DI PIETRO SUI RIFIUTI CI VOLEVANO LE MANETTE

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NAPOLI — L’affondo arriva dal divano bianco del salotto di «Porta a Porta», quando gli ospiti sono già seduti da un’ora, ventinove minuti e trentasei secondi. Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture e soprattutto ex pm di Mani Pulite, mima per tre volte il gesto dei polsi ammanettati e commenta: «Ah, benedette manette. Le avessero usate». Chi le doveva usare, nei 14 anni dello scandalo rifiuti, è «la magistratura napoletana», quella che avrebbe dovuto svolgere «un’indagine più celere, più mirata, più forte». E che, invece, «ha la colpa di non esserci stata, forse per lassismo, connivenza o intimidazioni». Il risultato? «Indagini mai fatte». E, dice Antonio Di Pietro al Corriere del Mezzogiorno, «quella che si è avviata è un processo nato morto per le prescrizioni».
Ministro, chiariamo subito quel gesto delle manette mimato in tivvù. Sa, qui a Napoli sui rifiuti c’è un’inchiesta in corso, va a finire che si pensa male…
«No, no. Non mi riferivo né a singole persone né a specifiche inchieste. Insomma, non parlavo di Antonio Bassolino o degli altri imputati».
Cos’era allora, un generico invito all’arresto?
«Diciamo un grido di dolore, di sofferenza».
Chi è che soffre?
«Io».
E perché?
«Mi fa star male criticare la magistratura».
Non lo faccia allora…
«E come si fa a non farlo? Qui diciamo sempre che è colpa di Tizio e di Caio. Ma la colpa, in questa storia, è anche dei magistrati napoletani».
Che fa, sospetta che qualche pubblico ministero abbia seppellito di nascosto un paio di fusti tossici?
«No, mi chiedo dov’era la magistratura in questi quattordici anni».
Ha anche una risposta?
«Beh, forse è stata un po’ lassista. Forse connivente. Forse intimidita. Quel che resta agli atti è che non ha adottato le decisioni che dovevano essere adottate, non ha usato il pugno di ferro».
Ci risiamo. Voleva sentire un tintinnio di manette?
«Non conosco gli atti processuali, ma non c’è dubbio che l’assenza di misure cautelari personali e reali in tutti questi anni abbia permesso che la storia continuasse. C’è stata una non risposta alle esigenze di giustizia della collettività. E questa non risposta porta a un decadimento della credibilità dei magistrati».
Insomma, lei qualcuno in cella ce l’avrebbe messo…
«Ripeto, le carte dei vari procedimenti non le ho lette. So, però, che la gravità dei fatti commessi in tutti questi anni e riportati negli esposti, il pericolo di reiterazione del reato e quello di inquinamento probatorio, queste sono tutte cose che avrebbero abbondantemente giustificato il ricorso alle misure cautelari».
Non è che s’è fatto prendere dalla foga dell’ex pm?
«Ma vi rendete conto della gravità dei reati? Qui ci sono manette che ballano e avanzano. E altre inchieste che, misure cautelari a parte, sono ferme ».
Ecco, a proposito di tempi. Sa che l’indagine sull’affare rifiuti va avanti dal 2003 ed è ancora ferma alla mai celebrata seconda udienza preliminare?
«L’attività giudiziaria ha una sua funzione sociale se i tempi sono brevi. Altrimenti è solo un processo alla storia».
Ce l’ha con i pm che hanno indagato?
«Ce l’ho con chi negli anni ha trattato i fascicoli in modo burocratico, con chi ad esempio s’è occupato per motivi statistici delle inchieste sui tossicodipendenti perché facevano carico di lavoro e non è andato invece a valutare anche la rilevanza del contenuto delle denunce sui rifiuti».
Riprovo. Ce l’ha con i pm che hanno indagato?
«No, non è che adesso uno se la deve prendere con chi ha proceduto tra mille difficoltà. È come con Tangentopoli: noi arrestavamo chi aveva commesso i reati, gli altri ci accusavano perché fino ad allora non era stato fatto nulla. Sa come replicavo? ».
No…
«Rispondevo: e che, lo dici a me che li ho arrestati? Dillo agli altri che non li hanno arrestati. Ecco, è quel che succede oggi. Qui non s’è fatto nulla per quattordici anni, adesso che facciamo, puntiamo l’indice contro chi ha mostrato buona volontà?»
Rischia di restare solo quella, ministro. Ché, tanto per restare all’inchiesta in questione, in caso di processo quattro dei sette reati contestati ad Antonio Bassolino sarebbero prescritti ben prima della sentenza…
«Ecco, vede? Arrivano a babbo morto».
Gianluca Abate