DOLLARO SEMPRE PIU´ GIU´, EURO RECORD SOPRA 1,51

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Non si ferma la discesa del dollaro: le quotazioni del biglietto verde sembrano sbriciolarsi – con un nuovo record storico dell’euro sopra la soglia mai toccata degli 1,51 dollari – di fronte allo spettro della recessione americana e di un nuovo maxi-taglio dei tassi da parte della Federal Reserve a marzo. Gli acquisti degli operatori dei cambi si sono accaniti fin da ieri sera sull’euro, che continua a bruciare record su record: oggi, con i ‘falchi’ della Banca centrale europea sempre sospettosi verso ipotesi di tagli dei tassi e la Fed che parla quasi apertamente di un nuovo taglio, l’euro è volato fino a 1,5144 dollari: il biglietto verde vale 0,66 euro. Già martedì sera la divisa di Eurolandia aveva infranto per la prima volta la soglia degli 1,50 dollari. Quella del biglietto verde è una vera e propria corsa al ribasso: basti pensare che l’indice della Fed che traccia l’andamento del dollaro nei confronti delle sei maggiori altre valute, scambiato a New York, oggi è crollato a quota 74,07, minimo record da quando l’indice viene calcolato, cioé dal 1973. Contro lo yen il biglietto verde ha segnato 160,99. A innescare la fuga dal dollaro sono state le parole del presidente della Fed, Ben S. Bernanke: dopo aver notato il rallentamento economico in atto da gennaio, il banchiere centrale ha promesso di agire con prontezza per aiutare la crescita. Da tempo molti economisti – ieri il premio Nobel Joseph Stiglitz – dicono che gli Usa sono in recessione. Nonostante la smentita del presidente Bush (“non siamo in recessione”, ha ribadito oggi) molti operatori hanno interpretato i commenti di Bernanke come la velata conferma della probabile crescita negativa in atto nella prima economia mondiale.

E lo scenario tratteggiato dai dati economici statunitensi sembra andare nella stessa direzione: le compravendite di abitazioni nuove, a gennaio, hanno segnato un calo del 2,8%, molto peggiore del -0,7% previsto. Anche gli ordini di beni durevoli, termometro degli investimenti, sono scesi più del previsto, mentre le richieste di mutui ipotecari la scorsa settimana sono crollate di quasi il 20%. Inevitabile le vendite di dollari sui mercati, visto che le previsioni degli operatori sono per una nuova manovra aggressiva sui tassi: i futures danno al 28% la probabilità di un maxi-taglio del costo del denaro da tre quarti di punto, al 39% quella di una nuova sforbiciata da mezzo punto, e al 32% un taglio da un quarto di punto. Per i mercati i tassi statunitensi scenderanno ad almeno il 2% entro metà anno. Ben presto – avvertono però diversi economisti – la Fed potrebbe trovarsi in grossa difficoltà visto il basso livello dei tassi raggiunto dopo le recenti manovre aggressive, e con i prezzi petroliferi in orbita, oggi a livelli record sopra i 102 dollari. Al contrario, i futures sui tassi Euribor non sembrano scontare un taglio da parte della Banca centrale europea prima dell’estate. L’Eurotower tiene i tassi incollati al 4% da giugno scorso, per contenere le spinte inflazionistiche del petrolio e dei prodotti alimentari. E dopo le parole del presidente Jean-Claude Trichet, che lo scorso 7 febbraio ha fatto sperare in un taglio parlando di incertezze economiche “insolitamente alte”, da parte dei paesi ‘falchi’, quelli cioé più attenti al contenimento dell’inflazione che allo stimolo della crescita, continuano ad arrivare segnali contrari ad un taglio. “Le aspettative del mercato sull’evoluzione dei tassi di interesse sottovalutano in questo momento il rischio inflazione”, ha detto oggi Axel Weber, membro tedesco del consiglio direttivo della Bce. E il collega olandese Nout Wellink è giunto a dargli manforte: “Pensavamo che un tasso di cambio a 1,45 dollari sarebbe stato un ostacolo davvero forte per l’economia Europea – ha detto – invece si è dimostrato che non è così”. Parole di segno opposto a quelle del vice-presidente di COnfindustria Alberto Bombassei, secondo cui la Bce “deve essere più vicina al mondo delle imprese”.

PETROLIO: ALLE STELLE, RISCHIO STANGATA 920 EURO FAMIGLIA

(di Marina Perna)
Mai così caro nella storia: i prezzi dell’oro nero continuano a schizzare verso l’alto e mettono a segno un nuovo record, sopra quota 102 dollari al barile. Un livello mai toccato prima nella storia, neanche ai tempi dei grandi shock petroliferi degli anni 70-80 che costrinsero gli italiani alla bicicletta. E scatta l’allarme rosso sul fronte dei prezzi. Con i consumatori che iniziano a fare le prime stime sull’impatto delle nuove fiammate petrolifere, stimando una stangata da 920 euro all’anno per ogni famiglia, già alle prese con i recenti aumenti della luce e del gas e con il costo della benzina e del gasolio ai massimi storici. Federconsumatori e Adusbef profilano un impatto di quasi 500 euro a famiglia per le ricadute dirette dal caro-barile. E altri 420 per gli effetti indiretti, legati cioé alle conseguenze delle impennate dei prezzi del petrolio su tutti gli altri beni: l’aumento dell’oro nero rischia infatti di innescare un effetto volano che dai prezzi alla produzione, passando per i trasporti, arriva fino a quelli dei generi di largo consumo. Causando una rincorsa del caro vita che già il mese scorso si è attestato ai massimi dal 2001, al 2,9%. I consumatori parlano, ad esempio, di “un’effetto inflattivo al 3,1%”. A mitigare la stangata c’é comunque il supereuro che ha spinto oggi all’angolo la moneta americana, ai minimi di oltre 1,51 dollari per un euro.

 Un effetto che attenua l’impatto: se i livelli di cambio fossero rimasti, ad esempio, ai livelli di un anno fa il costo del barile avrebbe un impatto di 10 euro in più mentre un litro di gasolio costerebbe 7 centesimi in più ed uno di benzina sarebbe 6 centesimi più caro. Un aiuto, anche se piccolo, quello che arriva dalla forza del cambio che ha consentito all’Italia di risparmiare negli ultimi conti petroliferi 3 miliardi di euro: 26 miliardi la bolletta 2007 contro i 29 miliardi che si sarebbero raggiunti senza l’effetto cambio. L’emergenza caro-greggio continua a dominare i mercati e preoccupare le economie mondiali – con nuovi allarmi arrivati oggi da autorevoli fonti della Fed e della Bce – e non sembra destinato a rientrare. Almeno nel breve periodo, secondo le stime di alcune banche d’affari che nei giorni scorsi sono arrivate anche a lanciare previsioni per nuovi aumenti, fino a 120-150 dollari al barile.

Colpa anche della ‘speculazione’ che da tempo domina i mercati petroliferi, ricorda il presidente dei petrolieri italiani Pasquale De Vita, stimando nel “20% l’impatto di questa componente sul costo del barile”. I fondamentali – l’equilibrio tra domanda e offerta mondiale di greggio – non mostrano infatti segnali di preoccupazioni, fanno notare esperti di settore. Come dimostrano anche i dati arrivati oggi dall’altra parte dell’oceano: nonostante un aumento delle scorte americane, le quotazioni dell’oro nero sulla piazza di New York sono rimaste sui loro massimi, sopra 100,59 dollari in una giornata che ha visto i futures con consegna ad aprile superare per la prima volta nella storia i 102 euro (a 102,08) e mettere a segno così il massimo mai toccato prima. Bruciando cioé anche quel record di tutti i tempi segnato nell’aprile del 1980 quando il barile segnò quota 77 dollari che attualizzati ai corsi odierni (tenendo conto cioé dell’inflazione) corrispondo a 101,7 dollari al barile.

































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                                                  Michele De Lucia