Gomorra diventa teatro al Mercadante a Napoli dialogo con Saviano

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di MIRELLA ARMIERO (dal Corriere del Mezzogiorno)
«Teatro civile? Un’etichetta che mi piace, nonostante risulti sgradita a molti attori e registi. Il teatro deve raccontare il proprio tempo perché altrove spesso non è possibile. E poi quello che la scena può dare è unico: il privilegio del contatto, del vociare, dello sguardo ravvicinato. Tutte cose che oggi mancano alla mia vita». Roberto Saviano è a fianco di Mario Gelardi, il regista che ha drammaturgicamente tradotto il suo Gomorra
(in scena lunedì sera al Mercadante di Napoli, poi in giro per l’Italia), per presentare lo spettacolo e raccontare la genesi del progetto, nato prima della pubblicazione del libro, un best seller in via di traduzione in 31 paesi.
Sempre sotto scorta, pacato ma convincente nei toni, Saviano è venuto a Napoli per assistere alle prove generali: in scena ci sarà come suo alter ego Ivan Castiglione, il poliziotto corrotto di «Un posto al sole» che stavolta invece affronterà i camorristi con le parole del discorso tenuto da Saviano l’anno scorso a Casal di Principe. Quello cioè che gli costò le minacce dei clan. Da lì il clamore mediatico e il boom di Gomorra, che aveva già avuto un’ottimo riscontro di pubblico ma non era ancora diventato il caso letterario più eclatante degli ultimi anni. «L’argomento camorra », ricorda Saviano, «era considerato perdente; un grande silenzio, dovuto alla marginalità del Sud, era calato sulle vicende della criminalità organizzata. Se ne parlava solo quando c’erano fatti eclatanti come la faida di Scampia. Il lavoro teatrale con Gelardi nasce invece dalla necessità di raccontare, come è accaduto ad altri artisti per le tragedie del Vajont e di Ustica». Storie meridionali, quelle di Gomorra, ma che travalicano il Sud. «L’obiettivo è epico, ovvero ricostruire un mondo attraverso la letteratura. La mia scrittura non vuole solo avere il valore di testimonianza né utilizzare una grammatica tutta interna a Napoli. È un errore trattare certi fatti solo come storie locali, è proprio quello che vogliono certi poteri. In effetti se c’è un merito del mio libro è quello di aver sdoganato l’argomento».
Tra le accuse mosse a Gomorra c’è stata quella di «mitizzare » i boss. Saviano ammette: «Ho accolto il mito dei clan, ne sono io stesso preso. Ma invece di negarlo l’ho raccontato per poi smontarlo. Più di tutto, non volevo parlare della camorra come di un mondo a parte, ma far capire che ciascuno di noi entra in collisione con quel mondo: l’identificazione è il dettaglio che può mettere in crisi il meccanismo. Il lettore, lo spettatore devono capire che non è solo putridume di Scampia, ma riguarda tutti noi. Solo allora l’obiettivo è raggiunto». Lo spettacolo, come il libro, mette in scena due tipi di personaggi di camorra, l’«imprenditore» e il «militare». «Prendiamo un killer spietato come Ugo de Lucia, l’assassino di Gelsomina Verde», prosegue Saviano. «Nessuno può pensare di identificarsi con lui, eppure il suo mondo è fatto anche di imprenditoria tessile o di edilizia. Questo mi interessa: come funzionano gli appalti, come si forma un camorrista… Rifuggo dal macchiettismo e dal folclore, linguaggi spesso scelti dagli intellettuali per parlare di camorra».
Le linee di sviluppo dello spettacolo sono le stesse del libro, cosa vedremo dunque in scena al Mercadante? «Qualcosa di molto diverso dal libro, ma che ne ha lo stesso sguardo e naturalmente le stesse storie. Ho avuto molte richieste di adattamento scenico, anche da mostri sacri della recitazione. Ma ho voluto che Gomorra
lo facesse questa compagnia giovane con un regista che proviene dai documentari e che usa il teatro come uno strumento, non come un oggetto metafisico». Intanto, sta per uscire anche il film Gomorra. «Sarà qualcosa di ancora più autonomo dal libro, ma mi affascina il fatto che il mio lavoro si possa trasformare in altro. E che possa avere un riscontro positivo nel grande pubblico, anche sotto queste forme diverse. Tra l’altro in Italia la sensibilità sta cambiando, lo dimostrano fenomeni come quello di Grillo e il successo dei dibattiti in cui viene attaccato il potere. Peccato che moti intellettuali non se ne siano ancora accorti».
È un appassionato bilancio della sua esperienza quello di Saviano, che torna anche sul rapporto con il paese natale, Casal di Principe: «Mi hanno accusato di aver infangato la mia terra e la cosa strana è che Schiavone ha usato le stesse parole di tanti miei detrattori perbene: mi accusa di aver inventato frottole. Eppure alcuni negozi e bar del Casertano, stanchi della situazione in cui vivono, iniziano a mettere in vetrina il mio libro. Mi scrivono spesso i librai della zona e mi raccontano che i ragazzini furtivamente leggono pagine del libro o addirittura lo rubano, magari dicendo che ‘‘è solo un romanzo”, ovvero una favoletta.
Eppure vogliono capire».
Un ragazzo di 28 anni che vive sotto scorta coltiva il sogno della speranza, specie per Napoli? «Sì, raccontare significa già avere una speranza. L’errore è parlare solo della bellezza della città o dei suoi musei, come è stato fatto negli ultimi anni. Oggi a Napoli si dovrebbe parlare invece di uno dei suoi problemi più gravi: l’emigrazione. Chi resta a Napoli, soprattutto in ambiente borghese, viene considerato perdente. Se non fosse andata come è andata io sarei rimasto. Rimanere è importante». Sugli scrittori napoletani, infine, Saviano dice che «la generazione precedente alla mia ha creduto che bastasse parlare per dare un contributo importante. Invece se la parola non arriva al destinatario non esiste, questo noi della generazione massmediatica lo sappiamo bene». E sull’ondata di libri su criminalità organizzata: «È senz’altro resa possibile dal miracolo della visibilità di ‘‘Gomorra”, eppure questi libri non arrivano primi in classifica, non ci arriverei nemmeno io se provassi a scrivere ancora di questo argomento ». Il prossimo lavoro allora non sarà un ritorno a Gomorra? «No, ci sto lavorando, ma mi interessa allargare di più lo sguardo».
Qui sopra, Roberto Saviano A fianco, una scena dello spettacolo «Gomorra»