LA MONTAGNA DI MUNNEZZA CHE TOCCA LA LUNA

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LA SETTIMANA che oggi si conclude con la festa (religiosa?) dell’Epifania offre alla nostra riflessione di cittadini italiani e cittadini d’un mondo globalizzato almeno cinque argomenti di primaria importanza: l’inizio delle primarie americane con il sorprendente sorpasso di Barack Obama su Hillary Clinton, il timore della recessione economica in tutti i paesi dell’Occidente, la “monnezza” napoletana, il tentativo di rilancio del governo Prodi sui temi della politica sociale, lo scontro intorno alla legge elettorale.

Per completare il quadro ci sarebbe anche da esaminare il dibattito sull’aborto, improvvisamente aperto dall’accoppiata Ruini-Giuliano Ferrara dietro ai quali si staglia la figura di papa Ratzinger con tutto il corteggio di cardinali e vescovi, la cosiddetta “gerarchia” al gran completo con zucchetti rossi e paramenti d’occasione.

Sei argomenti sono troppi per essere affrontati tutti insieme, anche se denotano un’effervescenza insolita in un mondo che pure in questi ultimi anni dà prova di crescente agitazione, frutto al tempo stesso di alacrità e ricerca del nuovo ma, insieme, di distacco, ripiegamento, declino.

Alcuni di questi temi hanno un fondamento autonomo. Ma altri sono profondamente interconnessi, specie se li guardiamo dalla nostra visuale domestica. Così la “monnezza” napoletana ci richiama al problema dell’incapacità decisionale nostrana e questa alle malformazioni delle nostre istituzioni. Infine la minaccia della recessione e della “stagflation” (inflazione-depressione) diffonde la sua ombra sul faticoso rilancio del governo Prodi e della sua politica sociale.

Perciò cerchiamo di chiarire qualche aspetto di queste sequenze e individuare il “trend” che configura la nostra pubblica opinione.

Comincio con la “monnezza” napoletana, non a caso seguita con foto e cronache dai principali giornali del mondo e perfino dalle autorità europee di Bruxelles allarmate da quanto accade.

Lo scrittore Roberto Saviano ne ha diffusamente scritto ieri sul nostro giornale con la conoscenza di “persona informata dei fatti”, indicando i colpevoli, i profittatori, l’inerzia irresponsabile delle istituzioni locali, la pessima gestione tecnica e politica d’un fenomeno che resterebbe incomprensibile senza l’oggettiva congiura di tutte queste circostanze che configurano una serie di aggravanti e non di attenuanti come invece ci si vorrebbe far credere.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti riguarda le città di tutto il pianeta ma ha trovato da tempo la sua normalizzazione. Se ne sono occupati gli amministratori, i tecnici e perfino i romanzieri. Don DeLillo gli ha dedicato uno dei suoi romanzi più significativi. I rifiuti hanno dato vita ad una delle industrie più prospere del capitalismo post-industriale, producono profitti ingenti e occupano milioni di persone.

Ma lo spettacolo di una grande città sepolta da tonnellate di schifezze con effetti gravi sulla salute degli abitanti si è visto e si continua a vedere soltanto a Napoli e in tutta la Campania. Nulla di simile è accaduto a New York, a Los Angeles, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Tokyo, a Shanghai, al Cairo, a Rio de Janeiro e in nessun altro angolo del pianeta.
A Napoli sì. Da quindici anni. Non è e non può essere un problema antropologico. Semplicemente: le istituzioni non funzionano, la camorra ne approfitta, non funziona la Regione, non funziona il Comune, non funziona il Commissario ai rifiuti, non funzionano le imprese addette a quel servizio. Celentano avrebbe detto: non funziona il rubinetto di casa mia.

Dovevano puntare sui termovalorizzatori e sulla raccolta differenziata. Le discariche avrebbero dovuto essere una valvola “tattica” per ospitare alcune punte stagionali, come accade in tutte le altre regioni italiane e nel mondo intero. Invece le discariche sono diventate la soluzione preminente e permanente facendo la ricchezza dei proprietari di quei terreni e l’infelicità dei loro abitanti.

Solo adesso, con almeno dieci anni di ritardo, si è deciso di costruire un termovalorizzatore che – si dice – entrerà in funzione tra un anno, ma più probabilmente ce ne vorranno almeno tre. Dovrà smaltire l’accumulo di rifiuti che nel frattempo sarà stato stoccato nelle discariche riaperte con l’ausilio della forza pubblica in tenuta da sommossa.

Chi ha commesso questo macroscopico errore? Forse i Verdi hanno qualche responsabilità, ma i responsabili principali sono il governatore Bassolino e il sindaco di Napoli, Russo Iervolino.

Ho avuto in passato simpatia e stima per entrambi, ma adesso sia la stima che la simpatia si sono molto attenuate. Penso che dovrebbero andarsene. Scusarsi e andarsene. Mi auguro che il presidente del Consiglio glielo chieda. La loro uscita di scena non è certo la bacchetta magica per far sparire la montagna di rifiuti che ammorba la città e i paesi del circondario, ma rappresenta comunque la doverosa punizione dell’errore strategico compiuto e nel quale per anni hanno perseverato.

La disistima della gente per la politica si deve principalmente ad un sistema perdonatorio che premia l’insipienza e le clientele. Il contrario di una democrazia efficiente e trasparente.

* * *

La “monnezza” napoletana riflette le malformazioni più generali della nostra democrazia, in ritardo di molti decenni rispetto ai mutamenti nel frattempo avvenuti in tutti i Paesi equiparabili al nostro.

Noi abbiamo un Parlamento irretito dal voto di fiducia, senza alcun correttivo che vi ponga riparo. Crediamo anzi tentano di farci credere che la fiducia parlamentare rappresenti il culmine della sovranità popolare delegata ai rappresentanti del popolo che siedono (fin troppo numerosi) sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ma non è così, anzi è il contrario di così.

L’istituto della fiducia non rappresenta affatto un potere del Parlamento sull’Esecutivo ma piuttosto il guinzaglio con cui l’Esecutivo tiene il Parlamento per il collo.

Il presidente degli Stati Uniti non ha bisogno della fiducia del Congresso; in Usa non sanno neppure che cosa sia il voto di fiducia: il Presidente eletto dal popolo ha nelle sue mani tutto il potere esecutivo, nomina i ministri segretari di Stato e li revoca, propone disegni di legge, può mettere il veto a leggi non gradite. In compenso il Congresso, depositario del potere legislativo federale, ha poteri formidabili di controllo sull’operato dell’Amministrazione che li esercita senza scrupoli di sorta. Nessuna nomina può esser fatta senza la sua approvazione, i dirigenti e i ministri debbono riferire periodicamente alle commissioni del Congresso e del Senato.

Il potere non è acefalo ma bicefalo. Non è affatto indenne da errori e disfunzioni ma da più di duecento anni guida un Paese che ormai da tempo ha le dimensioni d’un impero mondiale.

In Europa le democrazie più solide hanno impianti diversi da quello americano ma il tema dell’efficienza decisionale è stato affrontato e risolto da tutti, in Francia in Gran Bretagna in Germania in Spagna.
In Italia no. Governo e Parlamento sono legati a doppia catena con le conseguenze d’una debolezza congenita e di una lentezza decisionale esasperante. La stessa che ha tolto dignità e peso alla magistratura. La “monnezza” è di casa a Napoli, i fascicoli accumulati nei Tribunali civili e penali sono di casa in tutti i Palazzi di giustizia italiani. E’ la loro (e la nostra) monnezza.

Ho letto che se i rifiuti di Napoli fossero tutti accatastati con un base di trentamila metri quadrati, raggiungerebbero oggi un’altezza di quasi quindicimila metri, il doppio dell’Everest. Analoga e gigantesca montagna la si potrebbe costruire accatastando i fascicoli dei processi in attesa di sentenza; forse anche più alta.

Per risolvere almeno in parte la disfunzione democratica ci vuole una legge elettorale adeguata e alcune riforme costituzionali. Veltroni si è preso in carico la soluzione del problema che non è di forma ma di sostanza e non riguarda solo i politici ma tutti i cittadini, visto che siamo noi, almeno per un giorno, il popolo sovrano. Ci riguarda tutti; riguarda anche il tema della “monnezza” napoletana, anche la Tav in Val di Susa, anche il testamento biologico, anche i Dico o come diavolo si chiamano. Riguarda la legislazione, la giurisdizione, l’amministrazione e l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E anche l’aborto e la pillola RU 486.

Veltroni e i dirigenti del Partito democratico hanno indicato nelle elezioni uninominali con ballottaggio tra i candidati che al primo turno non abbiano raggiunto la maggioranza assoluta ed abbiano almeno ottenuto il 12 per cento dei voti, il sistema adatto purché combinato con l’elezione popolare del presidente della Repubblica e col rafforzamento dei suoi poteri in chiave presidenzialista.

Si tratta d’una riforma complessa che potrà rappresentare il tema dominante della futura campagna elettorale. Nella sua intervista di ieri al nostro giornale il segretario del Pd ha citato un passaggio importante che Cesare Salvi (sinistra radicale), allora relatore alla Bicamerale del 1997, scrisse proponendo il sistema presidenziale ed elettorale francese. Da allora, ha aggiunto Veltroni, questa è stata la posizione costante del riformismo italiano.

Ma per ora si tratta soltanto di una prospettiva. Per ora così Veltroni si deve andare verso un sistema elettorale a base proporzionale con un ragionevole correttivo maggioritario che dia più forza ai partiti di maggiori dimensioni e induca i minori a raggrupparsi tra loro.

Perché questo è l’obiettivo attuale? Perché è il solo capace di darci governabilità. Senza di esso non c’è che la cosiddetta Grande Coalizione: Pd e Forza Italia insieme.

Veltroni ha dichiarato (e non ce n’era neppure bisogno) che il Partito democratico non è disponibile a questa soluzione. Ma chi lavora per un proporzionale puro vuole in realtà arrivare a questo risultato. I numeri gli danno pienamente ragione.

Per il poco che possa valere, penso che Veltroni abbia scelto la posizione più adatta a risolvere i problemi della governabilità e penso anche che essa potrà passare soltanto se ci sarà l’accordo con Forza Italia e con Rifondazione, più tutti gli altri che vorranno uscire dal pantano attuale.

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Per portare a termine questo primo blocco di riforme elettorali e costituzionali, comprensive del Senato federale e della riduzione del numero dei parlamentari nella prossima legislatura, Veltroni pensa ragionevolmente che ci voglia un anno di tempo. E la prosecuzione fattiva del governo attuale con l’obiettivo di ridare fiato ai ceti economicamente più deboli, insidiati sempre più dall’aumento dell’inflazione e da un probabile rallentamento nella crescita dei redditi.

In realtà in Usa si parla ormai esplicitamente di recessione. Molti economisti affermano che è già in atto da almeno tre mesi, accompagnata da un’inflazione che ha rialzato la testa e da un netto aumento della disoccupazione.

Pensare che l’Europa e l’Italia non risentano di quanto sta avvenendo nell’economia americana è pura illusione. Alla crisi devastante dell’industria e della finanza immobiliaristica si aggiunge ormai il ribasso di Wall Street e di tutte le Borse mondiali, l’indebolimento dei consumi, l’aumento dei tassi sui mutui e una liquidità più severa.

In queste condizioni il bilancio italiano si trova, una volta tanto, in migliori condizioni per quanto riguarda l’andamento delle entrate e la diminuzione del fabbisogno.

Ma abbiamo pur sempre la palla al piede del debito pubblico che ci mangia ogni anno 70 miliardi di interessi.

Per ridare fiato ai cittadini e ai lavoratori ci vorranno più o meno 8-10 miliardi di euro. In teoria la copertura c’è e non è esatto dire che il ministro dell’Economia si opponga a questa manovra che dovrebbe prender l’avvio tra il marzo e il giugno prossimi.

L’obiezione di Padoa-Schioppa non è tanto sui numeri ma sui modi. Probabilmente sarebbe d’accordo se quelle cifre fossero erogate con provvedimenti “una tantum” in attesa di vedere che cosa avverrà nel mondo e in Europa nel corso di un anno così incerto come questo. Se il buon tempo tornerà, nel 2009 e negli anni successivi i provvedimenti “una tantum” potranno diventare strutturali ed essere ulteriormente migliorati.

Queste diverse impostazioni saranno comunque l’oggetto della nuova concertazione tra governo e parti sociali, insieme al tema dei contratti di lavoro da chiudere.

La “stagflation” dev’essere tenuta ben presente perché configura l’imposta più iniqua sul potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Una rincorsa tra salari nominali e costo della vita dev’essere dunque il primo argomento da esaminare tra le parti concertanti, insieme a quello della produttività.

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Mi resta da parlare dell’aborto, sul quale tuttavia non c’è da dire se non ciò che è stato già detto da me domenica scorsa e da altri man mano che l’offensiva clericale si articolava con i vari interventi della “gerarchia”.

I laici – credenti e non credenti che siano – sono favorevoli alla libera manifestazione di tutte le opinioni e a tutti quegli interventi legislativi, amministrativi e giurisdizionali che tutelino i diritti di libertà quando non ledano diritti altrui. Per quanto riguarda la legge sull’aborto i laici ritengono che essa tuteli la maternità consapevole e la libertà di scelta delle donne. Sono anche favorevoli ad aumentare il flusso di informazioni che debbono essere fornite alle donne sui possibili effetti dell’interruzione di gravidanza nonché sulla fecondazione assistita.

Tutto il resto, a cominciare dalla cosiddetta moratoria, è del tutto aberrante. E’ un puro strumento propagandistico equiparare l’interruzione di gravidanza, consentita solo in determinati tempi e circostanze, alla pena di morte.

Si tratta in realtà di un’operazione mediatica con due precisi obiettivi. Uno, di carattere culturale, per stringere i laici alla difensiva e per preparare l’affondo vero e proprio contro la legge vigente. L’altro, temporalistico, di rilanciare la potestà della gerarchia ecclesiastica come unica e sacrale depositaria del pensiero e della dottrina della Chiesa, confiscando sempre di più al laicato cattolico la sua attiva partecipazione all’elaborazione della dottrina relegandolo in un ruolo di platea passivamente e silenziosamente consenziente, cinghia di trasmissione dei voleri dell’episcopato e del Vaticano fin nelle aule comunali, regionali e parlamentari. Proprio per questo suo contenuto temporalistico ho usato prima l’aggettivo “clericale”: i chierici all’offensiva contro il laici. Di questo si tratta. A questo bisogna reagire. E’ auspicabile che il Partito democratico non sottovaluti la questione. Penso e scrivo da molto tempo che libertà e laicità sono sinonimi vedo con piacere che la Bonino concorda su questa sinonimia, del resto non ne dubitavo.

Laicità e democrazia senza aggettivi. Non ne hanno alcun bisogno

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