PATRIARCA MORTE DI UN EX POTENTE DC

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Si è spento a Gragnano Francesco Patriarca, aveva 75 anni Era stato condannato in via definitiva. Legato a Gava con lui era l’uomo poù potente dell’area della Costiera Sorrentina, della Costiera Amalfitana e dei Monti Lattari


Dopo il secondo arresto in luglio a Parigi, si era arreso. La crisi fatale lo ha colto nel sonno, nella notte tra giovedì e venerdì. La figlia Annarita: «Ora è solo il momento del dolore»
Francesco Patriarca è uscito di scena portando nella tomba i segreti di una vita da democristiano di ferro. Votato al male, cioè colluso con i clan criminali e impegnato a tessere, negli anni Ottanta e all’avvio del decennio successivo, una rete impenetrabile di potere clientelare in nome e per conto della corrente dorotea (e per questa «dote» era stato ribattezzato «Ciccio ‘a promessa »), oppure vittima di un accanimento giudiziario, anzi di una vera e propria persecuzione? Il tempo scioglierà il dubbio, ma un fatto è certo: nella storia giudiziaria dei rapporti tra politica e camorra Francesco Patriarca — come documenta Bruno De Stefano nel libro fresco di stampa I boss della camorra, Newton Compton editori — è stato l’unico leader di partito ad essere condannato in tutti e tre i gradi di giudizio. Legato a Gava, del quale era considerato una sorta di plenipotenziario sul territorio dei Monti Lattari, «don Ciccio» ha subito nel bene e nel male la dipendenza politica dal padre-padrone. Gli amici lo avevano abbandonato, ma un tempo gli rendevano omaggio e gli portavano rispetto. Quasi come facevano con il Grande Capo. Ieri, però, quando la notizia della scomparsa si è diffusa, sono arrivati in tantissimi a rendergli omaggio. Una rivincita postuma che non lo ripaga.
Dopo il secondo arresto, avvenuto nel luglio scorso a Parigi, non aveva più voglia di difendersi, si era arreso. L’unico desiderio era tenere la famiglia fuori dai suoi guai, ma neanche questo gli è stato consentito. La crisi fatale lo ha colto nel sonno, nella notte tra giovedì e venerdì. Aveva 75 anni malissimo portati per via di un cuore ormai fuori controllo; e quando anche i polmoni sono stati intaccati da una broncopolmonite contratta nella cella del carcere- ospedale di Fresnes, nella banlieue parigina («ma sempre carcere duro era», accusa Carmine, il segretario che lo ha seguito per 47 anni), si è spento anche quel soffio di vita che lo sorreggeva.
Morto l’imputato, però, il processo continua. Per i magistrati della Procura napoletana Patriarca è stato un politico asservito alla camorra, e la Cassazione ha confermato la condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa; ma per la folla di amici che ieri è salita come in processione nella casa di Gragnano le cose stanno diversamente, e l’ex sottosegretario alla Marina Mercantile è stato perseguitato da una giustizia condizionata dall’esigenza di trovare un colpevole. Uno solo: lui, Francesco Patriarca. Tutti gli altri imputati del maxiprocesso alla politica in affari con i clan, a cominciare dal capocorrente Antonio Gava, sono stati assolti. Per don Ciccio, invece, sono scattate le manette, e a incatenarlo sono stati gli uomini della gendarmerie francese. Perché i familiari lo stavano trasportando in una clinica francese specializzata nella cura delle disfunzioni renali. Un caso internazionale, insomma, che dopo è diventato un intrigo: la magistratura italiana ha rinviato tre volte la scarcerazione nonostante le gravi condizioni di salute del recluso fossero conclamate, ma quella francese ha rotto gli indugi e lo ha rimandato a casa. Troppo tardi, accusano i familiari, anche se Annarita, la figlia maggiore che presiede il Consiglio comunale di Gragnano, piangendo continua a ripetere che «questo è il momento del dolore, al resto penseremo dopo». Carmine Somma, il suo segretario- amico, è distrutto: «Quando i gendarmi francesi hanno visto in che condizioni era il senatore, hanno chiesto scusa, in un primo momento pensavano che quello da arrestare ero io». I familiari hanno molte cose da rivendicare, soprattutto contestano l’irregolarità formale e sostanziale del mandato di arresto europeo.
Arresto a parte, l’ultimo titolo Patriarca lo aveva guadagnato allorché si adirò per la candidatura di Alfredo Vito nel suo collegio. La ritenne un’offesa, uno sfregio addirittura, e il titolo fu facile: «Ciccio ‘a promessa contro ‘‘Sogliola”», il soprannome appioppato all’ex dc capace di raccattare valanghe di preferenze e che lo aveva accusato. Patriarca, rispondendo a Gian Antonio Stella, esternò i suoi sentimenti. «Vivo con sofferenza il ritorno di Alfredo. È stato un mio accusatore. Raccontò ai magistrati un sacco di fesserie sul mio conto. Adesso io ho una condanna sulle spalle e lui si presenta nel mio collegio». «Roba da chiodi, conclude il segretario, se c’è una giustizia morale, molti pagheranno per il male che hanno fatto al senatore». Che però in galera c’era già stato un’altra volta per concorso in abuso di ufficio, ma venne poi scagionato per non aver commesso il fatto.
Carlo Franco