Quel piccolo momento infinito di respiro

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Questo articolo ci è stato mandato dallo scrittore Stefano Faraoni, riferito alla morte dolce, come diritto di ogni essere umano, per la scomparsa del padre di Francesco Specchio, già consigliere regionale, politico che conosciamo per il suo essere integerrimo e disponibile verso le fasce deboli, che ha denunciato, prima di tutti, lo scandalo dei rifiuti e si è impegnato in grandi e piccole battaglie (dalla Farmacia a Positano alle spiagge a Vico Equense ai trasporti marittimi a Capri, alle battaglie sindacali e ambientale ad ampio raggio e da anni conto lo sperpero sullo scandalo dei rifiuti). Domani i funerali. Le condoglianze più sentite da tutta la redazione.


Immagino per un attimo un uomo, forse io, o una donna alla fine dalla vita. Non è facile, ma tento di farlo.
In questo corpo stanco, troppo stanco, i pensieri, se ancora ci sono, sono un filo etereo confuso al quale appendere ancora l’abito dell’esistenza. I pensieri vorrebbero pensare di più, essere più pensieri, ma c’è qualcosa che li ferma, li annichilisce, prorompe con tutta la propria cieca e indefettibile violenza a frustrarli, a vanificarli. Su quel mondo strano, all’esterno, parlano di speranza come sommo taumaturgo, e vorrei crederci, perché quando non ce la fai più puoi attaccarti solo all’illusione, gioco feroce, e tenerla stretta. Ma in questo gioco d’illusione, c’è posto ancora per la vita? Essi, fuori, che guardano, hanno occhi di chi ambisce capire, ma non vuole entrare, vuole essere perfettamente fuori. Sì, le lacrime, sì i sussurri, ma fuori: essi sono fuori. Forse la morte appartiene loro, perché non capiscono che essi sono fuori. Non sanno perché ancora non hanno provato. C’è un punto oltre il quale non è bene tenere, una soglia che delimita il confine tra il bene e il male; oltre quel limite non è bene andare. Essi non sanno che non devono trasmettere altrui il loro egoismo appiattito, mascherato da ordinaria comprensione. Non sanno che il male ha un nome: il dolore forte, insopportabile. Se loro fossero vicino, come qualcun altro realmente è, capirebbero. Se loro avessero lontano da sé gli dei, le speranze e il futuro immaginifico , avrebbero per me un dono perfetto d’amore. Ma non mi amano, non sanno amare, perché scambiano la pietà con l’amore. L’amore è stare nel mio corpo, stare nel mio dolore, non volere con me e in me questo dolore. Lasciare da parte l’egoismo. Non mi serve la loro pietà, anche se calda, perché questo è il loro comodo egoismo; mi serve che si spoglino della loro certezza, che abbattano la regola fredda del dio, che muovano la chiave del rispetto, che guardino i miei occhi quasi fermi e in essi, non solo per essi, dicano che la mia e la loro dignità sono la medesima cosa. Se senti la loro mano, essa è ben più gelida della spina che ho accanto. Ora che ho detto con gli occhi, qualcuno, spero, vorrà rendersi meno malvagio di un dio prepotente e austero, che non ha bisogno d’amore come ne ho io. Qualcuno che vede, sa che il muovere di una palpebra e il muovere di una spina sono tutt’uno. Senza finzione. La mia gioia, anche solo per un attimo, allora sarà pure la loro. La mia gioia e la loro avrà il vigore della dignità, saprà vestire di uomo un uomo che tale non era più.
E in quel piccolo momento infinito di respiro, sapremo cucire l’orlo del tempo fra il prima e il poi; io e loro, loro ed io.


Stefano Faraoni

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