Finanziaria: allo studio manovra «leggera

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ROMA – Circa 10-12 miliardi di euro. Sono questi i numeri che «girano» per la prossima Finanziaria senza nuove tasse e senza rinunciare alla riduzione del debito come la immagina il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Ma occorrerà convincere i ministri a contenere le spese allo stretto necessario. I «contenuti» della manovra, quindi, sono ancora in gran parte da definire.

CONTENUTI – Circa 3 miliardi dovrebbero andare al pacchetto casa, che è stato al centro degli incontri della settimana a Palazzo Chigi, con sgravi sull’Ici della prima casa e agevolazioni per chi vive in affitto, a cui vanno aggiunti almeno 500 milioni di euro per l’edilizia residenziale. Altri 2 miliardi riguardano il protocollo sul welfare firmato con i sindacati a fine luglio, di cui, però, non è ancora certo l’inserimento in Finanziaria, osteggiato soprattutto dalla sinistra radicale, la quale chiede l’armonizzazione della tassazione sulle rendite. Sia il protocollo che la tassazione sulle rendite quindi potrebbero restare fuori dalla manovra ed essere inseriti in disegni di legge collegati.

STATALI – Tre esodi incentivati per una nuova assunzione. È questo, in sintesi, il piano illustrato dal ministro delle Riforme e innovazione nella Pubblica amministrazione Luigi Nicolais a Padoa-Schioppa per la razionalizzazione delle spese in Finanziaria. Lo riferiscono all’agenzia Agi fonti ministeriali aggiungendo che è «un discorso complesso che va fatto in prospettiva». Questa proposta, insieme ad altri tagli, dovrebbe portare a risparmi fino a 500 milioni di euro all’anno. L’idea di tre pre-pensionamenti per una nuova assunzione «potrebbe partire in fase sperimentale in alcune realtà locali dopo una consultazione con i sindacati». Oggi, concludono le fonti, «l’età media del personale nella Pubblica amministrazione è tra 55 e 60 anni, con punte anche tra 60-62. È difficile pensare a una riqualificazione professionale e quindi sarebbe opportuno consentire a queste persone di andare in pensione».












 

 

 

 

Ministri e aerei blu: i politici «Mille Miglia»

Nel 2005, con Berlusconi, il conto degli aerei di Stato toccò 65 milioni di euro. I tagli di Micheli: rifiutato il 15% delle richieste

 















Mastella atterra all’aeroporto militare di Linate con l’aereo di Stato (Sestini)

ROMA — Sfrecciavano nei cieli senza un attimo di sosta con il loro carico di ministri, sottosegretari, portaborse e famigli. Stavano in volo, gli aerei di Stato, per 37 ore al giorno, e alla fine di quel 2005, l’ultimo anno del governo di Silvio Berlusconi, il conto toccò una cifra strabiliante: 65 milioni e mezzo di euro.
Inutile dire che un passaggio non si negava a nessuno. Ecco perché una telefonata di solidarietà a Clemente Mastella era il minimo che il Cavaliere potesse fare. Ci fosse stato ancora lui alla presidenza del Consiglio, tutto questo forse non sarebbe accaduto. Durante la sua permanenza a palazzo Chigi le spese per i voli blu erano progredite con un crescendo rossiniano.
Nel 2000, ultimo anno «pieno» di governo del centrosinistra, il costo del trentunesimo stormo dell’aeronautica militare era stato di 19 milioni di euro. Nel 2002, era salito a 23. L’anno seguente, a 41. Nel 2004, a 52. Nel 2005 si era fermato a 50 milioni, ma sommando a questa cifra la spesa sostenuta per l’uso degli aerei della Cai, la compagnia dei servizi segreti, e di due società private, si arrivò appunto a 65 milioni e mezzo.

IL TAGLIO DI MICHELI — Poi al primo piano di palazzo Chigi ha fatto l’ingresso, insieme a Romano Prodi, un certo Enrico Micheli. Ex direttore generale dell’Iri, sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti e competenza sui voli di Stato: è lui che deve dare le autorizzazioni per usare gli aerei blu. E non si è fatto molti amici. Appena ha varcato la soglia del suo ufficio ha alzato il telefono e ha detto ai suoi colleghi di governo: «Diamoci una regolata tutti quanti». Nel 2006 il conto del trentunesimo stormo è calato a 43 milioni. Ma se sono attendibili le stime dell’attuale governo, secondo cui nei primi cinque mesi di quell’anno (gli ultimi di Berlusconi) ne erano stati spesi ben 30, significa che da 6 milioni al mese si era passati a 1,8 milioni. Quest’anno, con tutta la buona volontà, se ne spenderanno invece 28: 2,3 al mese. Almeno, però, non ci sono più i cinque Falcon dei servizi segreti, che sono stati destinati a uso esclusivo dell’intelligence e presto saranno ridotti a tre, e nemmeno gli aerotaxi privati: i contratti con la Eurofly service di Rodolfo Baviera e la Servizi aerei dell’Eni non sono stati rinnovati.

Non che la riduzione della flotta da 17 a 12 mezzi (dieci aerei e due elicotteri) sia stato un deterrente decisivo. All’inizio le domande arrivavano a valanga. Nei primi sei mesi Micheli ha rispedito al mittente non meno del 15% delle richieste. E poi ha fissato alcune regole: per esempio, che ogni decisione sia accentrata a palazzo Chigi e che l’ufficio voli abbia l’elenco preciso di chi sale a bordo. Si è cercato di scoraggiare anche le delegazioni numerose, ma con un governo di 102 persone «scoraggiare» è una parola grossa.

Ai voli blu hanno diritto il presidente della Repubblica, gli ex capi di Stato, il presidente del Consiglio, i presidenti delle Camere, il presidente della Corte costituzionale e i membri del governo. Sempre che si tratti di viaggi per scopi istituzionali. Quale è, anche se può sembrare singolare, la presenza di un ministro alla premiazione del Gran premio d’Italia di Formula uno. Naturalmente, anche in questi casi non è vietato, ma anzi incoraggiato, l’uso degli aerei di linea. Quando però il volo normale non è «compatibile» con le esigenze del viaggio, ecco che si spalanca il portello del Falcon della presidenza. Capita così che anche Patrizia Sentinelli, viceministro degli Esteri (di Rifondazione comunista) con delega alla cooperazione internazionale, viaggi spesso per ragioni di servizio con l’aereo di Stato. Come anche il vicepremier Francesco Rutelli, il ministro della Difesa Arturo Parisi e, naturalmente, il responsabile della Farnesina Massimo D’Alema. Mastella è stato visto spesso all’aeroporto di Napoli in procinto di salire sul Falcon per tornare a Roma dopo il fine settimana. Mentre Tommaso Padoa-Schioppa, quando può, prende l’aereo di linea, preferendo il low cost. E non perché un giorno il Falcon della presidenza che lo riportava a Roma da Lussemburgo abbia avuto una seria avaria al motore in fase di decollo. Ma perché si sappia che se il ministro dell’Economia va a Berlino con Easyjet, forse lo possono fare anche gli altri.

ALTE SFERE — Per ragioni di sicurezza il volo di Stato «può» (e non «deve») essere utilizzato anche nel caso di trasferimenti «non per scopi istituzionali» dalle più alte cariche dello Stato e da alcuni ministri più sensibili. In altri casi anche lui si deve arrendere. C’è poi un altro passeggero illustre che ha sempre un posto a disposizione sui velivoli della presidenza del Consiglio, senza alcuna condizione particolare. È il papa, che per i voli transcontinentali utilizza l’Alitalia, ma per quelli interni ha a disposizione uno dei due elicotteri (quello verniciato di bianco) e l’Airbus di palazzo Chigi. Del resto, come si fa a dire di no a Joseph Ratzinger?
Qualche no, invece, l’hanno dovuto incassare anche alle alte sfere. In una occasione sarebbe toccato pure a Rutelli, per mancanza di aeromobile. Uno spiacevole contrattempo, occorso una volta a quanto pare anche al presidente della Camera Fausto Bertinotti, considerato un frequent flyer della flotta di Stato. Non si è trovato un aereo che lo potesse portare da Roma a Firenze, destinazione che ha raggiunto quindi in treno. Il mezzo preferito da Romano Prodi, che ieri si è curato di farlo sapere, mezzo stampa, a tutti. Anche ai più duri d’orecchie.

 


                                     MICHELE DE LUCIA