Cento Candeline per Oscar Nyemer

0

Quando l’architetto svizzero Charles Edouard Jeanneret-Gris, conosciuto mondialmente con lo pseudonimo di Le Corbusier, vide entrare nel suo atelier quel giovane creatore brasiliano Oscar Niemeyer, amante del bianco nei soavi tracciati curvilinei disegnati sulla carta, rimase affascinato. Negli anni Trenta c’era una nuova generazione di architetti del Movimento moderno, dediti allo sviluppo delle forme tramite l’uso di cemento armato e calcestruzzo per la costruzione degli edifici appoggiati su dei pilotis e caratterizzati da lunghe finestre a nastro e terrazze ornate da giardini sospesi.


Oscar Niemeyer

 


 


 


 


 





Oscar Niemeyer


All’epoca, il concetto della plan libre sviluppato nei progetti architettonici, consentiva la creazione di uno scheletro portante in cemento armato che elimina la funzione delle murature portanti che “schiavizzavano” la pianta dell’edificio, permettendo all’architetto di costruire l’edificio o l’abitazione in tutta libertà e disponendo le pareti a piacimento. Le Corbusier, affascinato dalla visione di futuro nei sinuosi tratti e nelle forme dinamiche nei disegni di Niemeyer, gli disse: «Tu hai negli occhi le montagne di Rio de Janeiro». E nel 1947 lo coinvolse nei lavori per l’ideazione e la realizzazione del Palazzo delle Nazioni unite a New York.
Niemeyer, uno dei massimi architetti viventi dell’era contemporanea, compie cento anni il 15 dicembre ed è festeggiato in tutto il mondo, specialmente nei luoghi dove esistono le sue opere (più di 500) costruite o progettate. Dal suo piccolo studio, pieno di archivi, libri, disegni e schizzi di nuovi progetti, nel quartiere carioca di Copacabana, Niemeyer fa sapere che è impegnato a pensare il futuro e ricorda, nella sua forte vitalità e lucidità, le sue prime ispirazioni poetiche e sociali verso la creazione di forme libere e aperte nello spazio: «Quando ero piccolo amavo disegnare, e lo facevo con tale frequenza che i miei genitori già intravedevano il mio futuro di architetto. Da grande, poi, ho capito che le opere architettoniche hanno un senso soltanto se rispettano le conformazioni della natura laddove vengono inserite. Dobbiamo accettarla, non toccarla. Siamo noi a doverci adattare. Ora parliamo di architettura, ma devo confessare che la vita è più importante dell’architettura: bisogna partecipare e lottare per un mondo più giusto, provare piacere nell’aiutare l’altro. Oggi viviamo in un pianeta malato, che non è altro che un piccolo punto dell’universo».                                                                                

La vita per Niemeyer ha la durata e l’intensità di un soffio, deve essere vista come una specie di prestito accordato agli esseri viventi.  L’architetto commenta con tono critico il comportamento dei giovani professionisti dei nostri tempi; dice che si laureano, diventano architetti e ingegneri, ma non leggono, non sviluppano una valida preparazione culturale e intellettuale. Si specializzano soltanto nella propria attività professionale «senza rendersi conto dell’importanza di vivere e conoscere a fondo le dinamiche culturali negli spazi in cui inseriscono le loro opere architettoniche».



Il Museo di arte contemporanea di Niteroi
Il Museo di arte contemporanea di Niteroi

Negli anni Sessanta, dopo aver ideato e realizzato la città di Brasilia in collaborazione con Lucio Costa e il paesaggista Burle Marx, il suo lavoro fu ostacolato dalla dittatura militare in Brasile. L’esilio obbligò Niemeyer a vivere in Francia, Algeria e Italia, ma il grande maestro non si perse d’animo. In territorio francese, dove vigeva il divieto di realizzazione di opere architettoniche per mano di professionisti stranieri, il generale De Gaulle emanò una deroga esclusiva per lui. A Parigi, cominciò una nuova fase della sua vita e carriera, ricevendo diverse commissioni: la realizzazione della sede del Partito comunista francese, la creazione dell’Università di Costantine in Algeria, l’edificio Mondadori nel 1968, a Segrate, per festeggiare gli allora sessant’anni di attività della casa editrice lombarda.

Il grande architetto porta nello sguardo le movenze delle onde marittime e dei corpi femminili e le traspone nelle sue creazioni architettoniche. Ricorda i suoi viaggi in Italia con gioia e indica nell’edificio Mondadori  la sua creazione prediletta: «L’editore Giorgio Mondadori rimase folgorato dalle linee del Palazzo Itamaraty,  sede del ministero per gli Affari esteri a Brasilia, durante un suo viaggio in Brasile e, nel 1967, mi chiese di realizzare un palazzo con un colonnato uguale, in una zona decentrata. Ho accettato l’idea, ma poi ho sviluppato il progetto in modo completamente diverso, con un colonnato musicante, cambiando la conformazione e la dimensione degli spazi vuoti tra le colonne e inserendo il lago artificiale a specchio che arricchisce la visione dell’edificio nel suo insieme. L’architettura deve sorprendere le persone che la vedono e vivono nei suoi spazi».


L'Edificio Niemeyer a Belo Horizonte

 


 


 


 


 


 



L’Edificio Niemeyer a Belo Horizonte


Niemeyer visse all’estero durante 21 anni, tanti passarono prima che la dittatura miliare arrivasse alla fine in Brasile. Ritornò nel 1985, quando pensò che potesse avviare una nuova fase della sua vita. A Brasilia realizzò il Memoriale di Juscelino Kubitscek, il Pantheon e il Latin american Memorial. Progettò anche il Memoriale dei Popoli indigeni, la cattedrale militare e la chiesa di Nostra Signora della Pace, seguiti poi dal Museo di Arte contemporanea a Niteroi e il Museo Oscar Niemeyer di Curitiba, nello Stato di Paraná. Nel 2003 Niemeyer è chiamato a Londra per progettare la struttura temporanea della Galleria Serpentine, il padiglione estivo di Hide Park. In seguito progetta la tomba del comunista Carlos Marighella a Bahia e il piano della “Estação Ciências, Cultura e Artes” anello stato brasiliano di Pernambuco. Nel 2006 dedica inoltre a Brasilia il Museo e la Biblioteca nazionale.


Altre committenze sono in fase di progettazione e realizzazione, tra cui una statua raffigurante una tigre in combattimento con un uomo che solleva la bandiera cubana contro il blocco imposto dagli Stati Uniti. Niemeyer sottolinea con nettezza il suo schieramento storico a favore dei popoli soggiogati ai regimi totalitari o oppressi dalle misure politiche imposte dalle grandi potenze economiche.  L’architetto però ravviva il suo amore per la natura nel progettare gratuitamente, facendo un generoso regalo all’Italia, il suo capolavoro più recente: l’Auditorium di Ravello che, dopo lunghe battaglie burocratiche e politiche, dovrà essere concluso entro novembre del 2008.

Nella dedica fatta da Niemeyer alla città campana che non ha mai visto, dice: «Un sentimento di solidarietà mi ha accompagnato per tutta la vita. Io  avrei vergogna se fossi un uomo ricco». Per gli amanti della sua opera, tale iniziativa non sarebbe possibile se non esistesse un’intima consonanza tra il suo stile e quello che caratterizza il Ravellese ad esempio, quanto alla conformazione degli spazi urbani e del territorio boschivo dell’area appartenente alla costiera amalfitana. Lì, dominano le dolci curve delle pendici e colline, oltre al colore bianco delle case. Inoltre, la cultura in cui è radicata l’architettura locale, è quella solare – ardita ed equilibrata al tempo stesso – che unisce i paesi latini, al di qua e al di là dell’Atlantico.


Il Congresso nazionale di Brasilia

 


 


 


 


 


 



                 Il Congresso nazionale di Brasilia


 L’architetto brasiliano si mostra vivamente interessato alla sua creatura, spiega che il progetto comprende la costruzione di una grande parete tondeggiante convessa, formando una specie di copertura lungo la pendice di una collina. Le persone entrano passando da una rampa che le porta verso l’interno degli spazi dell’Auditorium. In tutto il percorso, possono godere il  fantastico panorama che viene offerto loro e la bellezza del mare. Dalla costa si vede l’opera architettonica come se fosse semplicemente appoggiata sulle pendici delle colline. 

Lo stesso Niemeyer descrive in modo poetico la fonte di inspirazione della sua monumentale opera architettonica: «Non è l’angolo retto che mi attrae, e nemmeno la linea retta, dura, inflessibile, creata dall’uomo. Ciò che mi attrae, è la curva libera e sensuale. La curva che incontro nelle montagne e nei fiumi del mio Paese, nelle nuvole del cielo, nelle onde del mare , nel corpo della donna prediletta. Di curve è fatto tutto l’universo. L’universo curvo di Einstein».

Assistito dal suo prezioso collaboratore  di lungo corso, José Carlos Sussekind, Niemeyer aveva ricevuto un ricco materiale visivo degli spazi destinati alla realizzazione dell’Auditorium. Sussekind soggiornò a Ravello e conobbe i giardini di Villa Ruffolo, l’incantevole scenario che inspirò il Parsifal di Richard Wagner. Trovò il posto decisamente magico e diede avvio al prelievo di tutti i dati necessari alla progettazione dell’Auditorium, ubicato a pochi passi dalla Villa.



Il Palazzo dell'Alvorada a Brasilia


 


 


 


 


 




Il Palazzo dell’Alvorada a Brasilia


Con 500 posti a sedere e trecento posti auto, la struttura contribuirà ad aumentare il lustro di Ravello come capitale della Musica. Come ogni progetto di grande portata, la realizzazione dell’Auditorium comporta difficoltà che Sussekind giudica superabili: «Niemeyer è un architetto di insieme, non del dettaglio. Ogni suo progetto presenta uno, o al massimo due problemi strutturali, che sono sempre legati alla leggerezza, o meglio alla realizzazione della leggerezza».

Un grande maestro non cessa mai di sorprendere, e le sue creazione, che possano piacere o meno, sono sempre frutto di una genialità, a volte decisamente inimitabile.  Ma nei nostri giorni non si può fare a meno di pensare al rapporto tra architettura ed economia. Lucio Iezzi, architetto che dal 1984 si dedica con rigore alla creazione di oggetti in argento basandosi sull’essenzialità, la purezza e la semplicità delle forme, prima di parlare di Niemeyer, fa una premessa: spiega che, da un certo punto di vista, l’architettura è sfortunatamente una brutta professione perché è legata all’economia e l’architetto di per sé, è sempre stato piegato al volere del costruttore.


Questa circostanza ha provocato una divergenza tra ciò che «è» l’architettura come concetto e ciò che l’architettura «fa». Iezzi sottolinea: «L’architettura e il design sono la stessa identica cosa dal punto di vista concettuale, ma non si realizzano architetture, nel vero senso della parola, che debbano essere complicate, gratuite e consumate. L’architettura è un segno del tempo, che ha presupposti  assolutamente logici. Non è un gesto artistico, ma un gesto capace di trasformare lo spazio in funzione. Uno spazio che deve essere utilizzato, con ruoli specifici, predeterminati, che solo l’architetto, in sintesi, riesce ad individuare. Ma quando invece di fare questo percorso l’architetto esprime se stesso in termini estetici, fa monumenti. Purtroppo oggi non abbiamo creazioni di grande architettura, ma stupendi monumenti».



Oscar Niemeyer con Lucio Iezzi

         Oscar Niemeyer con Lucio Iezzi


L’incontro tra Lucio Iezzi e Oscar Niemeyer, nel 1997, si era rivelato una conferma di quanto l’architetto italiano aveva studiato nel suo periodo di formazione accademica. Lucio già aveva una trentennale esperienza professionale alle spalle e preparava, in quella occasione, la sua tesi comparativa, facendo un raffronto tra il profilo urbano di Chandigarh nel Punjab, e Brasilia. Affrontava  e sviluppava importanti riflessioni  su queste due città, nate dal nulla e per un volere politico in cui l’architetto diventava lo strumento di espressioni, concetti e logiche, che rappresentavano  idee e ideali che non gli appartenevano.

Iezzi aggiunge: «Ho potuto vedere la lucidità e la determinazione di uno dei più grandi architetti viventi della Storia, nella sintesi di quello fra poteva essere spazio e funzione. La semplicità estetica di Niemeyer, l’architetto-ingegnere come Nervi, Le Corbusier e pochissimi altri, si trova nei suoi tracciati sulla carta. Lui non disegna una semplice forma, ma il modo per costruirla. Se facesse il contrario, disegnando la forma per poi cercare il modo di costruirla, dimostrerebbe l’incapacità di determinazione tecnica di un presupposto grafico. I progetti di Niemeyer da sempre riflettono effettivamente ciò che significa il concetto di operare nell’architettura, ossia dare un senso allo spazio nell’ambito di un concetto costruttivo, che sia proprio e funzionale alle esigenze che questo spazio dovrà assumere».

Iezzi rimase colpito dall’immediatezza con cui Niemeyer indicava il modo di eseguire ogni opera ideata nei suoi tracciati. L’energia, la vitalità e la voglia di fare dell’architetto brasiliano, sempre pronto ad esprimere, sottolineare e, quando il caso lo richiedesse, imporre la sua idea lo ponevano in grado di confutare ogni eccezione senza piegarsi a induzioni o convenienze. «La mia eccezione è quando si parlò del suo rapporto con l’architettura in Brasile negli anni sessanta, un tema molto discusso all’estero. Molte delle critiche sollevate sulla costruzione di Brasilia erano di contenuto essenzialmente politico, nel giustificare l’esistenza di quella città, con tutti gli effetti della su costruzione per l’economia del Paese, dandone la colpa all’architetto. Molte volte si creano o si distruggono i miti».

Per un architetto il fatto di transitare uno spazio rappresenta una suggestione onirica. Secondo Iezzi l’architettura esiste nel momento in cui la si vive, non quando soltanto la si guarda: «Ho visto tutto a São Paulo e a Brasilia.  Sono rimasto molto colpito dalla costruzione e le linee della sede del Superior Tribunal di Justiça, un immenso edificio sostenuto praticamente su due pilastri, cui si accede senza alcun problema; le persone si muovono senza perdersi. E uno spazio di dimensioni inverosimili, fatto di sensazioni in cui non si vede niente ma si percepisce tutto, di una bellezza straordinaria ma di una sobrietà incredibile. Non vi sono sprechi né gratuità o incertezze, il tutto è realizzato con una nozione ingegneristica che, credo, solo in pochi su questa terra possono avere. Si vede che tutto è progettato solo da chi sa veramente “come” progettare. Ritengo che questa opera debba essere studiata in modo più approfondito perché racchiude l’estro di Niemeyer come vero architetto-ingegnere, capace di arrivare ad un lavoro di sintesi senza creare un monumento».

Per Iezzi l’architettura di oggi è sinonimo di protagonismo e rappresentazione di capacità: «Si è perso di vista il ruolo dell’architetto come interprete dei problemi e propositore di soluzioni. Si vedono aeroporti privi di una funzionalità propria alla funzione per cui sono creati, stazioni che sembrano supermercati e supermercati che sembrano stazioni. Oppure, peggio ancora, edifici pubblici che invece potrebbero contenere bellissime abitazioni. Si è persa quella logica secondo cui la soluzione era frutto di un ragionamento profondo in sintonia con un determinato contesto spaziale e urbano. Quando vedo due grattacieli praticamente uguali in Qatar e a Barcellona penso non si sia tenuto conto delle specificità delle due città sul piano storico, culturale e urbanistico. Si è perso lo schema dell’identificazione dell’architettura con il soggetto che quella architettura ha voluto rappresentare».

Oscar Niemeyer, dopo avere visto i lavori di Lucio Iezzi, chiese ad uno dei suoi collaboratori di attaccare dieci fogli – formato 70×100 centimetri – a un cavalletto  davanti alla splendida vetrata del suo studio a Copacabana: «Poi prese un pennarello e, mentre lo guardavo, ridisegnò in meno di venti minuti e a memoria, tutti gli edifici di Brasilia. Dopo avere fatto le sue considerazioni, tolse i fogli dal cavalletto e me li regalò. Devo dire che quei tracciati non sintetizzano impressioni su ciò che Niemeyer ha fatto, ma “sono” ciò che lui ha fatto».

L’architetto Massimiliano Fuksas, pur se impegnato nell’inaugurazione del nuovo spazio Armani da lui ideato a Tokio, ha trovato un momento per fare una breve riflessione sulla persona di Niemeyer. Dal canto suo segnala sorridendo che a memoria d’uomo non esistono architetti che, da vivi, abbiano avuto uno spazio pubblico a loro dedicato in una città o suoi ponti, strade, vie, piazze. Mentre Oscar Niemeyer – osserva – a Rio de Janeiro, è anche il nome di un viale nel lungomare del quartiere di São Conrado, nella parte sud della città. E aggiunge: «La sua lucidità è impressionante. Si è risposato a 99 anni. E da questo si vede che Niemeyer continua a guardare il futuro».


 


 


Fonte:www.musibrasil.net