non c’era bisogno delle indagini giudiziarie per sapere che la gestione Bassolino costituiva un macigno quasi insopportabile sulle spalle di Veltroni e del Partito democratico. Immaginare oltre quaranta giorni di campagna elettorale con le foto della spazzatura campana sui giornali e in televisione, è qualcosa che al leader del Pd, così attento all’aspetto mediatico del messaggio politico, deve sembrare inaccettabile. Eppure Bassolino è un dirigente antico e autorevole della sinistra e soprattutto è un esponente di rilievo anche del nuovo partito veltroniano. La contraddizione non potrebbe essere più stridente e cozza in pieno con il profilo innovatore di una formazione che il suo capo definisce «riformatrice, ma non di sinistra».
Eppure si è visto che un conto era eliminare dalle liste un anziano signore democristiano come Ciriaco De Mita; tutt’altra faccenda era disfarsi di Bassolino, che conta molto di più. E non solo in Campania. Così ci si è seduti in riva al fiume in attesa della magistratura. E il rinvio a giudizio – giunto per singolare coincidenza proprio al momento giusto – ha permesso a Veltroni di esprimersi sul caso con un arabesco di vecchia scuola dialettica. Coprendo di elogi il presidente della regione, cui riserva «stima e amicizia», il leader ha detto di «rimettersi alla sua coscienza», certo che Bassolino saprà compiere «la scelta giusta».
Parole in cui è impossibile non leggere in chiaroscuro il vero animo veltroniano, angosciato all’idea di procedere nella campagna elettorale con una così pesante zavorra; ma in cui, al tempo stesso, non c’è traccia di un invito esplicito alle dimissioni. Solo una vaga, vaghissima sfumatura si può cogliere in quel «rimettersi alla sua coscienza». Nella speranza che la svolta giudiziaria spinga il sasso giù per la valle, senza strappi dolorosi.
A quanto pare, non sarà così. Non ora, quanto meno. La «coscienza» evocata da Veltroni ha suggerito a Bassolino una risposta dura, orgogliosa, come è nel suo carattere. Solo chi si sente molto forte e convinto delle sue ragioni può affermare: «Sento il dovere di andare avanti, a fianco del commissario De Gennaro». Altro che dimissioni.
Bassolino non chiede solidarietà, ma nemmeno s’interroga su quali effetti politico-elettorali la sua intransigenza può determinare per il Partito democratico. Lascia capire che non è affar suo. Del resto, è convinto che nella mossa della magistratura ci sia un sottofondo politico. Lo hanno detto i suoi avvocati e soprattutto lo ha ribadito Claudio Velardi, neo-assessore al Turismo della regione Campania, nonchè vecchio amico di partito. «Come spesso accade – ha detto Velardi alla “Stampa” – la magistratura esce dal suo ruolo istituzionale e diventa giustiziera. Insomma, si arroga il diritto di fare politica. I casi sono tanti, Berlusconi, D’Alema…».
Argomenti che, in effetti, il leader del Popolo della Libertà non avrebbe difficoltà a far suoi. Ma come si conciliano con la battaglia d’immagine che Veltroni sta conducendo? Come si intrecciano con la scelta «legalitaria» e persino giustizialista di cui è testimonianza l’alleanza con Di Pietro? E Bassolino è un caro amico da difendere o un problema da risolvere?