KOSOVO: CAOS A BELGRADO, ASSALTI ALLE AMBASCIATE

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BELGRADO –  Ambasciata americana violata, anche con un modesto incendio all’interno – un cadavere carbonizzato è stato trovato nelle ore successive, ma non apparterebbe al personale, bensì ad uno degli assalitori – e sedi diplomatiche occidentali sotto assedio stasera a Belgrado, dove il grande raduno di protesta promosso dalle autorità serbe contro la secessione del Kosovo è degenerato in guerriglia urbana, con decine tra feriti e contusi, per mano di gruppi di giovani hooligan. Secondo quanto reso noto dal dipartimento di stato Usa e da fonti di Belgrado, il cadavere è irriconoscibile e per identificarlo saranno necessari esami del Dna, mentre il bilancio aggiornato degli incidenti accaduti nella capitale serba è di una novantina di feriti o contusi, tra i quali una trentina di poliziotti. Tutto il personale diplomatico statunitense – ha detto il dipartimento di stato – ha risposto all’appello.


Dopo il ritrovamento del corpo carbonizzato, sicuramente non appartenente a personale dell’ambasciata, il dipartimento di stato ha anche rivolto una formale protesta al governo serbo perché la sicurezza dell’ambasciata “non era adeguata”. Il numero tre del dipartimento, Nick Burns, ha chiamato il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, e il ministro degli esteri, Vuk Jeremic, per dire loro che saranno considerati direttamente responsabili in caso di nuovi incidenti. Jeremic, in un’intervista alla Reuters, ha subito definito inaccettabili e deplorevoli atti compiuti da estremisti gli attacchi alle ambasciate straniere, che “danneggiano l’immagine della Serbia all’estero e non rappresentano il sentimento collettivo del popolo serbo” e che non dovranno ripetersi. Anche il governo croato ha protestato ufficialmente con quello serbo dopo l’attacco contro la propria ambasciata a Belgrado, ed un centinaio di persone ha manifestato nel centro della città scandendo slogan anti-serbi.


Gruppi entrati in azione contro numerose rappresentanze e strutture commerciali straniere (compresa una filiale dell’Unicredit), e che sono stati capaci d’irrompere nel consolato di Washington, di strappare la bandiera a stelle e strisce, e persino d’appiccare il fuoco in alcune stanze, prima che la polizia si decidesse a intervenire in forze. La manifestazione, che secondo il governo serbo avrebbe dovuto “incanalare pacificamente la rabbia della gente”, aveva richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone: riunite dinanzi all’ex Parlamento federale jugoslavo, lo stesso luogo in cui nel 2000 la protesta popolare aveva decretato la fine del regime di Slobodan Milosevic e l’apertura del Paese all’Europa, ma stavolta per dire ‘no’ all’indipendenza proclamata domenica 17 da Pristina. E ‘no’ all’Occidente che la sostiene.


Tutto è andato secondo copione durante i comizi: in un tripudio di bandiere nazionali, canti, esibizioni di immagini patriottiche e religiose, accuse agli Usa e all’Ue e ovazioni alla Russia di Vladimir Putin. Poi, mentre il grosso della folla defluiva pacificamente al grido di ‘il Kosovo e’ Serbià si é scatenata la furia dei più facinorosi. I vendicatori dell’orgoglio nazionale ferito si sono divisi in manipoli e hanno dato il via alla sarabanda. Quasi tutti agitavano i simboli rivali del tifo ultrà del Partizan e della Stella Rossa, associati nella violenze a sfondo nazionalistico così come era già successo per i disordini di domenica scorsa. Il gruppo più numeroso – formato da 300 persone circa – ha preso di mira l’ambasciata degli Usa, sul viale Knez Milos, non lontano dai ministeri diroccati che ricordano ancora i bombardamenti Nato del 1999. Ad attenderli c’erano solo poche pattuglie di polizia che si sono fatte rapidamente da parte: alcuni dimostranti hanno potuto così irrompere nella sezione consolare, scalando le finestre sulla facciata dell’edificio, e mettere a ferro e fuoco diversi ambienti.


 Anche la bandiera dell’ambasciata – chiusa per precauzione fin dalle ore precedenti – è stata strappata e bruciata, sostituita per qualche minuto in segno di scherno con quella russa. Solo a quel punto la polizia (ringraziata più tardi “per la professionalità” da una portavoce) è intervenuta in assetto antisommossa. Con l’impiego di blindati che, in parata, hanno messo in fuga gli aggressori con lanci di lacrimogeni. Drappelli sparsi hanno continuato tuttavia a imperversare fino a tardi. Danneggiando altre ambasciate di Paesi bollati come ‘nemici’ (Turchia, Canada, Croazia, Belgio, Bosnia), e negozi con insegne straniere (come Benetton), ma anche saccheggiando semplici esercizi locali: tutti chiusi. Il bilancio provvisorio è di almeno 60 feriti, inclusa una quindicina di agenti.


Un’esplosione di teppismo che non cancella l’impatto della manifestazione unitaria del pomeriggio, affollata come non si vedeva da anni nella maggiore repubblica ex jugoslava: oltre 300.000 persone secondo la polizia, 500.000 secondo un portavoce governativo. E che tuttavia è stata commentata con preoccupazione dal presidente Boris Tadic, la voce più moderata ed europeista dell’attuale vertice politico serbo. Tadic, che aveva dato il patrocinio al raduno, salvo poi defilarsi e confermare una visita di Stato in Romania, si è fatto sentire da Bucarest (rompendo il silenzio imbarazzato del suo alleato-rivale Kostunica) per chiedere “la cessazione delle violenze e degli attacchi alle ambasciate”, oltre che per sollecitare gli organi dello Stato a fare “il loro dovere secondo la legge” contro i vandali. Ma anche per ribadire che se le proteste pacifiche “sono legittime”, i colpi di testa rischiano di ottenere un solo risultato: “Allontanare il Kosovo dalla Serbia” una volta per tutte.      


  










































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A woman flashes traditional three-finger Belgrade protesters break into US embassy Serbian protest against Kosovo's independence in Belgrade Protesta a Belgrado







Serbian protest against Kosovo's independence in Belgrade Serbian protest against Kosovo's independence in Belgrade Serbian man displays photos of Bosnian war crimes fugitives, political leader Radovan Karadzic during the rally to protest against Kosovo's independence in Belgrade, Serbia, February 21. 2008. People holds pictures of their missing relatives from Kosovo during the rally against Kosovo's independence in Belgrade, Serbia, February 21. 2008.


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                                             MICHELE DE LUCIA


  


  

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